Stanford University in California, in collaborazione con Elsevier, ogni anno stila la “World’s Top 2% Scientists”, una prestigiosa classifica che identifica il 2% dei ricercatori più influenti al mondo. Il criterio di valutazione che viene applicato è dettato dall’impatto della produzione scientifica effettuata da ogni ricercatore. Attraverso indicatori bibliometrici come Impact Factor, H-Index, SJR e CiteScore – strumenti matematico-statistici – basandosi su tecniche come il conteggio delle citazioni per valutare autori, riviste, istituzioni e nazioni, differisce per database (Clarivate, Scopus) e metodo di calcolo, riflettendo l’influenza che si ha nella comunità accademica. In questa edizione è emersa la professoressa Roberta Troisi dell’Università degli Studi di Salerno. Una donna con una grande emotività intellettuale, di origini delle aree interne del Cilento, ha esaltato l’impegno e la determinazione di chi crede nel proprio lavoro. Troisi vanta un curriculum motivante, ricoprendo diversi ruoli, tra cui Professore Associato nel Settore Concorsuale, Settore Scientifico Disciplinare SECSP/10. Abbiamo voluto che ci raccontasse della sua esperienza e affascinasse le nostre menti attraverso il suo sguardo acuto e delicato.
Roberta Troisi è una donna, una scienziata, una professionista che ha a cuore la ricerca. Cosa l’ha spinta a diventare ricercatrice?
Un’etica dello studio come elemento per affrancarmi che viene dalla mia famiglia. Sono stata studentessa prima che studiosa, credo di avere sempre avuto la curiosità che sta dietro la conoscenza accompagnata da una certa disciplina all’apprendimento. Su questo punto però ho ereditato dai miei genitori, non posso raccontare di capacità mie. I libri in casa erano diffusi più dei giornaletti (all’epoca c’erano quelli). Ricordo letture estive, regali sotto l’albero di Natale dove la scelta era tra saggistica e narrativa. La lettura è un potentissimo stimolo, perché, anche quando non mirata alla ricerca ti dà conoscenza di base. In questo senso è sempre un valore aggiunto.
Lei è docente presso il Dipartimento di Scienze Politiche e della Comunicazione (DIPSCO) dell’UNISA: come è cambiato l’approccio degli studenti verso la “ricerca” negli ultimi anni?
Gli studenti vanno formati attraverso la didattica e, molto spesso, la formazione che raggiunge livelli elevati di qualità è sostenuta da un lavoro di ricerca dei docenti. Insomma, la ricerca è l’istruttoria della didattica innovativa. Non so quanto sia oggetto di percezione; so di certo che trattenere gli studenti nelle aule fisiche contro la tentazione delle università online ha proprio in questo duo potentissimo un ottimo antidoto. Vai in aula e racconti qualcosa a cui hai dedicato tempo e passione. I ragazzi ti seguono con maggiore passione a loro volta. Non credo che esperienze del genere possano essere replicate nelle aule virtuali. Coinvolgere è un lavoro fisico; la cassetta degli attrezzi che ho spiegato va portata quasi fisicamente ai ragazzi. Se piace, lo devi vedere dal vivo; se appassiona, altrettanto. In un’aula virtuale è difficile capire il grado di coinvolgimento e di interesse. In sintesi, la ricerca migliora la didattica ed è questa la strada per evitare la fuga degli studenti verso le università telematiche.
Abbiamo tra le migliori università al mondo e formiamo grandi menti. Cosa, secondo lei, occorre fare per ridurre la fuga di cervelli all’estero?
Ci sono tante ragioni per cui i ragazzi, ma anche gli adulti, decidono di tagliare le proprie radici per l’estero. Credo sia un problema diffuso che non tocca solo gli accademici; anzi, riguarda intere generazioni spinte ad andare via. Il mercato del lavoro non è in grado di offrire posizioni e remunerazioni adeguate alla formazione. C’è inoltre, in molti settori, la rete di conoscenze familistiche che riduce le opportunità legate al merito. È un fatto: viviamo in un paese e in una terra, in particolare, in cui è normalizzato un sistema di potere che garantisce accessi prioritari sulla base di relazioni di parentela o rapporti di amicizia. Abbiamo normalizzato un cancro. Purtroppo, il merito è un secondo binario che molto spesso si trova in una posizione periferica. Questo non vuol dire che non si possa comunque restare e sfidare un sistema. Io mi aspetto un cambio di passo. Mi aspetto un sistema che inverta la marcia. Me lo aspetto nel cambio delle regole, nella scelta delle persone che ci rappresentano nelle istituzioni. Insomma, spetta a noi provare a cambiare, tentando di cambiare le istituzioni. Parte da lì una rivoluzione lenta ma efficace che, anzitutto, sia nella formazione delle regole di accesso del mercato del lavoro.
A suo avviso, esiste un modo per arginare il fenomeno dello spopolamento che sta avanzando sempre più in Italia?
Nelle aree interne occorre una politica centrale che abbia un obiettivo condiviso di rigenerazione, ma che poi sappia cogliere le specificità locali. Trovo questo lavoro una sfida molto complessa, rischiosissima, che però ha altrettanto un’aspettativa di rendimento alta. Il potenziale delle aree interne è enorme: c’è un patrimonio artistico accanto a uno creativo quasi totalmente inesplorato. C’è la tradizione, l’antico sapere, c’è il senso intatto della comunità. Peccato lasciare che la lontananza dalle aree urbane faccia da eutanasia per i piccoli borghi.
Reduce dal successo che la vede nella lista tra i migliori ricercatori al mondo. Rientra nella prestigiosa classifica “World ‘s Top 2% Scientists” di Stanford University e Elsevier, un riconoscimento che esalta il suo impegno e il suo talento. Cosa ha fatto come prima cosa dopo aver ricevuto la notizia?
Onestamente, ho controllato attentamente fossi io, perché c’è un omonimo luminare in qualche ramo della medicina che credo sia altrettanto nella top. A seguito, ho alzato un calice e brindato alla mia caparbietà.
In conclusione, viviamo in un’era in cui, nonostante l’emancipazione, un concetto che indica l’acquisizione di autonomia e indipendenza liberandosi da uno stato di dipendenza o sottomissione, occorre ancora lottare per affermare la propria unicità. Lei, che viene dal Cilento, un territorio di grande storia e cultura, anche se è una terra vittima di pregiudizi, la sua carriera potrebbe essere fonte di ispirazione per le giovani donne?
Spero di sì. Credo di poter narrare la storia di una donna che non ha mai rinunciato a se stessa, alla propria autonomia e libertà. Dico sempre che c’è una responsabilità nella libertà. Se mi permettete, mi autocito, riportandovi il post LinkedIn che ho pubblicato in occasione della Festa della Liberazione: “La responsabilità della libertà è il fondamento di ogni autentica liberazione. Sarebbe poca cosa la libertà del poter scegliere: assumersi il dovere di farlo, anche quando comporta rischi, costi personali e solitudine, è lì che si ritrova la vera libertà. Ogni volta che si accetta passivamente la volontà altrui per timore delle conseguenze, ogni volta che si rinuncia a esprimere dissenso per quieto vivere o per convenienza, si smarrisce il senso stesso della libertà. La responsabilità della libertà richiede il coraggio di agire e, dove serve, di opporsi. Non è la vittoria che definisce la dignità della libertà, ma la coerenza nel difenderla. Sempre”. Ecco, questo post è la mia più autentica carta d’imbarco nella vita professionale. Spero possa essere esempio, ambendo molto, anche un piccolo motivo di ispirazione. (Anna Ferry Ferrentino)
In foto Roberta Troisi