Se questo è un paese. Non sono pretestuosi scalmanati a denunciare il lavoro povero dell’ Italia, un paese dove perfino il 9% dei lavoratori a tempo pieno entra nella definizione dì povertà, ovvero quando non non ci si fa a pagarsi una vita adeguata. Sono i dati a raccontare un paese dove il salario medio comparato con il suo potere d’acquisto è dell’8% inferiore a quello di quattro anni fa. È perfino il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a denunciare i mali del lavoro italiano: da quello scandaloso e insopportabile, come sottolinea, delle morti sul lavoro cresciute invece che diminuite già nei primi due mesi dell’anno in corso rispetto all’anno precedente, a quello, appunto, dei salari inadeguati che “sono una grande questione per l’Italia”. Lo dice a chiare lettere, il presidente che se ne scandalizza: “ I salari reali a marzo 2025 sono dell’8% più bassi rispetto a quelli di gennaio 2021”.
La denuncia di Mattarella riporta in prima linea i problemi del lavoro, e di conseguenza dell’economia che non cresce, ammonendo che il lavoro povero “influisce anche sulla questione demografica impedendo ai giovani di fare progetti per il futuro”. E privando l’Italia di energie nuove e vitali, potremmo aggiungere, con lo spingere molti di questi giovani, non solo tra i più in difficoltà ma soprattutto tra quelli con maggiori potenzialità e dunque anche desiderio di affermarsi, ad andarsene da un’Italia dove tra il 2011 e il 2023 sono emigrati verso impieghi all’estero più redditizi e motivanti 550 mila giovani tra i 18 e i 34 anni. Un capitale umano, fatto soprattutto di ragazze e ragazzi in possesso di alti titoli di studio ed elevate capacità che, tradotto in soldoni, si calcola equivalga a un valore di 134 miliardi, “una cifra che potrebbe moltiplicarsi se si considera la sottovalutazione dei dati ufficiali” come ci spiega il Rapporto presentato al Cnel dalla Fondazione Nord Est nell’ottobre 2024.
È vero che a marzo 2025 finalmente i salari salgono dopo 10 anni di calma piatta come è vero però che restano ancora inferiori, quanto a potere d’acquisto, dell’8,7% in confronto a quelli del 2021, come ha sottolineato anche Mattarella. Lo rivela l’ultimo rapporto mondiale dell’ Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro). Resta infatti ancora alta la differenza tra un’inflazione che dal gennaio 2021 al febbraio 2025 ha fatto lievitare i prezzi di quasi il 18 per cento e le retribuzioni contrattuali che sono aumentate, invece solo dell’8,2. Meno della metà. Come resta ampio il gap tra le paghe italiane e quelle degli altri paesi europei. La serie storica spiega che, secondo i dati Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), mentre in Italia dal 2008 al 2024 i salari reali medi sono diminuiti del 9%, in Germania sono aumentati del 14% e in Francia del 5%.
L’Italia è all’ultimo posto del G20, il forum internazionale delle principali economie del mondo, quanto a crescita salariale nel corso degli anni. Oltre a essere al 23* posto, quanto a capacità di tenuta del potere di acquisto, dei 38 paesi dell’Ocse: la media del salario netto italiano è di 41.338 dollari, sotto anche alla media spagnola di 43.034 dollari, contro i 45.123 della media Ocse. Mentre il peso delle tasse sugli stipendi, in Italia, cresce fino al 47% contro il 34,9% della media Ocse.
Ovvero il famoso e famigerato cuneo fiscale. Attenzione però. Nonostante la tassazione del lavoro sia più alta in Italia di quella sul reddito da finanza e da rendita, non è l’unica zavorra che mantiene bassi i nostri salari. Anche, ma non solo. Ci sono paesi in cui la differenza, per via delle alte tasse, tra quanto versa il datore di lavoro per ogni dipendente e la cifra che il medesimo riesce a mettere in tasca è ancora più grande che in Italia, eppure i livelli salariali sono più alti che da noi. La Francia, per esempio, ha uno dei cunei fiscali più pesanti (circa il 47%) ed è però a 48.500 dollari di salario netto, il Belgio (53% di cuneo) a oltre 52mila dollari, la Germania (47, 8% di cuneo) a 56mila dollari di salario, l’ Austria è al 46,8% di cuneo e 59mila dollari di retribuzione media netta. Il salario medio netto più alto se lo conquista la Svizzera con 84.728 dollari l’anno.
Dunque, anche altre sono ragioni dei bassi salari italiani nostrali. Troppo spesso, invece di puntare sul lavoro tecnologicamente più avanzato e dunque più competitivo e più redditizio, ci si basa ancora su una produzione con poco valore aggiunto, si preferiscono settori più tradizionali che innovativi, si è avari di investimenti in generale ma soprattutto in tecnologia e produttività, si alimenta il mito del turismo come panacea economica di ogni difficoltà, ci si gingilla con la poesia del piccolo è bello e dunque pochi margini e scarso stipendio. Mentre il governo si vanta del fatto che ultimamente sia cresciuta l’occupazione quando però il fenomeno riguarda più che altro servizi di basso livello e le ore complessive lavorate siano diminuite trattandosi in molti casi di lavoro a part time involontario e di mestieri precari. Cosicché i salari restano bassi: in un paese dove 2,5 milioni di persone fanno un lavoro povero.
Un’altro ostacolo alla crescita salariale consiste nel fatto che gli aumenti vengono determinati tramite i contratti collettivi nazionali di lavoro i quali da noi possono anche svantaggiano i lavoratori. Essendo che, in mancanza di qualsiasi valutazione e regola sulla rappresentatività di chi va a negoziarli, si ammassano ai tavoli di contrattazione una quantità di sigle e siglette che permettono un sistema contrattuale a volte iniquo e tale da influire al ribasso anche sugli altri contratti. Insomma, senza stabilire un preciso criterio di rappresentanza, si forma un sistema contrattuale farraginoso che non avvantaggia i lavoratori.
Non li avvantaggia neanche il tempo lungo dei rinnovi contrattuali che in altri paesi si concludono nel giro di pochissimo tempo mentre qui ci si aggira sui 23 mesi, circa due anni. Ci sono in questo momento 35 contratti collettivi nazionali che aspettano il rinnovo, per circa 6,2 milioni di dipendenti, quasi la metà (il 47,3%) dei lavoratori dipendenti. Primo tra tutti, quello dei metalmeccanici che, per tradizione, numero dei lavoratori e peso della produzione è il più importante: riguardando più un milione di lavoratori da cui proviene l’8% del pil nazionale e il 50% delle esportazioni, oltre a essere un settore fondamentale per il futuro industriale del paese.
Il contratto dei metalmeccanici è scaduto dal 30 giugno 2024, la trattativa è iniziata ufficialmente con un incontro in Confindustria il 30 maggio 2024 e poi ci sono state più rotture che passi in avanti. Non siamo ancora a niente pur dopo una serie di scioperi assai riusciti e una piattaforma unitaria su cui Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil ottengono circa la totalità dei consensi da parte dei lavoratori e il cui punto centrale è il salario, ma anche la salute e la sicurezza sul lavoro, il contrasto alla precarietà, la riduzione dell’orario di lavoro. I sindacati denunciano l’irriducibilita’ delle associazioni datoriali, Federmeccanica e Assistal. Le quali, da parte loro, bocciano la piattaforma sindacale come economicamente e competitivamente insostenibile.
Ma le grandi aziende inizino a smarcarsi e chiedere l’immediata riapertura della trattativa. Per primo, un gigante industriale come Baker & Hughes Nuovo Pignone, leader nella produzione di turbine e compressori per l’energia e campione di innovazione, che ha in Italia 6.580 addetti diretti, 7 stabilimenti e oltre 1.300 aziende nell’indotto, per un totale di oltre 40.000 dipendenti. L’azienda ha chiesto ufficialmente a Federmeccanica di riavviare il confronto, firmando, il 22 aprile scorso, un verbale congiunto con Fim, Fiom e Uilm: “Sia la situazione economica generale che quella aziendale, in questo momento di grandi trasformazioni tecnologiche, economiche e ambientali, necessiterebbero di un sistema di relazioni industriali nazionali corretto e rispettoso, basato sul dialogo, sulla fiducia e sulla contrattazione” . Adesso chiede la riapertura di un confronto che non sia rigido anche la Leonardo, 31 mila dipendenti, la più grande azienda italiana di aerospazio, difesa e sicurezza, che manda a Confindustria una lettera tale da scuotere la trattativa impantanata: “Non possiamo permetterci di restare in una posizione di stallo”. Mentre il 20 maggio si terrà in piazza Lucio Dalla a Bologna l’assemblea nazionale di Fim, Fiom e Uilm che riunirà a fare il punto sulla trattativa mille delegati Fim, Fiom e Uilm da tutta Italia con relativi segretari nazionali.