di David Tammaro
Grosseto – Siamo alla fine del secolo XIX, il momento del tango come chiave netta e caratterizzante, netta attrazione della vita allegra e notturna delle casitas le case di ballo della periferia e del porto di Buenos Aires. Siamo alle origini, si fa largo una melodia che con facilità guadagna i cuori di un pubblico pronto a far sua la nostalgia, la mancanza di luoghi, persone, familiari e sentimenti, che dilatano il passato, rendono mitologico quanto oramai lontano, abbandonato il nome di una speranza, di una nuova vita.
È nella distanza tra reale desiderio, nell’incolmabile dinamica di questa tensione, che si aprono e chiudono le speranze di tanti immigrati, el pueblo de las orillas, gli abitanti delle periferie, giunti da altri continenti ma ammassati senza il domani promesso. Come si apre e chiude il mantice (fueye) del bandoneon o le gambe dei ballerini di tango.
Il tango è notturno e lunare e nelle notti che conducono alla fine nel secolo diciannovesimo quando astrologi e astronomi prevedevano la fine del mondo ed era sempre più facile trovare qualcuno che desiderava ostilità e guerra, c’era almeno una casa di ballo a Buenos Aires in cui una donna civetta e accattivante era pronta a dare il benvenuto con la tenerezza di un abbraccio nella musica.
Da una di quelle notti e per sempre nacque El entrerriano, un brano che costituisce insieme a Don Juan (1899) e a El choclo (1903) la base e la struttura musicale di una nuova espressione che andava formando la nuova identità bonariense del secolo a venire.
In verità già da un po’, da circa il 1830 in poi, sonorità simili, magari più vicine a melodie andaluse, o folcloristiche come zarzuela, gato, chacarera, giravano grazie alle chitarre e ai payadores (menestrelli che animavano le veglie delle campagne, a cantare e recitare una canzone improvvisata con rima).
Ma il carattere musicale si condensa come innovativo e indipendente dal folclore, e si rafforza a genere solo con El entrerriano (1887), un brano suonato nella casa da ballo di Maria la Vasca – una immigrata basca che gestiva una casa di tango e bordello nell’allora Calle Europa, oggi via Carlos Calvo all’altezza del civico 2721.
Si narra che il compositore, uomo di colore afroargentino, e pianista della casa di tango, Rosendo Mendizabal, volesse intitolare il brano come dedica ad un amico di un personaggio importante frequentatore del locale, che era originario della regione di Entre Rios. Il titolo in suo onore sembra – come di consuetudine – fosse pagato cento pesos.
Il brano nasce come brano strumentale ma, come accade ai vari tanghi celebri furono scritte varie versioni di testo, la prima di Villoldo, poi provarono altri, ma la versione migliore è quella del grande Homero Exposito, perché per quei tanghi identitari furono molte anche le orchestrazioni che giungono con lo stesso spirito delle Origini, suonate e risuonate fino a noi. Una interpretazione famosa e brillante è quella di Juan D’Arienzo.
Nei primi tanghi c’è l’aria provinciale scherzosa, autoironica del compadre (il guappo, il padrino di piccolo cabotaggio) e della fanciulla, bonaccioni, amanti del divertimento e del denaro, la musica li rende immortali vivi nel ricordo, loro che hanno la volontà di eccellere; di essere primo, il migliore nonostante le ferite che la vita imprime nel cuore.
Alcune parole de El entrerriano (1887) Rosendo Mendizabal:
Sapranno che sono l’Entrerriano
milonguero e di provincia
sono anche un po’ compadrito
e supporto il treno degli spacconi
con donnine del giro.
E nel via vai di qualche
Tango festaiolo,
come per l’amore
m’ impegno fino al soldo,
per il ballo e per l’amore
sapranno che sono
sempre il migliore.
Ecco le parole dell’incipit di El Choclo (1903) Angel Villoldo:
Con questo tango che è burlone e padrino
misero due ali le emozioni del mio suburbio
con questo tango è nato il tango e come un grido
dal fango sordido si alzò cercando il cielo.
Richiamo magico di amore e di cadenza
ha aperto strade senza altra legge che la forza del talento
misto di rabbia, dolore di fede e assenza
il pianto e l’innocenza di un ritmo senza età.
Quella notte folle e nostalgica dei clandestini del tango