La guerra dei dazi, chip e dispositivi elettronici

Gli Usa colpiscono aziende strategiche e ostacolano l’accesso a risorse critiche

Gli Stati Uniti stanno minando la propria supply chain tecnologica con politiche commerciali che colpiscono aziende strategiche e ostacolano l’accesso a risorse critiche.

Come avevamo già scritto in un nostro precedente articolo, le politiche basate sull’uso ideologico di dazi e sul controllo delle esportazioni si stanno rivelando dannose e profondamente autolesionistiche.

La strategia commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina, basata sull’imposizione di dazi e restrizioni all’export, sta mostrando effetti collaterali significativi, sia a livello industriale che strategico. Le misure protezionistiche messe in atto per ridurre la dipendenza dalla Cina stanno finendo per colpire direttamente aziende chiave americane, come Nvidia, e nel frattempo rischiano di lasciare il paese senza accesso a materiali fondamentali per il settore tecnologico, come le terre rare pesanti.

Il caso di Nvidia è emblematico del danno diretto provocato dalle nuove politiche commerciali. L’azienda, fiore all’occhiello del settore dei chip, ha recentemente lanciato un allarme: le nuove restrizioni statunitensi all’esportazione verso la Cina potrebbero causare una perdita fino a 5,5 miliardi di dollari. Questo perché Nvidia, come molti altri produttori di semiconduttori, ha una quota significativa del suo mercato proprio in Cina. L’impossibilità di vendere i suoi chip a uno dei principali clienti globali rappresenta un colpo diretto e immediato per il suo fatturato. Il CEO Jensen Huang si è persino recato in Cina per cercare una soluzione, a dimostrazione dell’urgenza della situazione.

Ma oltre a danneggiare le aziende americane sul piano commerciale, la guerra dei dazi sta esponendo anche vulnerabilità strategiche strutturali degli Stati Uniti. Uno degli esempi più critici riguarda MP Materials, società mineraria del Nevada che rappresenta la principale fonte americana di terre rare, un insieme di minerali essenziali per la produzione di microchip, magneti, batterie, radar e dispositivi militari avanzati.

Fino a poco tempo fa, MP Materials esportava i suoi concentrati in Cina, dove venivano raffinati dal partner cinese Shenghe Resources. Tuttavia, in risposta ai dazi imposti da Washington, Pechino ha introdotto tariffe punitive del 125% sull’importazione di questi materiali, rendendo impossibile proseguire le transazioni. Di conseguenza, MP ha dovuto sospendere le spedizioni, perdendo uno sbocco commerciale fondamentale e mettendo a rischio la sua redditività.

Il problema, però, è ancora più profondo: attualmente, gli Stati Uniti non dispongono di capacità industriali per separare le terre rare pesanti, le più preziose e critiche per le tecnologie avanzate. MP sta tentando di costruire una filiera interamente nazionale, con nuovi impianti in California e Texas, ma ci vorranno anni prima che questa infrastruttura sia operativa. Nel frattempo, la Cina resta l’unico paese in grado di raffinare questi materiali su larga scala, consolidando una posizione dominante che rappresenta una leva geopolitica potente.

Secondo diversi analisti, la Cina ha saputo usare la propria posizione in modo strategico, colpendo esattamente dove gli Stati Uniti sono più vulnerabili, mirando a settori in cui gli USA sono totalmente dipendenti dalla produzione cinese.

Intanto, molte aziende statunitensi non si sono preparate adeguatamente. Da alcuni studi è infatti emerso che molte imprese non hanno accumulato scorte di materie prime, e persino il Pentagono risulta esposto. Alcuni tentativi di diversificazione sarebbero in corso – ad esempio, con fonti alternative in Ucraina – ma gli esperti avvertono che serviranno anni per costruire un sistema di approvvigionamento indipendente.

Nonostante i consiglieri di Donald Trump presentino queste misure come temporanee e parte di un piano più ampio per rendere l’America autosufficiente, gli effetti a breve termine sono invece molto preoccupanti, avendo iniziato una guerra commerciale con la Cina senza assicurarsi prima l’accesso a materiali critici anche per la difesa.

Il rischio è che gli Stati Uniti si ritrovino a minare proprio quei settori – come la produzione di chip e microprocessori – su cui si gioca il futuro tecnologico e militare del paese. Le restrizioni a Nvidia dimostrano il danno immediato e tangibile per le imprese. La crisi delle terre rare, invece, rivela un danno sistemico e strategico che potrebbe pesare a lungo termine.

Se l’obiettivo era rafforzare l’autonomia industriale americana, la realtà mostra per ora l’effetto opposto: un paese che, nel tentativo di proteggersi, si è esposto a rischi ancora più grandi.

In foto Jensen Huang

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