Guerra, capitale e Intelligenza artificiale

Come gli sciami di droni stanno ridisegnando l’industria bellica globale

L’adozione di sciami di droni potenziati dall’intelligenza artificiale rappresenta una delle più radicali trasformazioni sul campo di battaglia degli ultimi decenni. Non si tratta più di velivoli isolati, guidati a distanza, ma di vere e proprie flotte di macchine autonome che comunicano tra loro, elaborano strategie condivise e colpiscono in modo coordinato.

La chiave non è solo l’hardware, ma soprattutto il software di gestione degli sciami. I moderni sistemi utilizzano algoritmi di intelligenza artificiale distribuita e protocolli di comunicazione “mesh” che consentono a ogni drone di fungere da nodo della rete. In questo modo lo sciame mantiene la coesione anche se alcuni velivoli vengono abbattuti o perdono il contatto con il comando centrale.

Piattaforme come l’Auterion Skynode e il relativo swarm engineconsentono di controllare contemporaneamente decine di droni diversi, compatibili grazie a standard aperti. Il software fornisce funzionalità di pianificazione delle rotte, rilevamento ostacoli e decisioni cooperative: un singolo drone che rileva un bersaglio può “notificare” l’intero gruppo, che si riorganizza di conseguenza. Altre aziende, come la tedesca Helsing, sviluppano algoritmi predittivi che sfruttano l’IA per ottimizzare la strategia dello sciame in tempo reale.

L’aspetto più innovativo è che le decisioni non vengono più prese in maniera centralizzata da un operatore umano, ma distribuite tra i droni stessi. Questo riduce i tempi di reazione a pochi millisecondi, consente allo sciame di saturare rapidamente le difese avversarie e rende impossibile prevedere ogni manovra. In pratica, la massa numerica dei droni, combinata con la loro capacità di adattamento, permette di superare barriere difensive tradizionali: non serve più la superiorità qualitativa di un singolo velivolo, ma la logica collettiva di un insieme di unità intelligenti.

Negli Stati Uniti i test sono iniziati già nel 2016 con l’US Navy, mentre la Cina ha mostrato dimostrazioni pubbliche di sciami dal 2017. L’invasione russa dell’Ucraina ha accelerato ulteriormente la corsa: Kiev utilizza droni di vario tipo, dai kamikaze economici ai velivoli più sofisticati, e in collaborazione con partner occidentali sta trasformando la guerra in un laboratorio reale per testare nuove generazioni di sistemi autonomi.

La vera rivoluzione deriva dai dati: ogni missione dei droni fornisce informazioni che alimentano i modelli di addestramento, accelerando lo sviluppo di sistemi sempre più autonomi. L’ampio volume di dati di combattimento raccolto in Ucraina ha già creato le basi per una nuova generazione di sciami ancora più letali ed efficaci.

Il ritorno del capitale europeo nella difesa

Dietro questa accelerazione tecnologica si muove anche un attore finanziario che per decenni era rimasto defilato: il venture capital europeo. La guerra in Ucraina ha cambiato radicalmente il contesto, rendendo la sicurezza un obiettivo strategico per governi e investitori.

I dati mostrano una svolta: nel 2024 gli investimenti in “defence & security tech” in Europa hanno raggiunto i 5,2 miliardi di dollari (+24% rispetto al 2023) (FT). Il settore rappresenta ormai circa il 6,2% del capitale VC europeo, rispetto a meno dell’1% prima del 2020 (Tech.eu).

Le startup europee della difesa hanno raccolto complessivamente 1,5 miliardi di dollari nell’ultimo anno (Resilience Media), mentre nel complesso delle nazioni NATO le cifre hanno superato i 9 miliardi. Tuttavia, secondo McKinsey, l’ecosistema europeo resta indietro di almeno cinque anni rispetto a quello statunitense, soprattutto in termini di capacità di “scalare” aziende e attrarre contratti governativi di lungo periodo (McKinsey).

Il cambio di percezione è evidente: investire nella difesa non è più visto come uno stigma morale, ma come parte integrante della sovranità tecnologica. Programmi come l’European Defence Fund incentivano lo sviluppo di tecnologie a duplice uso, mentre fondi privati iniziano a superare clausole che storicamente vietavano investimenti militari.

Un esempio del nuovo dinamismo è l’azienda tedesca Stark, che nel 2024 ha aumentato il personale da 5 a oltre 200 dipendenti (+3900%) grazie a finanziamenti venture (Sifted).

La Russia e l’assenza dal boom dell’IA

In questo scenario globale colpisce l’assenza della Russia. Nonostante le dichiarazioni di Vladimir Putin del 2017 – “chi guiderà l’intelligenza artificiale guiderà il mondo” – Mosca è rimasta ai margini del boom dell’IA.

Le ragioni sono molteplici: sanzioni, isolamento internazionale, fuga di talenti e militarizzazione dell’economia. La Russia utilizza l’IA soprattutto in funzione bellica – droni, sorveglianza, propaganda – ma fatica a sviluppare un ecosistema innovativo e competitivo.

La vicenda di Nebius è emblematica. Originariamente parte del gruppo Yandex, colosso tecnologico russo, Nebius è nata come divisione cloud. Dopo l’invasione dell’Ucraina, Yandex ha dovuto separare le attività: gli asset russi sono stati venduti a un consorzio locale, mentre le operazioni internazionali – tra cui un grande data centre in Finlandia con oltre 60.000 GPU Nvidia – sono state trasformate in Nebius Group N.V., con sede ad Amsterdam (ReutersWikipedia).

Oggi Nebius ha firmato un accordo da 17,4 miliardi di dollari con Microsoft per la gestione di data centre negli Stati Uniti e prevede investimenti per oltre 1 miliardo di dollari in infrastrutture AI in Europa entro il 2025, compreso l’ampliamento del campus finlandese e nuovi cluster a Parigi (Reuters).

La parabola di Nebius dimostra come competenze e infrastrutture russe siano migrate all’estero, indebolendo la capacità di Mosca di partecipare al boom globale dell’IA.

A questo si aggiunge la fuga di imprenditori e investitori: figure come Yuri Milner, tra i primi a finanziare giganti come Facebook e Twitter, hanno lasciato la Russia da anni e rinunciato alla cittadinanza russa nel 2022, dichiarando che “il 97% della mia ricchezza è stato creato fuori dalla Russia” (Moscow Times). Milner si aggiunge a una lunga lista di talenti, da Arkady Volozh (fondatore di Yandex) a Sergey Brin (cofondatore di Google, nato a Mosca), che hanno scelto l’estero come terreno di innovazione.

In sintesi: tecnologia, guerra e capitale in un equilibrio fragile

Le tre dinamiche – lo sviluppo degli sciami di droni, il ritorno del venture capital europeo nella difesa e il declino relativo della Russia – compongono un quadro coerente. La guerra in Ucraina ha accelerato processi già in atto: la militarizzazione dell’intelligenza artificiale, il superamento dei tabù sugli investimenti bellici in Europa e la marginalizzazione di Mosca come attore tecnologico globale.

Se il futuro delle guerre sarà dominato da sciami di macchine autonome, allora la competizione non sarà solo militare ma anche finanziaria e industriale. Gli Stati che sapranno attrarre capitali, trattenere talenti e sviluppare infrastrutture di calcolo saranno i veri vincitori.

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