La tregua con Hamas è per Israele oggetto di dibattito pubblico e prima ancora politico. Movimentato. Con il Paese che si interroga sul dilemma cuore o testa, dividendosi in due piazze distanti l’una dall’altra. Due approcci che Herb Keinon in un lungo editoriale sul Jerusalem Post pone su un doppio binario. Quello per cui “salvare la vita degli ostaggi e riunirli con le loro famiglie è visto come espressione della solidarietà e della responsabilità reciproca che è sempre stata una pietra miliare della società israeliana, se non uno degli ingredienti principali della capacità del paese di sopravvivere nel vicinato. Rinunciare agli ostaggi intacca quella solidarietà nazionale, avvertono, il che avrebbe gravi ripercussioni lungo la strada poiché minerebbe il contratto sociale di questo stato che spesso chiede agli israeliani di sacrificarsi per la collettività”.
In parallelo corre l’altra ragione che “valorizza i dati, le conseguenze e un’attenta analisi, che porta a decisioni calcolate. Coloro che si oppongono all’accordo di tregua non sono individui freddi con un cuore di pietra; piuttosto, guardano oltre l’adesso e l’individuo e giudicano l’accordo in base al fatto che sia buono nel lungo termine”. La risposta che offre Keinon è che guadagno immediato e rischio potenziale sono parte della dicotomia della storia: “La gioia di vedere gli ostaggi ricongiunti con le loro famiglie sarà profonda, ma le ramificazioni strategiche riecheggeranno al di là del momento”.
Se dipendesse da chi scrive, per quanto possa valere, il prezzo dello stop alla guerra e la liberazione degli ostaggi vale la candela. Non fosse altro perchè al momento non c’è traccia di una soluzione di pace tra israeliani e palestinesi. Al contrario, tanto Hamas quanto il governo di Netanyahu hanno ampiamente dimostrato fino ad oggi di voler proseguire la guerra, praticamente ad oltranza. Rompere questo schema, patto tacito o convergenza, è un importante segnale di cambiamento di prospettiva. Che non piace ai partiti nazionalreligiosi alleati di Netanyahu.
Lineare l’analisi della giornalista Ravit Hecht: “L’estrema destra (israeliana ndr) che ha sostenuto Trump fino in fondo si renderà conto che il presidente entrante ha ottenuto tutto ciò che l’amministrazione democratica non ha potuto costringere Netanyahu a fare, anche prima che Trump metta di nuovo piede alla Casa Bianca”. Non avendo più Biden come parafulmine, e terminato l’effetto elettorale delle presidenziali, Netanyahu non potrà proiettare le colpe del fallimento, e tantomeno scaricarle su Trump. Per mesi Netanyahu ha pensato alla guerra in funzione unicamente della propria sopravvivenza politica, e questo l’ha portato a non ascoltare le famiglie degli ostaggi, i vertici militari e dell’intelligence, il procuratore generale e l’amministrazione democratica statunitense. Affidandosi completamente al sostegno della sua maggioranza alla Knesset. Sbagliando ha ritenuto che la fedeltà di coloro che ha politicamente sdoganato fosse ferrea, che l’avrebbero seguito ovunque. Quando ha preso atto che le defezioni, con le annunciate dimissioni del ministro delle Finanze e leader di Sionismo religioso Bezalel Smotrich, aprivano ad una irreversibile crisi di governo, ha preferito aggrapparsi al cavillo. Congelando il voto del gabinetto che avrebbe dovuto dare il via libera. Macabro colpo di teatro che ha lasciato tutti di stucco. Trattativa di nuovo in sospeso.
Ciò non toglie che un accordo finalmente sostituirebbe alla disumanizzazione del doppio massacro il senso pratico e civile, che poi è la volontà di salvare la vita agli ostaggi e fermare la carneficina di vittime civili a Gaza. A prescindere dall’adempimento delle tre fasi dell’intesa, che prima o poi ci sarà,resta il nodo della presa di coscienza delle responsabilità di questa guerra.
Quelle di Hamas sono ingiustificabili e imperdonabili. Frutto di scelte disastrose che nascono molto prima del 7 ottobre 2023. E che rendono la permanenza nell’enclave di Gaza del regime islamista inaccettabile. Il percorso del “day after” a Gaza prevedibilmente si concentrerà sul passaggio transitorio di poteri, che accompagni all’instaurazione di una amministrazione pienamente legittimata dal popolo palestinese, il che non vuole dire automaticamente il ritorno dell’ANP di Abu Mazen. Una gestione dedita a fare fronte all’emergenza umanitaria, alla ricostruzione e alla sicurezza, interna e di Israele. In modo rigoroso perché, come dice un proverbio arabo, per via della rosa viene annaffiata pure la spina. Sugli errori israeliani che vanno equamente ripartiti tra apparati di sicurezza e politica, invece, aspettiamo che sia la Commissione di stato a fare chiarezza.
Infine, ci affidiamo al commento di Amos Harel su Haaretz: “Le due parti non credono, ognuna per le proprie ragioni, nella prospettiva di raggiungere un negoziato omni comprensivo che porrebbe fine anche al conflitto”. E finchè “l’interesse comune” tra nemici non viene sostituito da un paradigma alternativo, ad esempio due stati per due popoli, tutto resta in bilico.
Alfredo De Girolamo Enrico Catassi