Volevano separare i pm dai giudici e li ha stoppati il referendum del 23 marzo. Poi è toccato agli avvocati, li volevano separare da loro stessi per farne una specie di agenti al servizio del governo e li ha stoppati Mattarella. Ma a che prezzo. Giornate convulse di contatti fra Palazzo Chigi e il Quirinale, di maratone notturne alla Camera con occupazione dei banchi del governo da parte dell’opposizione, espulsioni di deputati, ‘Bella ciao’ dentro e fuori Montecitorio e bagarre, come spesso succede quando infuriano le battaglie identitarie. E quella sulla sicurezza è stata una delle più incandescenti. C’era in ballo il quinto decreto offerto dal governo, approvato poi, dopo la fiducia, con 162 voti favorevoli, 102 contrari ed un astenuto.
Ma stavolta è successo qualcosa di davvero straordinario, che non si era mai visto in questi termini. Sul finale della corsa di conversione del decreto è stato inserito, all’insaputa di molti parlamentari anche della maggioranza, un emendamento del governo, l’ormai famoso 30 bis, che prevedeva un contributo o ‘bonus’, o ‘taglia’ che dir si voglia, di 615 euro, pagato dallo Stato all’avvocato che avrebbe seguito la pratica di rimpatrio volontario di un migrante, compenso retribuito solo all’esito del ricorso, cioè solo se il migrante fosse poi effettivamente tornato a casa. Di più: il compenso doveva essere erogato dal Consiglio nazionale forense che ha subito protestato dichiarandosi indisponibile e lamentando anche il fatto di non essere stato consultato prima. Di contro, viene cancellato il patrocinio gratuito per il migrante che fa ricorso al provvedimento di espulsione.
“Con una fattispecie del genere si incorre in due reati: il reato di patrocinio infedele e quello di corruzione – ha spiegato nel suo accesissimo intervento alla Camera il leader del M5S Giuseppe Conte – L’avvocato viene pagato dallo Stato, che è l’avversario del cliente, per convincere il cliente a sottoscrivere una soluzione contro i suoi interessi”. E si va in palese rotta di collisione con l’art. 24 della Costituzione (‘Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento’). Era evidente che questo emendamento non poteva passare e Mattarella, appena letto il testo, ha estratto subito il cartellino rosso. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, si è precipitato al Quirinale, quasi un’ora di confronto serrato per trovare una soluzione, considerati i tempi strettissimi: con la scadenza del decreto il 25 aprile, non si potevano fare modifiche che avrebbero richiesto un ulteriore passaggio al Senato. Ma il 30 bis, così come concepito, non avrebbe mai avuto il nulla osta. Ed è uscito dal cilindro degli azzeccagarbugli la soluzione di un altro decreto correttivo da varare in corsa, contestualmente all’altro.
E così è successo che, mentre alla Camera si stava votando a tappe forzate un decreto con un emendamento già riconosciuto come incostituzionale, l’ufficio legislativo di Palazzo Chigi provvedeva alla stesura del testo correttivo, che il Consiglio dei ministri ha licenziato in una seduta lampo, subito dopo l’ok della Camera al primo provvedimento. Finiscono entrambi sul tavolo di Mattarella e il Quirinale conferma l’avvenuta ricezione: “Sono stati sottoposti in data odierna al Presidente della Repubblica la legge di conversione del decreto – legge 24 febbraio 2026, n. 23, recante disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e il decreto-legge correttivo di alcune disposizioni del predetto decreto-legge come convertito in legge. Il Presidente della Repubblica ha quindi promulgato la legge di conversione del decreto-legge n. 23 e, successivamente, ha emanato il decreto-legge correttivo, che entrerà in vigore lo stesso giorno della predetta legge di conversione”. Nonostante il tono asettico e quirinalizio della nota,si tratta di poche righe eloquenti che fanno toccare con mano il pasticcio fatto dal governo, e si può solo immaginare l’imbarazzo del Presidente della Repubblica.
La correzione prevede che il contributo di 615 euro per chi fornisce assistenza nella procedura di rimpatrio volontario assistito, sarà subordinato “alla conclusione del procedimento amministrativo e non più all’esito della partenza del migrante”. Inoltre viene ampliata ad altre figure professionali, come onlus o mediatori culturali, la platea dei beneficiari del compenso, erogato direttamente dallo Stato e non più dal Consiglio Nazionale Forense. Questo, a stretto giro, ha espresso “soddisfazione per il recepimento, da parte del Governo, delle preoccupazioni e dei rilievi espressi sul proprio coinvolgimento nel procedimento di rimpatrio volontario assistito, che prevedeva un ruolo dell’istituzione dell’avvocatura che non rientra tra i compiti che la legge le assegna, e per l’approvazione del decreto correttivo che modifica la disciplina dell’assistenza ai migranti, svincolandola dalla attività difensiva e dall’esito dell’effettivo rimpatrio”.
Resta aperta la questione della copertura economica, segnalata dalla ragioneria di Stato in corso d’opera. La bollinatura era arrivata prevedendo un costo per circa 800 rimpatri volontari l’anno ma ora quei costi aumenteranno. Non a caso il decreto correttivo prevede un ulteriore passaggio attuativo con un “decreto del Ministro dell’Interno, con cui saranno definiti anche i criteri per l’individuazione dei rappresentanti che possono svolgere l’attività di assistenza al rimpatrio e per la corresponsione del relativo compenso”. Insomma, il famigerato emendamento potrebbe restare appeso o finire su un binario morto.
L’ennesimo decreto sicurezza contiene però molto altro ma serve soprattutto a sventolare la bandiera identitaria più importante del governo Meloni che, in questa occasione, ha ricompattato il fronte sovranista e antimigranti dei Fratelli d’Italia e della Lega, rincorrendo a destra lo scissionista Vannacci e regalando qualche mal di pancia ai più moderati di Forza Italia. I problemi di compatibilità costituzionale e i rilievi di Mattarella iniziarono subito a febbraio scorso prima ancora che il decreto venisse licenziato da Palazzo Chigi. A cominciare dalle nuove disposizioni sul fermo preventivo: può essere disposto fino a 12 ore nei confronti di persone ritenute pericolose per la sicurezza pubblica, e sulla base di elementi concreti. Il pm deve esserne informato “immediatamente”. Non era così nella formulazione iniziale. Idem la norma sullo ‘scudo penale’ per agenti e militari che commettono un reato in servizio, con “causa di giustificazione”: vengono iscritti in un registro indagati ad hoc. Dopo l’intervento del Quirinale, ora quello ‘scudo’ viene esteso a tutti alle stesse condizioni.
C’è ancora, fra i 33 articoli del nuovo dl sicurezza, la stretta sui ‘maranza’, per cui “chi porta fuori casa, e senza motivo valido, un coltello di almeno otto centimetri rischia il carcere da sei mesi a tre anni”. Ancora, si potenzia il ‘daspo’, la misura di allontanamento dalle città e sparisce la ‘giustificazione’ della lieve entità di stupefacente per chi spaccia “in modo continuativo e abituale”, poi vari altri interventi di grande presa populista.
Eccolo quindi l’ennesimo manifesto securitario del governo che, quanto più è in difficoltà, tanto più preme l’acceleratore sulla sicurezza per riconnettersi con il suo elettorato. Non a caso i cinque decreti nascono più da fatti di cronaca che non da un disegno di riforma complessiva, in un settore su cui Giorgia Meloni ha puntato molto ma senza grandi soddisfazioni. Tanto che lei stessa aveva annunciato nella conferenza di gennaio “un cambio di passo sulla sicurezza” per poi, più recentemente, ammettere in Parlamento che non è “soddisfatta” dei risultati.
Dopo è successo di tutto, la sconfitta bruciante del referendum sulla giustizia, la rottura con l’amico Donald Trump e, ultimissimo, lo scorno di quel deficit-Pil dell’Italia al 3,1% per il 2025, certificato da Eurostat, che esclude l’uscita dalla procedura europea per disavanzo eccessivo, su cui il governo puntava per fare l’ultima finanziaria della legislatura con un maggiore agio di spesa. E la prospettiva, con la guerra in Medio Oriente che colpisce l’economia globale, aggrava il quadro.
Così la presidente del Consiglio si rifugia in questa amplificazione dell'”eterna emergenza sicurezza. Ma può essere davvero la risposta giusta per la gestione dell’ultimo anno di legislatura? – si chiede Flavia Perina, che la destra ha studiato in tutte le sue forme – O è soltanto la comfort zone dove il centrodestra trova riparo in un momento di confusione e incertezza?”. Può darsi, ma intanto si può sventolare la bandiera di un’altra promessa mantenuta e Giorgia Meloni non esita a farlo subito sui social dopo l’approvazione del decreto. Già aveva commentato che non c’era nessun pasticcio ma solo “rilievi tecnici” del Quirinale da recepire. E alla fine : “Il governo compie un altro passo concreto per rafforzare la tutela dei cittadini, difendere chi indossa una divisa e affermare con chiarezza un principio semplice: in Italia la legalità non è negoziabile”.
Tutto rientrato? Non proprio. La disinvoltura con cui si sono forzate regole e princìpi costituzionali sulla vicenda dei rimpatri e degli incentivi agli avvocati “promette di restare negli annali”, ha commentato il professor Gaetano Azzariti, aggiungendo la preoccupazione per “una degenerazione del processo legislativo senza precedenti” legata all’uso dei decreti legge, ormai usati come tappabuchi”. L’uso improprio della decretazione, a onor del vero, non è caratteristica esclusiva di questo governo che pure ne ha emanati 127 di cui 115 con la fiducia. Ma stavolta si è aperta la falla del decreto ‘correttivo’ per scantonare i rilievi del Quirinale, mortificando ulteriormente il Parlamento, ridotto ormai a mero esecutore della volontà del governo. E pensare che i costituenti avevano concepito il decreto legge per “i casi straordinari di necessità e di urgenza” (art . 77).
Così l’altra Costituzione, quella materiale, che avanza spedita e che, in nome della volontà del popolo sovrano, tende ad amplificare il peso dell’esecutivo a danno degli altri poteri dello Stato, sembra non fermarsi, nonostante lo stop del referendum che ha costruito una barriera intorno alla magistratura. Si può andare avanti, sembra sostenere il governo, anche mettendo da parte le riforme costituzionali, che non hanno avuto fortuna. La decretazione può diventare pratica legislativa ordinaria che il governo si attribuisce imbavagliando il Parlamento. Ed è già in caldo una nuova legge elettorale voluta da Fratelli d’Italia che, con un premio di maggioranza sconsiderato e con l’indicazione del premier sulla scheda elettorale, arriva al premierato con procedura ordinaria, nonostante la riforma costituzionale al momento sia stata messa in un cassetto.