Tradurre o riscrivere la Bibbia? Quando la traduzione modifica il testo sacro

Intervista a Luciano Bossina, filologo classico dell’Università di Padova

È fissato per venerdì 24 marzo – sempre all’Auditorium Terzani della Biblioteca San Giorgio – il nuovo incontro previsto nel ciclo Leggere la Bibbia, curato della Fondazione Francis Bacon con Biblia-Associazione laica di cultura biblica: alle 16,30 con il Prof. Luciano Bossina, filologo classico dell’Università di Padova, ci sarà la conferenza “Tradurre o riscrivere la Bibbia? Quando la traduzione modifica il testo sacro“.

La Bibbia continua a mantenere altissimi livelli di diffusione e traduzione nel mondo: cos’è a renderla tanto attraente? 

Non possiamo eludere un dato numerico: i cristiani superano oggi i due miliardi. Considerando che l’Antico Testamento è da sempre il testo sacro degli Ebrei, ed è riconosciuto, almeno in parte, anche dall’Islam, è chiaro che quel testo continua a riguardare la maggioranza delle persone nel mondo. Ciò detto, è fondamentale capire per quali vie vi entrano in contatto. Le lingue bibliche sono, essenzialmente, l’ebraico e il greco: solo una ristrettissima cerchia di esperti accede dunque all’originale. Per tutti gli altri, da oltre due millenni, il tramite è sempre una traduzione. Qui c’è il paradosso, e anche il fascino di questo processo: che il testo è al contempo sacro e mediato.

Riferendoci al titolo della sua conferenza – Quando la traduzione modifica il testo sacro – viene spontaneo chiedersi quanto l’interpretazione di un documento, nello specifico l’Antico Testamento, può essere stata nel tempo condizionata da componenti culturali interiorizzate, e che spesso inconsapevolmente portano ad averne lettura secondo “tempi ritrovati” di proustiana reminiscenza o, ancora, secondo quanto si legge nel più recente lavoro di William M. Schniedewind – Who Really Wrote the Bible: The Story of the Scribes, pubblicato da Oxford University Press nel 2024 –, che similarmente afferma come la comprensione della Bibbia debba passare anche dalla conoscenza dell’ambiente umano impegnato alla traduzione del testo, con i condizionamenti che ne conseguono.

La sua domanda è molto raffinata e coglie una verità indiscutibile. Il testo, ogni testo, vive nella storia, e adegua il proprio messaggio alle coordinate culturali di chi lo trasmette e di chi lo recepisce. Platone ne era allarmato: appena viene messo per iscritto, dice nel Fedro, il testo «rotola dappertutto», e nemmeno l’autore può controllarne le interpretazioni. Nel caso delle traduzioni il problema è persino maggiore, e si presenta alla fonte: perché il primo a subire i condizionamenti, consapevoli o inconsapevoli, del proprio tempo e della propria cultura è il traduttore. Il bivio è già lì: è lui, non l’autore, a decidere in che direzione andrà il testo. Il caso dell’Antico Testamento è esemplare: chi lo ha tradotto dall’ebraico al greco ne ha moltiplicato la circolazione, ma ne ha spesso alterato il senso.

La Bibbia è certo un testo ammantato dal fascino di misteriose verità secolari, apparentemente immobili nella loro sacralità: però, molto di ciò che oggi consideriamo scontato nella cultura occidentale, è davvero così atavico nei dogmi imposti a milioni di credenti?

Distinguerei la Bibbia dai dogmi. I dogmi, ossia i pronunciamenti di fede cui sono chiamati ad aderire i credenti, sono il prodotto di una plurisecolare riflessione, che solo in minima parte coincide col testo biblico. Non voglio dire che non abbiano a che fare con la Bibbia: dico che per la formulazione dei dogmi i teologi di ogni tempo hanno cercato di orientarsi sulla Bibbia per rispondere a quesiti per lo più estranei agli autori dell’Antico o del Nuovo Testamento. Che il Figlio sia o non sia «consustanziale» al Padre, che lo Spirito «proceda» solo dal Padre o anche dal Figlio, sono problemi – per citare due noti esempi del Credo – che hanno assillato i teologi tardoantichi e medievali (quello dello Spirito divide tuttora cattolici e ortodossi): ma possiamo star sicuri che né Marco né Matteo avrebbero mai compreso quei dilemmi. Anche in ciò la traduzione ha avuto un peso rilevante, perché i teologi orientali ragionavano sul greco, quelli occidentali sul latino, e spesso i termini chiave non coincidevano.

Ciò significa che temi oggi di grande dibattito, come per esempio il concetto giuridico di “persona”, sono da riconsiderare secondo aspetti di diverso giudizio valoriale?

Prima ancora dovremmo chiederci se nei moderni paesi laici si sia ancora disposti a ragionare su temi di questa natura alla luce della Bibbia. L’esempio che porta è calzante: per definire il concetto giuridico di persona occorre rifarsi alla Bibbia? Ma anche ipotizzando che una comunità statale lo ritenga opportuno, se non addirittura vincolante, ecco che subito si ritorna al problema del testo. Pensiamo al fondamentale dibattito sulla legittimità o meno dell’aborto, caso classico nella discussione sul concetto di persona: chi conosce davvero cosa dicono i testi biblici? E quale testo dobbiamo seguire? Perché una cosa è certa: su questo punto ebraico, greco e latino dicono tre cose diverse. Come vede, torniamo sempre al punto di partenza: chi traduce, determina.

Biografia

Luciano Bossina si è formato a Torino, ha lavorato presso l’Accademia delle Scienze di Göttingen per l’edizione della Bibbia dei Settanta, ed è ora professore di Filologia classica all’Università di Padova. È Chaire Gutenberg dell’Università di Strasburgo, docente invitato a Città del Messico, directeur d’études all’EPHE di Parigi. Si occupa di letteratura greca di epoca ellenistica e tardo-antica, di giudaismo, di storia della filologia e di ricezione del classico. Tra i suoi libri: Teodoreto restituito (premio Tartufari dell’Accademia dei Lincei); Stoa, Ellenismo e catastrofe tedesca; Lo scrittoio di Guido Gozzano. Da Omero a Nietzsche.

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