
Ottanta miliardi di euro. Ricordatevi questa cifra stratosferica quando arriva la cartella di Equitalia. Non perché serva a qualcosa, ma almeno sarete consapevoli dello Stato che vi governa. Ottanta miliardi sono i soldi che gli enti pubblici devono alle imprese: dall’inizio della crisi al giugno 2012, hanno chiuso i battenti 46.400 aziende, delle quali circa 14.400 ritardi nei pagamenti da parte di debitori pubblici. Significa che il 30% delle aziende sono fallite per colpa dello Stato. Uno Stato che da una parte spreme cittadini e imprese fino all’ultimo centesimo, dall’altra non paga i debiti.
Il caso del Csi Piemonte
Il Csi è un consorzio di enti pubblici che dagli anni ’70 opera nel campo delle tecnologie digitali e dell’Ict. Fondato da Regione, Università e Politecnico di Torino, oggi raggruppa circa 90 enti pubblici e ha 1200 dipendenti. In un trentennio il Csi è diventato una vera e propria eccellenza e ha fatto da traino a tutto il settore dell’Ict, oltre a rappresentare un punto di riferimento per l’impiego delle tecnologie digitali nella pubblica amministrazione. Oggi questo patrimonio è in pericolo a causa della crisi, ma soprattutto della cattiva politica: il consorzio è in ritardo di 7 mesi con i pagamenti e ha un debito di 48 milioni nei confronti dei fornitori. A rischio ci sono, oltre ai 1200 dipendenti, 6mila posti di lavoro in 60 imprese. Se il Csi – in realtà gli enti pubblici, di cui la regione è di gran lunga quello più importante per volume di lavoro – non salda i debiti si rischia un disastro di proporzioni enormi nel silenzio più totale.
Da tempo gli imprenditori hanno lanciato l’allarme: il fatturato delle loro imprese dipende dal Csi per una quota che varia dal 20 all’80% e ora minacciano di bloccare le forniture. Le conseguenze sarebbero pesanti perché dal Csi dipendono servizi essenziali come l’attività del 118, ma le imprese sono agli sgoccioli e in poche settimane rischiano di dovere lasciare a casa i dipendenti. A fine mese arrivano le scadenze per il pagamento delle imposte, a cominciare dall’Irap: e sulle tasse lo stesso Stato che non salda i suoi debiti diventa intransigente: se non paghi non puoi essere pagato. Un cappio al collo. Intanto, il direttore generale Stefano De Capitani ha dichiarato di non avere i soldi per pagare gli stipendi a fine mese.
Alla base ci sono i problemi di bilancio di Comune di Torino e Regione Piemonte, sull’orlo del baratro a causa di gravissimi problemi di bilancio. Ma non è tutto, perché sul consorzio è in corso una guerra politica tra assessori e circolano voci di manovre per smembrare il Csi e venderlo sottocosto a cordate di imprese straniere e non. E il silenzio delle amministrazioni, a cui gli imprenditori si sono rivolti a inizio ottobre con una lettera ancora senza risposta, non promette nulla di buono. Il comportamento della regione appare incredibile: con una cifra vicina ai 15 milioni di euro molte cose si sistemerebbero (il bilancio regionale è di circa 9 miliardi), ed è la relativamente piccola entità della somma che evidenzia come il mancato pagamento risulti essere una scelta politica. Pare che il presidente Cota abbia ben chiara la gravità della situazione. Diversa appare la situazione del Comune che ha riconosciuto il valore del sistema ICT piemontese ma versa in condizioni molto difficili, necessitando di 300 milioni entro la fine dell’anno pena il commissariamento. Il destino del Csi e di 6000 persone tra ingegneri, fisici, matematici e informatici è quindi nelle mani di Cota.
La follia italiana
Il caso del Csi è clamoroso ma non è isolato. Da Nord a Sud ci sono realtà imprenditoriali con l’acqua alla gola a causa degli insoluti degli enti pubblici. Enti che, secondo quanto certificato dalla Corte dei Conti pagano prestazioni e forniture ricevute da privati in media dopo 113 giorni, ma fino a 269 nel settore sanitario (in Calabria pagamenti arrivano mediamente dopo 425 giorni) Secondo una ricerca Swg/Cna, sono 240mila le piccole imprese (solo le piccole, quelle più a rischio chiusura) creditrici nei confronti della Pubblica Amministrazione e che, contemporaneamente, hanno ricevuto una cartella esattoriale di Equitalia. E quando è ora di incassare lo Stato diventa inflessibile.
Secondo una ricerca della Cgia di Mestre su dati della World Bank Doing Business 2011 non solo abbiamo una pressione fiscale sulle imprese che in percentuale sui profitti è pari al 68,6%, ma un fallimento su tre è stato provocato principalmente dai ritardi nei pagamenti: “A fronte di 11.615 imprenditori italiani che hanno portato i libri contabili in Tribunale, circa 3.600 (pari al 31 per cento del totale) lo hanno fatto a causa dell’impossibilità di incassare in tempi ragionevoli le proprie spettanze”. I tempi medi di pagamento in Italia per quanto riguarda gli enti pubblici sono arrivati a 180 giorni (90 giorni di ritardo), con una crescita di 52 giorni rispetto al 2009 contro i 64 della Francia, i 47 dell’Inghilterra e i 35 della Germania.
Ora ci chiediamo: dove sta la giustizia? Come può uno Stato pretendere dai propri cittadini il rispetto delle norme quando è il primo a non rispettare gli impegni presi? In attesa di risposte, tra poche settimane altre 60 imprese potrebbero non esistere più.