Il ruolo centrale del giornalismo nel combattere la disinformazione

Parlano esponenti del Centro per il pluralismo dei media e la libertà di stampa presso l’IUE

Libertà dei media e alfabetizzazione mediatica come elementi essenziali per il funzionamento delle società democratiche contemporanee. E un particolare richiamo alla necessità di un’informazione non manipolata da interessi di parte, nei tempi di guerra che stiamo vivendo. Sono gli elementi basilari di Voices, il primo Festival europeo del giornalismo e della libertà dei media, ribaditi nel corso della terza edizione che si è conclusa alcuni giorni fa a Firenze. Commenta Giovanni Melogli, Coordinatore di Voices presso European University Institute: “In un’epoca in cui i nuovi mezzi di comunicazione sembrano decisamente più adatti a condizionare e influenzare i cittadini piuttosto che ad informarli, Voices vuole ribadire la centralità del giornalismo e della media litteracy nel combattere propaganda e disinformazione”.

Dietro questo festival c’è un consorzio eterogeneo di organizzazioni europee impegnate a rafforzare la libertà dei media come elemento essenziale per il funzionamento delle nostre società democratiche. Si tratta del Centre for Media Pluralism and Media Freedom (partner capofila con sede presso l’European University Institute di Firenze), della European Federation of Journalists, dello European Centre for Press and Media Freedom (ECPMF), dell’AISBL EBU-UER, della European Association for Viewers Interests, di Lie Detectors, di Savoir Devenir e di Deutsche Welle. Inoltre, l’Unione dei Giornalisti di Macedonia e Tracia (ESIEMTH) è partner affiliato del progetto. Voices è cofinanziato dall’Unione Europea.

La terza edizione che si è svolta a Firenze ha riunito oltre 2.000 partecipanti e più di 100 relatori, tra cui giornalisti, professionisti dei media e accademici provenienti da tutta Europa e oltre. Nel corso di tre giorni di discussioni, interviste e dibattiti pubblici, il festival ha esaminato le crescenti sfide che il giornalismo affronta a livello globale — in particolare la libertà di stampa, la sicurezza dei giornalisti e il ruolo dell’informazione indipendente in tempi di guerra, disinformazione e pressioni politiche.

Tra i relatori figurava la Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, che ha avvertito come il giornalismo comporti una responsabilità particolare in un contesto informativo sempre più polarizzato: “La stampa internazionale deve essere responsabile, evitare di fungere da megafono per la propaganda israeliana e riportare i fatti», ha dichiarato, evidenziando quello che ha definito «un doppio standard molto grave» nella credibilità spesso concessa alle fonti palestinesi e ai giornalisti che raccontano le proprie comunità”.

I rischi affrontati dai giornalisti che operano nelle zone di conflitto sono stati un tema centrale durante tutto il festival. Mortaza Behboudi, giornalista franco-afghano che ha raccontato a lungo la regione, ha sottolineato il ruolo indispensabile dei reporter locali nella comprensione dei conflitti: “Senza reporter locali e voci locali, semplicemente non possiamo capire cosa sta realmente accadendo in Iran, Afghanistan o Gaza”.

Eman Alhaj Ali, giornalista palestinese da Gaza, ha descritto come la guerra plasmi la vita dei giornalisti sul campo:  “Dico sempre “ho sette guerre alle spalle” come una sorta di battuta amara — a Gaza contiamo il tempo in modo diverso. Misuriamo il tempo in base a quante volte siamo sopravvissuti a un’aggressione», ha detto. «Come giornalista a Gaza, non sai mai se l’articolo che stai scrivendo sarà l’ultimo.»

Il festival ha inoltre affrontato la trasformazione del giornalismo nell’era digitale e le sfide del racconto in un panorama mediatico sempre più frammentato. La conduttrice di Sky News UK Barbara Serra ha sottolineato la persistente importanza del lavoro sul campo e del giornalismo investigativo: «Siamo nel mezzo di una trasformazione radicale dei media. Alcune cose si stanno perdendo, ma ciò che resta più prezioso del giornalismo tradizionale è il lavoro sul campo, le inchieste e il contesto. Sono cose che l’intelligenza artificiale non può davvero fare.»

Il festival si è concluso con il lancio di “Voices for Justice”, una dichiarazione che chiede un’azione internazionale più incisiva per proteggere i giornalisti e porre fine all’impunità per i crimini contro la stampa.

Abbiamo affrontato alcune delle tematiche del Festival, in dialogo con Iva Nenadic, Coordinatrice scientifica del Centro per il pluralismo dei media e la libertà di stampa presso l’Istituto Universitario Europeo ed Elda Brogi, Vicedirettrice del Cento.

Quali sono state le linee di approdo principali degli approfondimenti di “Voices Festival”?

Iva Nenadic: “Se dovessi riassumere un festival e una conversazione così ricchi in un solo punto, sarebbe l’urgenza di proteggere il nostro diritto di sapere. Voices è il festival europeo del giornalismo e della libertà dei media, ma un giornalismo di qualità, economicamente solido e indipendente non è un fine in sé. Viviamo in un paradosso in cui non ci sono mai state così tante notizie e informazioni disponibili, ma non è mai stato così difficile distinguere le informazioni accurate da quelle manipolate, soprattutto ora con tecnologie di intelligenza artificiale generativa facili da usare – e da abusare. In un contesto del genere, le voci di riferimento sono essenziali. È fondamentale avere un giornalismo forte, professionale e responsabile che sostenga una sfera pubblica informata e che chieda conto ai potenti: sia ai politici, ma anche ai proprietari delle grandi aziende tecnologiche, che stanno plasmando sempre più i nostri spazi informativi senza un’adeguata responsabilità”.

L’intelligenza artificiale in mano a pochi colossi digitali è una minaccia per l’indipendenza del giornalismo?

Iva Nenadic: “Sì, lo è. I giganti digitali, come li avete definiti, stanno estraendo valore dal giornalismo per addestrare i propri modelli e, ad esempio, generare riassunti basati sull’intelligenza artificiale. Questi riassunti spesso soddisfano i nostri bisogni informativi immediati e molti utenti non cliccano ulteriormente sulla fonte originale. La perdita di quel clic equivale al crollo del modello di business dei media. Senza clic, non ci sono entrate pubblicitarie. Il giornalismo è costoso da produrre: le inchieste richiedono tempo e risorse, inclusi gli stipendi dei giornalisti. Un giornalismo economicamente debole diventa un facile bersaglio per indebite influenze politiche e, allo stesso tempo, si indebolisce la funzione di “watchdog” del giornalismo, fondamentale per tutelare l’interesse pubblico contro lo sfruttamento delle risorse comuni a fini politici o commerciali”.

Il giornalismo italiano appare sempre più fragile: precariato, vendita di copie a picco, tv dominate da talk show. La responsabilità è più dell’ascesa dei social o degli editori?

Elda Brogi: “La crisi del giornalismo italiano e’ provocata da una serie di cause interconnesse e che non possono essere spiegate con un unico fenomeno. I social network hanno sicuramente cambiato gli equilibri dell’informazione, in Italia come dappertutto, rompendo il vecchio monopolio dell’ attenzione da parte dei media tradizionali e premiando soprattutto la rapidità e il sensazionalismo, piuttosto che la qualità dei contenuti. Questo cambiamento ha spostato anche le tradizionali risorse del sistema mediatico, in primis le risorse da pubblicità, mettendo in difficoltà economica molte redazioni. I social catalizzano, poi, l’attenzione e quindi influiscono pesantemente sull’ audience dei media tradizionali. Detto questo, una parte importante della responsabilità ricade anche sugli editori, che troppo spesso hanno risposto alla crisi limitandosi a tagliare i costi invece di investire in innovazione reale. In televisione, i talk show prevalgono anche perché costano meno rispetto a qualsiasi altra produzione audiovisiva e riescono ad attirare un pubblico spesso polarizzato. Nei media tradizionali sembrano mancare investimenti seri nelle inchieste, nel digitale e in modelli di business capaci di reggere nel tempo. Per questo i social hanno certamente accelerato la crisi, ma non possono esserne considerati l’unica causa.

Il connubio tra Donald Trump e le Big Tech rappresenta un rischio per l’informazione e la democrazia?

Iva Nenadic: “La questione dell’intreccio tra politica e piattaforme rappresenta un rischio sistemico: il potere di definire l’agenda rischia di concentrarsi ed essere controllato. La ricerca interdisciplinare condotta presso il Centre for Media Pluralism and Media Freedom dell’Istituto Universitario Europeo evidenzia che la democrazia dipende da intermediari indipendenti e da condizioni di mercato sane e dalla concorrenza, nel rispetto del pluralismo e dei diritti umani fondamentali. In questo senso, qualsiasi stretto allineamento tra attori politici e piattaforme dominanti può minacciare l’integrità dei sistemi dell’informazione e dei media”.

L’Unione Europea sta sottoponendo l’AI Act ad un processo di revisione attraverso la proposta della Commissione dell'”Omnibus Digital”, che pare allentare le regole. Cosa ne pensate?

Elda Brogi: “L’idea di rivedere l’AI Act attraverso il Digital omnibus della Commissione Europea può essere letta come un tentativo di trovare un equilibrio più realistico tra regole e innovazione, anche alla luce del rapporto Draghi. Da un lato, un alleggerimento mirato può avere senso per favorire magari nuovi entranti nel mercato e per favorire l’innovazione. Dall’altro, però, c’è il rischio di indebolire la certezza del diritto e il peculiare approccio europeo alla regolazione delle nuove tecnologie. Altra questione e’ se l’Europa stia scegliendo liberamente questa strada, o se ci stia semplicemente scivolando per questioni geopolitiche”.

Scrive Gary Rivlin nel suo libro “I padroni dell’AI”: “Mi sono  rassegnato a un mondo in cui a dominare l’AI generativa sono sempre i soliti sospetti (Microsoft, Google, Meta, Nvidia e pochi altri). Temo che gli stessi giganti tech ad aver rovinato la tecnologia degli anni 2010, possano ripetersi con l’intelligenza artificiale generativa”. Siete d’accordo con lui?

Elda Brogi: “E’ difficile negare che il mercato dell’AI generativa sia oggi fortemente concentrato nelle mani di pochi grandi attori. Hanno risorse, dati, infrastrutture e capacità di calcolo che creano barriere d’ingresso enormi per chiunque voglia entrare nel mercato. In questo senso, il rischio di una nuova concentrazione di potere è reale e dovremmo prendere spunto dagli errori di valutazione fatti con I GAFA e agire di conseguenza. Detto questo, il contesto dell’AI è anche diverso. L’ ecosistema pare più aperto rispetto a quello delle grandi piattaforme online, ad esempio: modelli che non si basano sui network personali (per cui meno difficili da abbandonare), modelli open source, comunità di ricerca attive e più vigili, e una maggiore attenzione pubblica e regolatoria, nonostante I cedimenti alla geopolitica.  Detto questo, il rischio del dominio di mercato dei soliti noti o comunque di pochi soggetti è forte. Il rischio è anche che le maggiori società di AI siano anche (solo) provenienti da USA e Cina”.

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