“Un’Europa più forte e unita di fronte alle sfide di Cina e Usa”

L’economista Marco Buti: ci vogliono rapidità di previsioni e di decisioni
BUTI Marco

Un’ Europa più forte, più unita e più rapidamente decisionista e un’Italia che esca dalla spirale dell’ “equilibrio cattivo” prodotto da un’economia fondata sul lavoro povero. “In un momento in cui dobbiamo abituarci a vivere con l’incertezza di tutto, compresa quella dei rapporti economici con gli USA nell’era di Trump in cui ogni decisione non sarà mai definitiva e potrà sempre cambiare. Perlomeno per i prossimi quattro anni e chissà se non anche di più’”. Il fatto è che  “L’Europa è presa a tenaglia fra una superpotenza che estrae valore dal resto del mondo – gli Stati Uniti di Trump – e una superpotenza che crea dipendenza e desertificazione industriale, la Cina di Xi”.

Chi parla è l’economista Marco Buti, titolare della cattedra intitolata a Tommaso Padoa Schioppa presso il Centro Robert Schuman dell’Istituto universitario europeo e già direttore generale per gli Affari economici e finanziari presso la Commissione Europea, compresi i tempi di Paolo Gentiloni.

 Buti lo afferma ancora prima di iniziare a rispondere alle domande del giornalista del Sole 24-Ore, Luca Orlando. L’ occasione è  il “Colloquio dell’economia” organizzato dalla Camera di Commercio di Firenze e  introdotto dal presidente Massimo Manetti lo scorso 9 ottobre,  centrato sulle questioni economiche di Europa e Italia in questo difficile momento, tra tensioni geopolitiche, dazi, guerre, ruolo e collocazione dell’Europa in periodo di forte instabilità.

Non basta rimpiangere. Da buon economista, Buti è personaggio di fatti e dunque bisogna reagire:“Per evitare di essere marginalizzata sullo scacchiere globale, l’Europa deve contare più su se stessa per la propria crescita. Questo pretende una maggiore condivisione di sovranità, il che richiede di superare l’attuale torsione sovranista che prevale in numerosi paesi dell’Unione Europea. Una riforma del modello di sviluppo esige una coerenza verticale fra livello europeo, nazionale e regionale nelle politiche industriali e nei comportamenti degli attori economici e sociali”.

 Quanto all’Italia, bisogna ribaltare “l’equilibrio cattivo” della nostra economia. Spiega Buti:  “Le combinazioni produzione-salari si dividono per settori. Uno ad alta produzione e alti salari, l’altro a bassa produttività e bassi salari e un altro ancora ad alta produttività e bassi salari – quest’ultimo, diciamolo chiaro, si chiama sfruttamento. La differenza esiste anche in Europa ma, mentre l’Europa sta muovendosi nella giusta direzione di andare verso l’alto, l’Italia fa il contrario. L’Europa riduce la combinazione verso il basso e aumenta quella verso l’alto, l’Italia incrementa la tendenza bassa e riduce quella alta”. Bisogna invertire l’attuale combinazione e investire su innovazione, tecnologia, formazione. Basti pensare, riflette Buti,  che quanto a tecnologie per il futuro noi siamo 14esimi su 25 paesi considerati”. Ne parla dopo che Orlando ha ricordato che dall’Italia se ne sono fuggiti all’estero 100 mila laureati in 10 anni, essendo che qui vengono loro offerti in media 500 euro al mese.

Ma torniamo all’Europa economica. In  un momento di cambiamenti talmente rapidi per cui i mille dollari l’ora per un’oncia d’oro del 2019 sono diventati 4 mila, ci vogliono anche rapidità di previsioni e di decisioni. E qui spesso casca l’Europa “che si è trovata impreparata a un cambiamento così vertiginoso anche sui temi tecnologici. “Ma riflettiamo prima di puntare il dito sui difetti  – esorta l’economista – Difficile mettere insieme 27 paesi, figuriamoci quando, nel prossimo futuro, diventeranno 35. I meccanismi sono farraginosi.  La Commissione propone e il Consiglio dispone e ci deve essere l’unanimità per una serie di settori strategici. Un  meccanismo buono per i tempi buoni ma non adatti agli inverni rigidi e le estati bollenti” . Una briglia pesante ma il rimedio c’è: “Usare la pur prevista maggioranza qualificata invertita che serve per rigettare invece che per promuovere e siccome nessuno ha mai il coraggio di usarla, la Commissione potrebbe approfittarne per prendere decisioni rapide”. Per esempio, “sui dazi di Trump  – e qui Buti è  impietoso –  rispetto ai quali l’Europa  è rimasta troppo timida. La Commissione poteva sicuramente usare un atteggiamento più muscoloso”.

 Altra caratteristica che può frenare l’economia europea, secondo Buti che in Europa c’è  stato tanto e dunque conosce bene meccanismi e vicende, è che “l’Europa ha organizzato un’economia a corridoi stretti che frena le innovazioni. Bisogna andare oltre pur senza imitare del tutto gli USA dove gli innovatori non si organizzano,   come in Europa, secondo regole ex ante ma si muovono liberamente in un corridoio larghissimo e poi, se sbagliano, intervengono regole ex post, per cui però nel frattempo nascono, per esempio, i  colossi digitali capaci di meccanismi così forti che influenzano il potere politico a tal punto che le correzioni ex post  non si fanno più. Occorre una via intermedia”.

 Né si profilano tempi semplici, a cominciare dal problema della leadership “mentre i  governi di Francia e Germania adesso sono deboli e l’Italia, da debole, sembra ora la più forte, avendo un governo più stabile.  Per di più  gli Usa sono sempre più arroccati e la Cina diventa  sempre più aggressiva mercati internazionali. Mentre dobbiamo abituarci al fatto che con Trump nessun deal sarà mai finale ma sempre legato alla sensazione del momento. Tutto sarà sempre rimesso in discussione. Dovremo abituarci a una guerra commerciale permanente e a un’incertezza letale per gli imprenditori”

Senza contare il problema dell’impopolarità che blocca ogni azione. Perché, in genere, la disapprovazione al primo impatto si abbatte sui vari governi di fronte a ogni decisione a livello europeo. ‘Per farla  digerire, un governo ha bisogno di un capitale in mano che è il tempo lungo davanti a sé, ma i governi di Francia e Germania non ne hanno molto davanti, solo Meloni lo ha, ma non intende spenderlo in Europa”.

 Ecco, Meloni.  E la politica economica italiana? “Il Dpfp 2026 appena approvato dal governo mostra un’encomiabile prudenza nella finanza pubblica e un notevole contributo alla stabilità, ma mancano misure per la crescita né si dice quale impatto permanente sulla crescita economica abbiano avuto i miliardi del Pnrr che si era detto la grande, grandissima occasione e sta per esaurirsi entro l’anno. Anche se non finirà di un colpo ma ci sarà probabilmente un  prolungamento di fatto, un ultimo miglio in cui bisognerà molto accelerare. Come dovremo fare una rivoluzione copernicana per dare sicurezza agli imprenditori sugli investimenti pubblici, da non ridurre a interventi una tantum dell’ultimo minuto, ma da programmare a lungo termine in anticipo perché gli imprenditori possano decidere i loro di investimenti, creando  una stabilità domestica  e dando certezza del futuro rispetto alle incertezze esterne”.

In foto: Marco Buti.

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