I numeri dell’economia italiana, tra dati positivi e un inquietante quadro generale

Intervista all’economista Alessandro Volpi, docente dell’Università di Pisa

Dati economici positivi a tutto tondo da un lato, famiglie in difficoltà sempre crescente e stallo della produzione industriale dall’altro. E’ la fotografia piuttosto disturbante che emerge tutte le volte che esponenti di primo piano del governo Meloni (a cominciare dalla premier al ministro dell’economia, a dire il vero un po’ più contenuto negli entusiasmi, Giorgetti) parlano di economia nazionale. I numeri tuttavia sono lì, e, nonostante il disagio crescente, l’aumento delle percentuali di povertà, il problema senza confronti in Europa di stipendi inchiodati a decenni passati che ci condannano a essere il Paese con salari fra i più bassi del Vecchio Continente, le deludenti performance dell’industria, un debito pubblico in pratica fuori controllo, sono positivi: oltre 1 milione e 200 mila occupati in più, 550 mila precari in meno, crescita seppure minima (0,2%) del Pil, inflazione in calo. Dati che non parrebbero allinearsi con le storie quotidiane del numero sempre più alto di italiani che non riescono a pagare l’affitto o che devono rinunciare alle spese mediche o a scaldarsi perché, pur lavorando, non riescono più ad accedere ai servizi essenziali. Di tutto questo e di altro abbiamo parlato col professor Alessandro Volpi, economista, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa.

Professore, a quale meccanismo ci troviamo davanti?

“Partiamo dai dati dell’Istat, che sono molto chiari: l’aumento dell’occupazione registrato negli ultimi due anni dipende in buona parte, se non vogliamo dire esclusivamente, dalla permanenza al lavoro di soggetti che avrebbero raggiunto l’età pensionabile minima, ma non vanno in pensione perché, nel caso in cui ci andassero, il reddito da pensione  è così basso che non sarebbero in grado di mantenere il proprio stile di vita. Su ciò influisce l’inflazione, avendo l’assegno di pensione un meccanismo di adeguamento indicizzato molto più basso del salario lavorativo. E’ una questione di accuratezza: bisogna imparare a leggere dentro i numeri, e i numeri dicono che l’aumento dell’occupazione non è data da nuovi posti di lavoro, ma dalla volontà di prolungare l’attività lavorativa. Anche l’aumento dei contratti a tempo indeterminato è da attribuirsi al prolungamento di contratti che avevano già quella natura, tant’è vero che, se depuriamo i dati da questa variabile, ci troviamo di fronte a un’occupazione che ha sempre più le caratteristiche del precariato”.

E l’inflazione?

“Sottolinerei una cosa: che quando parliamo di inflazione non dobbiamo dimenticare che parliamo di inflazione cumulata. Nel senso che è vero che quest’anno abbiamo avuto un tasso di inflazione che è cresciuto al di sotto del 2%, ma è un dato che si somma alla grande fiammata inflazionistica che si è verificata a partire dalla metà del 2021. In altre parole, non è che abbiamo avuto un raffreddamento dei prezzi per effetto di un ritorno dei prezzi a livelli precedenti alla super inflazione, stiamo continuando a costruire un aumento inflazionistico che si somma, sia pur in dimensioni più limitate,  all’inflazione precedente. Questo a fronte di una crescita dei salari molto, ma molto più lenta, non essendo stato recuperato il gap fra aumento dei prezzi-aumento dei salari degli anni precedenti, è chiaro che l’attuale aumento dei salari non compensa la differenza che si è venuta a creare nel tempo, ed è il motivo per cui abbiamo dei salari che sono così bassi rispetto non solo al resto dell’Europa, ma anche rispetto a dieci anni fa. L’operazione di recupero dell’inflazione che avviene nel nostro Paese solo con i contratti nazionali, e torno a ripetere, che avviene in maniera molto limitata rispetto agli aumenti di medio periodo dell’inflazione, fa sì che ci sia un impoverimento crescente. E’ chiaro che se si misura l’inflazione come un dato secco, senza considerare il processo di accumulo, non riusciamo a capire quanto sia aumentata realmente la spesa delle famiglie in termini di consumi e quanto soprattutto si sia impoverito il potere di acquisto. Quindi abbiamo una crescita occupazionale trainata da lavoratori che non vanno in pensione unita  a una crescita salariale del tutto insufficiente a recuperare la perdita del potere d’acquisto, che si è sedimentata nel corso degli ultimissimi anni”.

Quanto influisce la mancanza di crescita della produzione industriale?

“Si tratta di un dato macroscopico che il governo tende in larga misura a dimenticare, ovvero che la produzione industriale italiana non cresce da circa 34 mesi, il che evidenzia l’incapacità di aumentare il volume complessivo della produzione del nostro Paese. E’ chiaro che se si produce progressivamente meno, ci troviamo a scontare un minor valore aggiunto, il che significa una minore capacità di remunerazione rispetto ai lavoratori. Il Paese, anche per mancanza di politiche industriali vere, a cominciare dall’energia, sconta una difficoltà enorme, ascrivibile alle responsabilità anche politiche del governo”.

Quanto pesa l’enorme debito pubblico su famiglie e imprese?

“L’impatto che il debito pubblico ha sulle famiglie e sulle imprese italiane è duplice: intanto, sul debito pagano (paghiamo) interessi pesanti e in questo senso non dobbiamo farci ingannare dallo spread, che potremo definire una sorta di termometro rotto. Nel senso che lo spread misura la differenza fra quanto l’Italia paga gli interessi sul debito rispetto a quanto paga la Germania. E’ evidente che ora lo spread si sta riducendo non perché noi paghiamo meno, ma perché la Germania paga di più di quanto non pagasse in passato. Perciò lo spread si riduce. Questo non vuol dire che paghiamo meno interessi; significa semplicemente che sia noi che i tedeschi paghiamo più interessi. Per questo ciò non significa che stiamo bene. Sul debito da tremila trecento miliardi di euro che grava sull’Italia paghiamo quasi 115 miliardi di interessi. Qual è quindi il danno per le famiglie? Il primo danno è che la spesa pubblica si dovrà ridurre in forza del pagamento di più interessi sul debito con la spesa dello Stato. Gli interessi sul debito sono diventati la terza voce di spesa sul bilancio italiano, e di spesa corrente. Se lo Stato italiano deve pagare di più gli interessi sul debito, automaticamente potrà spendere di meno sulla sanità, istruzione, previdenza, ecc. Il secondo dato di danno reale è che se ovviamente gli interessi sono alti perché bisogna pagare più debito, diventa più alto anche il costo del denaro, l’indebitamento delle famiglie presso le banche e ciò peggiora ulteriormente il panorama generale. Quindi, interessi alti vogliono dire da un lato una maggior spesa per lo Stato per pagare quegli interessi, e dall’altro che per le famiglie e le imprese è molto più costoso indebitarsi, con un danno evidente”.

Qual è dunque il quadro generale della nostra economia, al di là di celebrazioni e numeri più o meno correttamente interpretati?

“Le condizioni stanno peggiorando. L’inflazione cumulata continua a crescere, le retribuzioni non le tengono dietro e il debito pubblico diventa un onere importante che riduce la disponibilità della spesa pubblica e rende più costosi i prestiti per le famiglie e le imprese italiane”.

Quanto influenza il quadro la chiusura dello Stretto di Hormuz?

“E’ difficilissimo fare delle previsioni. Le conseguenze attuali sono, come evidente, un maggior costo dell’energia ma anche di altre materie prime, per esempio i fertilizzanti che stanno mancando in maniera progressiva e crescente per l’agricoltura. Ciò che è molto difficile da stimare è quale sarà il danno reale inferto alla nostra economia da questa crisi, nel giro di pochi mesi. Siamo ad ora in una fase in cui il prezzo, del petrolio soprattutto, è relativamente più alto; il gas un po’ meno. Tuttavia il problema non è, in questo momento e soprattutto nei prossimi mesi, la questione del prezzo, ma l’approvvigionamento. Se non si sblocca Hormuz, il problema dell’approvvigionamento rischia di diventare devastante per le imprese e le famiglie del nostro Paese”.

Ma il nucleare può essere una via ?

“Nei prossimi mesi, se non si risolve la crisi di Hormuz e una serie di altre difficoltà che riguardano altri passaggi, come ad esempio Suez e lo stretto di Gibuti,  ci troveremo nell’assenza di approvvigionamenti. Avremo bisogno di gas e rinnovabili subito, e probabilmente le rinnovabili non sono in grado di colmare immediatamente il fabbisogno. Si apre la partita della Russia e delle fonti che arrivano in Italia senza passare via mare, dal momento che le rotte marittime in questo momento sono complicatissime e costose. L’urgenza dell’argomento fa sì che il nucleare sia fuori gioco, dal momento che implica necessariamente un medio lungo termine, come ha riconosciuto la presidente del consiglio, dai cinque ai dieci anni prima di avere affetto. Dobbiamo affrontare una crisi che rischia di paralizzare la produzione delle nostre aziende, non compensabile in nessun modo col nucleare. E anche per quanto riguarda le rinnovabili, su sui è auspicabilissimo un maggior intervento di investimento, bisogna fare i conti col fatto che da qui alla fine dell’anno quando è probabile che manchino approvvigionamenti, dovremo trovare una soluzione immediata, che vuol dire trovare un fornitore diverso rispetto a quelli che utilizzano il passaggio via mare, pena lo spegnimento di diverse fabbriche nel nostro Paese. Con tutto ciò che ne consegue”.

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