“Nei Caffè siedono coloro che vogliono rimanere in solitudine. Perciò hanno bisogno di compagnia”. È così che lo scrittore viennese Alfred Polgar evoca uno dei luoghi più rappresentati della Vienna fin de siècle: il caffè letterario.
Il „Wiener Kaffeehauskultur“, patrimonio dell’umanità in quanto “pratica sociale” dal 2011, nasce dall’interazione con l’Impero ottomano: l’evento storico fondamentale che avrebbe esportato il consumo di caffè nella capitale austriaca sarebbe stato l’assedio turco del 1638. Emblema viennese e secondo Michael Rössner, membro dell’accademia austriaca delle scienze, elemento culturale discriminante tra cultura austriaca e cultura tedesca, i “Kaffehäuser” si moltiplicano nella Mitteleuropa, immenso spazio culturale che si espande grosso modo (tenendo conto delle diverse posizioni storiografiche nelle accese discussioni sui confini di questo) dal Reno ai confini occidentali dell’attuale Ucraina, dal Baltico ai Balcani; crogiolo di culture, etnie, lingue, visioni del mondo e fedi tra Oriente e Occidente tenuto assieme fino al 1918 dalla corona Asburgica.
I caffè letterari viennesi si sviluppano attorno ad una bacca proveniente dal Medio Oriente: il caffè. Scoperto inizialmente dagli arabi ed introdotto cautamente nella quotidianità, poiché considerato a lungo come “narcotico”, il suo consumo nel continente cresce esponenzialmente nel secolo dei Lumi: prima nelle grandi metropoli di Londra e Parigi che si riforniscono attraverso i porti sul delta del Tamigi e a Marsiglia, poi via via in tutta Europa.
È proprio sui tavolini di marmo dei caffè viennesi, accanto ad una tazza di caffè che nasce la cosiddetta “Kaffehausliteratur”, ovvero la letteratura creata nei caffè e sui caffè. “Im Nachtcafé” (1911) dell’austriaco Peter Altenberg ed il più recente “Meine Caféhäuser” (1982) del connazionale Heimito von Doderer ne sono esemplari.
Ciò che in particolare distingue i caffè letterari dalle gallerie d’arte o dai musei è proprio il caffè in senso simbolico, ovvero il prezzo per una tazza di questo, che si sostituisce al biglietto d’ingresso. “Il biglietto è il prezzo della bevanda”, dichiara Stefan Zweig ne “Il mondo di ieri” ed è proprio questa economicità che rende possibile la democratizzazione del sapere. Così il caffè diventa luogo di dibattito intergenerazionale, trans-sociale, di osmosi tra le arti e le scienze, di lettura di giornali (obbligatoriamente presenti secondo le norme Unesco) e di circolazione di idee.
Nei suoi “Microcosmi” Magris, seduto al caffè San Marco, ricorda la funzione sociale di questi. Sono terre di mezzo tra spazio pubblico e spazio privato, dogana in cui l’internazionale (tramite i giornali, i girovaghi e gli esiliati) irrompe nel nazionale: lo stesso Caffè San Marco è stato il rifugio tra il 1904 ed il 1920 di una grande anima irlandese: James Joyce. I caffè dell’Europa centrale sono stati quindi anche delle “piccole patrie”. Incarnazione dello spirito di dialogo illuministico, i caffè centroeuropei hanno dato alla luce i grandi spiriti europei: Gianni Stuparich, ricorda il fermento intellettuale del Caffé Garibaldi di Trieste animato da Scipio Slataper, Italo Svevo, Umberto Saba. Sono però anche delle vere e proprie “palestre politiche”.
Nell’‘800 i giovani indipendentisti si riuniscono nei caffè letterari di Vienna, Praga e Budapest. Nel 1848, anno della primavera dei popoli, al Café Pilvax di Budapest il poeta e patriota Sandór Petöfis declama la sua poesia, diventata poi canto nazionale e nazionalistico “Talpramagyar, hí a haza!” (in tedesco: ,,Auf, die HeimatruftMagyare!“, in italiano: “sollevatevi, la patria chiama, o magiari!”). A Leopoli (chiamata Lviv in ucraino, Lwów in polacco e Lemberg in tedesco) nella Galizia orientale, crocevia di culture yiddisch, ucraina e polacca, si sviluppa l’indipendentismo ucraino: negli anni ’10 del ‘900 tra il caffè Schneider e il caffè Monopol gravitano giovani artisti attratti dalla retorica dell’intellettuale patriota Ivan Franko, a cui è intitolata l’università di Leopoli. Nel 1884 viene fondato il caffè praghese “Slavia” il cui nome testimonia una certa volontà “slava” di emancipazione dall’Impero austro-ungarico.
I caffè letterari mitteleuropei sono anche luogo di una memoria dolorosa cancellata dalla follia totalitaria, quella di Hugo von Hofmannsthal, di Elias Canetti e di Joseph Roth, dell’intellighèntsia ebraica viennese, chiave di volta della Cacania, che è la nostra Europa.