Il No vince, la Costituzione non si tocca

I giovani dai 18 ai 34 anni hanno trainato la vittoria

E quindi, è No. No alla riforma della magistratura blindata dal governo, offerta senza dibattito in Parlamento, centrata sullo smantellamento degli organi di autogoverno di un potere dello Stato. Ma la sorpresa non è solo il No e il suo trionfo, 53,74% contro il 46,26% raggiunto dal Sì, ma è l’affluenza e la distribuzione per età del voto.

L’affluenza era stata ampiamente sbagliata dai sondaggisti: circa un 15% in più di quanto previsto, il 15% che ha fatto la differenza, si avvicina al 60% degli aventi diritto . Incredibile, per un referendum che si mostrava asfittico e rinchiuso nei tecnicismi poco comprensibili del diritto, almeno alle prime battute. Tanto che sembrava impossibile rovesciare una partita che partiva in salita, dal momento che nei primi mesi era il Sì in sicuro vantaggio. .

Cos’è successo? In buona sostanza come spiega il giudice Beniamino Deidda, già procuratore generale della Corte d’Appello, membro ufficiale del Comitato del No e instancabile messo delle ragioni del No in tutta Italia, è successo qualcosa che ora sembra inevitabile: la consapevolzza lenta ma inesorabile che la Riforma Nordio toccava la Costituzione, e andava a scardinare uno dei principi fondamentali voluti dai padri costituenti, ovvero l’alfa della democrazia, laseparazione dei poteri. “Del resto – aggiunge il giudice – questa è la quarta volta che un governo, al di là dei suoi orientamenti politici, cerca di cambiare il disegno costituzionale, ed è la quarta volta che i cittadini dicono No”.

No, non si passa. Il popolo italiano ha, come al solito quando si tocca la Carta, risposto in massa, riscoprendo il valore di una partecipazione che sembrava ormai perso. Allora la domanda è: sono stanche le democrazie o è il fossato fra classe politica e società civile a essere ormai, sempre di più incolmabile? Una buona domanda, in particolare se si pensa a questo governo, sempre proteso a parlare di popolo, sovranità popolare, in nome del popolo … quale popolo? Quello delle urne politiche e delle intenzioni di voto? Non sarà che molti cittadini ormai, non sentendosi rappresentati dalla politica, preferiscono stare a guardare, tranne quando squilla l’allarme sulle basi della democrazia?

La questione della Costituzione e della sua infiltrazione negli strati più profondi del Paese è molto interessante e dovrebbe essere di segnale per qualsiasi forza politica. Del resto, come argomenta anche Deidda, in questo Paese in cui sembrano ormai venire meno molti dei principi che lo connotavano, la Carta sembra rimanere un riferimento preciso e identitario per tutto il popolo italiano. Non solo al Nord, dove tre regioni hanno visto prevalere il Sì, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia (ma non nelle grandi città, Milano e Venezia ha prevalso il No) ma anche al Sud, dove sintomatico è stato il risultato di Palermo città, 68, 9% di No, che supera addirittura Bologna al 68,1%, mentre la città in assoluto più per il No è Napoli, oltre il 75%. Colossali le percentuali di partecipazione: laddove c’è il record negativo, in Sicilia, si viaggia comunque intorno al 46,15. Inarrivabile l’Emilia Romagna, quasi al 70% la partecipazione, (66,7) seguita dalla Toscana, 66,3%. La provincia emiliana in cui si è votato di meno, Piacenza, si attesta tuttavia a poco meno del 63%. Quanto ai risultati, la Toscana si conferma capo della volata per il No, che vince in tutte e dieci le province e in tutti e dieci i Comuni capoluogo.

Se questa è la situazione, “l’altra sorpresa – continua Deidda – è stata la partecipazione al voto della generazione fra i 18 e i 34 anni”. Sorpresa ma anche un segnale, importante, circa la vocazione politica di questa fascia giovanile. Viene il sospetto che qualcosa fosse giunto alle orecchie della premier, quando andò ospite da Fedez. Una generazione tutta da scoprire, che ha fatto la differenza in questo referendum. E ha mostrato, col 61% dei votanti per il No, che qualcuno, tutta la classe politica attuale, forse non li ha visti arrivare, ma ora deve tenerne conto.

Le reazioni politiche, ad ora, sono quelle prevedibili. Discorso istituzionale di Meloni (obbediamo come al solito alla volontà del popolo nonostante la delusione, il senso del suo primo messaggio), preoccupazioni da alcuni dei suoi, ad esempio Fazzolari, per quanto riguarda i magistrati dopo questa vittoria. Infatti il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dopo la vittoria del No, torna da adombrare il fatto che su due argomenti fondamentali per gli italiani, “maggior controllo dell’immigrazione illegale e maggiore incisività in termini di sicurezza”, si riscontra che “che molte delle norme attuate vengono poi indebolite da decisioni prese dalla magistratura: all’esito del referendum la preoccupazione è che questa azione potrebbe diventare ancora più invasiva”. Insomma ha vinto il No, è vero, però facciamo attenzione. A chi? Ai magistrati. Una posizione che potrebbe diventare paradossale nel prosieguo di questi ultimi 15 mesi, anche perché, come faceva osservare Lina Palmerini nel confronto su La 7 ieri sera, il significato di questo referendum è stato quello che la preferenza popolare davanti alla scelta magistrati-politica, è andata ai magistrati. con buona pace della perdita di credibilità e dei racconti scagliati come pietre in queste settimane

Infine, la vera domanda, da oggi in poi, è: quali effetti avrà questa vittoria sul panorama politico e sul governo? Quanto a quest’ultimo, è difficile che Meloni, stretta fra amici ingombranti cme Trump, scelte economiche difficili come quelle che si stanno prospettando con inflazione in crescita insieme al costo dell’energia e delle materie prime, possa davvero cambiare squadra, come qualcuno si auguro evocando un “rimpastino”. Non conviene mostrare crepe, in questo periodo, e del resto è sempre sul tavolo la prossima mossa, la legge elettorale. Che per assurdo, e in previsione del premierato, potrebbe addirittura trarre vantaggio da questa sconfitta, che potrebbe essere letta come la prima rottura importante di quella magia che fino ad ora ha legato Italia e Meloni. E come tale, per prevenire lo sfaldamento inevitabile che potrebbe seguire, il governo potrebbe essere tentato di incalzare il ritmo delle novità promesse nel patto elettorale. Altra estrema ratio quella di andare alle elezioni anticipate, ma per ora, con le guerre in corso e forse la necessità di prendere decisioni scomode, la leader di FdI potrebbe essere indotta a prudenza. Del resto, come dice Landini in conferenza stampa, “chi governa non deve comandare, ma deve avere la pazienza di confrontarsi” con il Paese. Mentre risuonano entusiastici i commenti del centrosinistra, a cominciare dalla segretaria del Pd Schlein che ribadisce “li manderemo a casa” al prossimo appuntamento elettorale, sottolineando che da questa vittoria giunge “un messaggio per noi. Il Paese chiede un’alternativa e noi abbiamo la responsabilità di organizzarla. C’è già una maggioranza alternativa al governo. Questo voto ci consegna una grande responsabilità”, il leader dei 5 Stelle Giuseppe Conte sottolinea l’importanza dei giovani nel verdetto delle urne e “4 anni senza riforme, il governo non ha niente da esibire”.

Infine, Deidda sottolinea: “La grande richiesta, la di là del referendum, che sale in particolare dai giovani è che il disegno costituzionale sia applicato nella sua interezza”. Del resto, conclude Simone Aiazzi, della Direzione nazionale del Movimento Repubblicani Europei, segretario regionale toscano, “ancora una volta, ha vinto la Costituzione italiana. Chi ha votato, al di là delle opinioni, ha votato perché crede che la Costituzione italiana rimanga una pietra angolare del nostro ordinamento statale e andarla a toccare è come toccare la coscienza dell’unità del Paese. Divisione dei poteri, indipendenza e autonomia della magistratura: Calamandrei ha vinto ancora una volta”.

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