La FICE, Federazione Italiana dei Cinema d’Essai fondata nel 1980, continua meritoriamente a riproporre capolavori restaurati d’autore (da Peter Weir, David Lynch, Stanley Kubrick). In questo febbraio 2026 , A Bout de souffle / Fino all’ultimo respiro di Jean Luc Godard (una delle pietre miliari della Nouvelle Vague) viene presentato parallelamente a Nouvelle Vague, di Richard Linklater uscito a Cannes 2025 , che tratta appunto in un suo approccio originale, della genesi dello stesso A bout de souffle. E’ un’operazione intrigante perché permette di rivedere il film di Godard del 1960 comparandolo con la sua genesi nello sguardo geniale di uno dei registi più devoti alla Nouvelle Vague e al cinema europeo in generale. Abbiamo personalmente sperimentato questa comparazione assistendo a distanza di un giorno in due cinema diversi al film di Godard e a quello di Linklater.
Di Richard Linklater va intanto detto che, pur essendo un texano purosangue di 65 anni , è il regista americano più europeo e cinefilo in assoluto, per temi, interessi, stile e suggestioni. Linklater , che ha ricevuto da Marco Bellocchio l’Aurelio d’Oro alla Carriera alla Festa del cinema di Roma 2025 , è famoso per la sua trilogia, nella quale segue una coppia, da quando essi sono giovani studenti ventenni e che alla fine si attraggono, si sposano e fanno figli. Ma ha fatto molto altro e bene.
L’operazione di Linklater nella trilogia è stato un vero e proprio unicum straordinario col suo progetto lungo l’arco di 19 anni e ha coinvolto i due attori protagonisti della coppia , Ethan Hawke ( candidato Oscar) e Julie Delpy (Film Bianco di Kieslowski) come co-sceneggiatori della trilogia , seguendoli nello sviluppo del loro rapporto da ventenni a quarantenni . Sono rispettivamente Jesse, aspirante scrittore americano, e Celine, studentessa francese alla Sorbona. In Prima dell’ alba/Before Sunrise (1995,Berlino, Orso d’Argento) si incontrano su un treno diretto a Vienna e qui passano insieme una sola notte incantata e all’alba si salutano diretti ognuno altrove. Nove anni dopo si ritrovano a Parigi in Prima del tramonto / Before Sunset (2004, Candidato Oscar ) dove Jesse presenta il suo primo libro che è anche la storia dei due. Celine è tra il pubblico. E’ divenuta un’attivista ambientale molto impegnata. Si ritrovano in un appartamento dove alloggia Celine, Celine gli raccomanda di non perdere il volo aereo, ma Jesse suona la chitarra sulle note di Nina Simone Just in time, e Celine balla , Jesse rimane con lei. Ancora 9 anni e in Before Midnight (2013, Candidato Oscar) Jesse e Celine ora convivono a Parigi e hanno due gemelle , ma c’è anche il figlio 14enne di lui dal primo matrimonio , ci sono tutti i dissapori e i conflitti di una coppia. Mentre in una notte sembrano aver chiuso per sempre la loro storia, il mattino dopo i due si ritrovano assieme reinventandosi come “il Jesse del Futuro” con la “Celine del futuro”.
Nel 2014 Linklater realizza un altro titanico lavoro , Boyhood , durato 12 anni , riprendendo la difficile infanzia e adolescenza di Mason dai 6 ai 18 anni (Ellar Coltrane) , tra genitori divorziati, amori infelici, talenti baluginanti , fino al suo ingresso nel college. I genitori sono Ethan Hawke e Patricia Arquette (Oscar come non protagonista, Orso d’argento e Golden Globeal regista). In mezzo e dopo , una produzione di altri film mai banali e sotto il segno dell’indipendenza.
E soprattutto c’è lo stile di Linklater con la mdp a spalla a braccare i suoi attori, a cercarne sfumature, a cogliere la spontaneità dei gesti, anche i dialoghi apparentemente casuali, ma illuminati improvvisamente da domande esistenziali. E’ quello che lui chiama il “trascorrere della vita”, i momenti sospesi di essa (hanging life) , la creazione di una visione in cui lo spettatore può osservare i personaggi e trasformarsi assieme a loro nella seconda e terza età ; ma sono anche i temi dei suoi film d’animazione , come Waking life, 2001, girato in digitale con attori reali e ridisegnato e colorato fotogramma per fotogramma, “come un sognolucido”.
E tutto questo percorso non poteva non sfociare in un lavoro come Nouvelle Vague : l’inevitabile conseguenza di un atto d’amore verso il cinema francese che ha guidato da sempre la sua poetica più intima. Anche questo, confessa il regista, era un progetto durato 13 anni. Anche qui Linklater si è cimentato in una prova ardua e spigolosa.
Alla fine con tutti i limiti del compito “impossibile”, ha potuto solo additare refoli , respiri lontani , soffi caldi su un film che ha letteralmente stravolto la grammatica del cinema dagli anni 60 ad oggi , scegliendolo come sineddoche dell’intero movimento delle Nouvelle Vague: Fino all’ultimo respiro / A bout de souffle, quello dall’esordio più spiazzante , di Jean Luc Godard, nel 1960, anche se una primogenitura andrebbe data al meraviglioso I 400 Colpi, 1959 di Francois Truffaut, che aveva fatto un film personale, autobiografico, dimostrando che il cinema può diventare arte universale parlando anche di sé stessi e dei propri fantasmi. E con un film molto scritto, a differenza di Godard che scompigliava invece la narrazione e lo script. Le due anime della Nouvelle Vague : quella dell’indole ebraica e infanzia travagliata riflettente su sé stessa, di Truffaut, e quella più scanzonata del francese ginevrino Godard, un po’ flaneur come i suoi personaggi, disincantati a parole, ma anche loro di un romanticismo aspro e nuovo. Ma anche anime complementari già come redattori dei mitici Cahiers du Cinéma, fondato nel 1951 da André Bazin, tanto più che A bout de souffle nasce da una sceneggiatura di 5 anni prima di Truffaut (di fatto disattesa). E pervasi tutti da un senso sacrale del cinema , della sua influenza nell’arte e nel cambiamento sociale. Se per Godard “ogni inquadratura è un gesto morale”, per Truffaut alla fine i film devono scorrere “come treni veloci nella notte”.
E allora Linklater ha abbracciato nel film in uno sguardo d’insieme tutti questi protagonisti della N.V., con un escamotage intelligentemente ironico , presentati uno a uno con didascalia come in un filmino tra compagni di scuola, Chabrol, Rohmer,Truffaut, Godard, e c’è pura la musa di quegli anni Juliette Greco, e un omaggio particolare a quello considerato il padre culturale di tutti loro, Roberto Rossellini.
Ma poiché il film deve parlare della genesi di A bout de souffle , durato esattamente 90’, altrettanto doveva essere per Nouvelle Vague. Ma soprattutto la bravura di Linklater ha evitato ogni cerebralismo e tecnicismo da addetti ai lavori, facendo scorrere quella leggerezza e voglia di vita desiderante , quella felicità creativa, che era la prerogativa di questi ventenni innamorati del cinema che ne scompigliavano la struttura classica e ne liberavano le potenzialità infinite verso altre tematiche e narrazioni , facendo film su se stessi, sui propri pensieri, sulla folla solitaria, sul paesaggio interiore.
Poi si è affidato per far rivivere li autori della N.V.a interpreti sconosciuti, ma altrettanto bravi e non solo di impressionante somiglianza agli originali : Aubry Dullin è Belmondo a 26 anni, Adrien Rouyard , Truffaut a 27, Antoine Besson, Chabrol 29 enne.
L’unica attrice di certa notorietà, per incarnare Jane Seberg 21enne , è la 31 enne Zoohe Deutch: figlia d’arte, top model sofisticata e attivista convinta sui diritti umani , con già all’attivo una ventina di film. Oltre all’emozionante somiglianza, Deutch evoca non poco il fascino della meravigliosa creatura di Fino all’ultimo respiro.
L’approccio filologico, ma non gravoso, al film di Godard ha portato a un b/n, formato 4:3, con l’originale camera Cameflex e la riproduzione ambientale aderente a quell’epoca. Godard /Guillaume Marbeck è molto credibile coi suoi occhiali scuri e le sue ossessioni che in realtà diventavano creazioni di cinema nuovo. Così siamo sempre catturati nel vedere come persino la tazzina spostata da una segretaria d’edizione diventi significante per l’autore, e come il montaggio a salti /jump cut crei straniamenti di sensi e suspense in scene apparentemente neutre, e questi stacchi imitino il battito di ciglia nella realtà. E poi come tanto avvenga fuori campo e non ce ne accorgiamo, come col tizio investito col suo motorino: avvertiamo solo il suono dell’impatto e lo vediamo già a terra esanime a fianco all’auto. Ma rimaniamo con la percezione di aver visto l’auto investirlo. E ancora è suggestivo come, in assenza di carrelli sofisticati e costosi, Godard abbia potuto riprendere Seberg e Belmondo in campo lungo e in piano sequenza lungo tutti gli Champs Elysees , introducendo nella cassettiera/porta pacchi a rotelle del postino in bicicletta l’agile camera da presa del già fotografo di guerra, poi inseparabile, Raoul Coutard , innovativo per i suoi movimenti di macchina e la luce naturale mantenuta.
E tutto questo Linklater ce lo mostra con una levità che è anche la gioia di vivere e di vita espressiva che trasmettevano questi giovani guerrieri che volevano cambiare il mondo immaginario e simbolico e certamente hanno trasformato il cinema da prodotto puramente di consumo industriale anche in opere d’arte.
A questo punto, dopo le agili intelligenti pennellate offerteci da Linklater, diventa un’esperienza ancora più affascinante ed emozionante entrare nell’originale A Bout de souffle/Fino all’ultimo respiro e rivederlo nel suo formato quadrato, restaurato in 4K, nella fotografia “naturale” che restituisce un abbagliante bianco e nero. Fin dall’inizio tutto trasuda una giovinezza fresca e travolgente. E le immagini ci vengono offerte come fiori fraganti . Belmondo che in auto parla volgendosi in camera direttamente a noi : “se non amate il mare, se non amate la montagna, se non amate la città… Allora andate al diavolo!” e diventa da allora per tutti noi l’immortale “Bebel”. Che allo specchio ogni tanto mima le mosse di boxe e si parla da solo quindici anni prima di Bob De Niro in Taxi Driver : “Non sarò granché bello, ma sono un gran pugile!”, e si accarezza lentamente col pollice il labbro inferiore, come il suo mito Humphrey Bogart che lo accosta da un poster de Il colosso d’argilla. Le citazioni scorrono anch’esse “veloci come treni nella notte”. Così la fanciulla con le trecce che vende le copie di Cahiers du cinéma all’angolo della strada sussurrando: “Signore, sostiene la giovane critica?”. E Jean Seberg che legge Le palme selvagge di Faulkner.
E Jean Seberg di nuovo all’inizio , la maglietta bianca con scritto Herald Tribune lungo i Camps Elysees, nella figurina minuta in jeans e ballerine, diventa un’apparizione d’ una grazia da ninfa danzante e immortale. Che torna indietro e deve alzarsi sulle punte per arrivare a schioccare un bacio sulla guancia del medio massimo Bebel. E Bebel che le fa una dichiarazione d’amore triste e disperata sulla sua “bellissima nuca, le bellissime spalle, le bellissime ginocchia”. Il meraviglioso inimitabile iconico taglio alla garconne, zazzeretta d’oro su occhi blu mare e lineamenti miniature.
Lei che gli confessa che lo ha denunciato agli agenti “perché prima volevo essere sicura di amarti” e aveva paura della vita randagia che le offriva fuggendo con lui in Italia. Una bellissima disincantata laconica storia d’amore senza futuro.
E le musiche di Martial Solal di piano jazz e sax che ci inseguono come Godard insegue nel montaggio I ‘ultima danza grottesca e senza speranza del pugile Belmondo all’incrocio degli Champs Elysees , che vuole essere colpito a morte , perché ora si sa tradito da Seberg. L’ultima immagine che vede, supino da terra, è quella del volto bellissimo e irraggiungibile di Patrizia/Seberg . E Bebel le fa le boccacce con amore e le sussurra ancora , fino all’ultimo respiro, come un bacio amaro : “dégueulasse”. E lei se lo ripete, bambina assorta, alzando gli occhi ora di cielo al cielo, divenuti comme la vague, col pollice a carezzarsi il labbro ed entrando così , assieme a Bebel , nelle loro eterne giovinezze.