Referendum: incerto il risultato, chiara la posta politica in gioco

Contraddizioni e cambi di toni: la Costituzione non merita questa bagarre

Ai nastri di partenza della legislatura, sul capitolo riforme c’erano tre bandiere identitarie issate dai partiti della maggioranza, il premierato dei Fratelli d’Italia, l’autonomia differenziata della Lega e la separazione delle carriere di Forza Italia. La prima, la ‘madre di tutte le riforme’ era in testa, ma si è arenata fra le complicazioni tecniche e politiche e se ne sono perse le tracce parlamentari. Poi era avanti la seconda, l’autonomia differenziata, ma questa l’ha stoppata la Corte costituzionale. E così la terza, la riforma dell’ordinamento giudiziario si è conquistata la dirittura d’arrivo. Licenziata dal Consiglio dei ministri  il 29 maggio 2024, ha avuto il quarto e ultimo ok al Senato il 31 ottobre 2025, con una volata storica sulla testa del Parlamento, che si è solo limitato a votarla.

Ed eccoci al referendum confermativo, dopo quattro mesi di una campagna elettorale partita subito con l’impegno, sia da parte del ministro della Giustizia Carlo Nordio che dall’Associazione nazionale Magistrati, a mantenere il confronto sul merito e non scendere nell’agone politico. Ma che il terreno di gioco fosse un altro si è capito subito dopo il voto finale al Senato, con i festeggiamenti, i brindisi e la ‘processione’ di Forza Italia che sventolava immagini di Berlusconi in nome del quale avevano issato la loro bandiera e svolto la loro crociata. Dando così, fin da subito, alla campagna referendaria la piega di ‘resa dei conti’ fra politica e magistratura, per chiudere definitivamente la stagione di Mani Pulite. Dall’altra parte, capendo l’antifona, hanno alzato le barricate e si sono attestati a oltranza sulla difesa dell’indipendenza della magistratura. E così sono comparsi i primi manifesti dell’Anm, ‘Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Vota No’.

Fuoco alle polveri allora, i pezzi grossi entrano in campo, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri in tv dice che “per il No voteranno le persone perbene, per il Sì i mafiosi e la massoneria deviata”; il ministro Nordio invita la segretaria del Pd Elly Schlein a considerare il vantaggio di una riforma che potrebbe tornare comoda anche alle opposizioni se dovessero tornare al governo. Poi, in un inarrestabile crescendo dei toni, è ancora il ministro a denunciare, parlando di correnti, “il meccanismo paramafioso” di elezione del Consiglio Superiore della magistratura.

Lo scontro non resta confinato all’ambito politico ma rischia di diventare un conflitto istituzionale, tanto che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 18 febbraio scorso, sente il bisogno di alzare il cartellino giallo e decide, con una iniziativa ormai storica, di andare a presiedere di persona un’assemblea plenaria ordinaria del Csm, con un richiamo “alle alte istituzioni a rispettare il Csm, organo costituzionale che deve rimanere estraneo alle controversie politiche”. Il governo incassa, Meloni a sua volta richiama ai contenuti, Nordio raccoglie con un “mi adeguerò” il richiamo di Mattarella. E ritorna ai suoi toni più sobri dell’Inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte d’Appello di Milano:  “Questa riforma non è né a favore né contro nessuno. Non è per punire la magistratura. E non è per rafforzare il governo, che non ne ha bisogno. È una riforma che non avrà e non deve avere effetti politici. Se dovessero prevalere i No rispetteremo con massimo rispetto la volontà popolare. Se dovessero prevalere i Sì, inizieremo subito il dialogo con la magistratura”.

Non dura, la guerriglia riparte e si fa fatica a rintracciare il bandolo dei contenuti e le ragioni degli uni e degli altri. Comunque, i punti centrali di discussione sono tre: la separazione delle Carriere, la duplicazione del Csm, l’Alta Corte disciplinare e il sorteggio. Sul primo punto gli argomenti del Sì richiamano alla terzietà del giudice che, solo separato dai pm, può essere davvero arbitro. C’è poi il richiamo a tutte le altre democrazie occidentali in cui la separazione è totale ed effettiva. Infine la retrospettiva storica ricordando la riforma Vassalli del 1989 che già separava le funzioni e qualche anno dopo l’art.111 della Costituzione sul ‘giusto processo’ con la terzietà del giudice. Come rispondono quelli del No? La separazione esiste già dopo la riforma Cartabia. Sono solo una trentina l’anno i magistrati che cambiano funzione, lo possono fare una volta sola e non nella stessa Regione. Ma soprattutto, per separare le carriere era sufficiente una legge ordinaria senza bisogno di colpire la Costituzione. Quanto al pm che diventerebbe un avvocato dell’accusa uscendo dalla cultura giurisdizionale, Rosi Bindi è stata la più drastica: “Io voglio il pm più magistrato di quello che mi giudica, la riforma rompe l’unità della giurisdizione  e la specificità del nostro sistema”. E se altrove fanno diversamente, “io rivendico la positività della nostra eccezione”, taglia corto Bindi.

Sul secondo punto, lo sdoppiamento del Csm e la formazione dell’Alta Corte, i sostenitori del Sì la ritengono una conseguenza diretta della separazione delle carriere perché solo separando i due Csm si potranno avere giudici non influenzati dalla colleganza con i pm. Quanto all’Alta Corte, sottraendo ai rispettivi Csm l’azione disciplinare si ritiene che possa garantire una migliore indipendenza di giudizio.  Per il fronte del No, invece, spezzare in tre il Csm vuol dire indebolirlo colpendo al cuore l’indipendenza della magistratura. Infatti è proprio l’autogoverno garantito dal Csm, nelle intenzioni dei costituenti,  il principio che rende pienamente effettiva l’autonomia. Sull’ Alta Corte disciplinare le critiche dei ‘No’ sono ancora più incalzanti, a partire dal fatto che sarebbe un unicum in quanto destinata solo alla magistratura ordinaria. C’è poi la novità dei ricorsi di appello non più alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione ma alla stessa Alta Corte, che diventerebbe un ‘giudice straordinario o speciale’ vietato dall’art.102 della Costituzione.

Ma il vero argomento divisivo è il sorteggio con cui verrebbero eletti i componenti dei tre organismi. Quelli del Sì lo ritengono l’unico modo per recidere il vincolo delle correnti che hanno avvelenato il funzionamento del Csm. Anche per i membri laici la riforma prevede l’introduzione del sorteggio, ma in questo caso è ‘temperato’ cioè si sceglie da un paniere di già scelti dal Parlamento. Per il No sarebbe una inaccettabile discriminazione che indebolirebbe la componente togata rispetto ai membri laici. Non solo: il sorteggio secco – si pesca a caso fra tutti i magistrati – sarebbe una lotteria mortificante per qualunque categoria, colpendo il diritto di ogni cittadino a scegliersi la propria rappresentanza e rende evidente l’intento punitivo nei confronti dei magistrati.

Fin qui il testo, il contesto invece ha offerto uno spettacolo di briglie sciolte fra le tifoserie. Il monito di Mattarella è stato ampiamente dimenticato, i sondaggi mostravano una rimonta del No e la campagna referendaria si è incattivita, sconfinando nella costante strumentalizzazione di fatti di cronaca (Garlasco e la famiglia nel bosco i più gettonati) che niente hanno a che vedere con la separazione delle carriere. Ancora in crescendo, negli ultimi giorni si è visto il capo di gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi invitare scompostamente a votare Sì perché così “ci leviamo di mezzo i magistrati che sono diventati plotoni di esecuzione”.

E anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è scesa in campo a gamba tesa: “Se vince il no ci ritroveremo immigrati legali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà, antagonisti che devastano le vostre stazioni senza alcuna conseguenza giudiziaria, figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita”. Dall’altro lato, il procuratore Gratteri ribadisce che “mafia e massoneria deviata voteranno Sì”. Ancora, sul fronte opposto il senatore di Fdi, Franco Zaffini rilancia e supera Bartolozzi: “I magistrati sono peggio di un plotone di esecuzione, sono un cancro”. Fa forse peggio il suo collega di partito Aldo Mattia che, a un evento elettorale in Basilicata, ha esortato tutti a votare e far votare Sì,  a tutti i costi, usando anche “il solito sistema clientelare”,  chiedendo il favore a cugini, amici o chicchessia. E a buon rendere. Eccessi anche da parte di magistrati, come il segretario dell’Anm Gustavo Maruotti che ha associato i fatti di Minneapolis alla riforma Nordio.

C’è poi tutto il circo mediatico, i social ingolfati di meme umoristici che diventano virali, mischiati a fake news, endorsement di tutti i tipi con esperti, intellettuali, uomini dello spettacolo, comici che scendono in campo e si schierano. Da un lato si urla contro i magistrati brutti e cattivi, dall’altro si paventa l’attentato alla Costituzione. E immancabili le raccolte di firme, 1.700 donne per il No che “è femminista”, 200 professori universitari che scelgono il Sì. Il fronte del No rilancia anche l’elenco dei 121 professori ordinari di Diritto costituzionale che avevano già raccolto l’invito del presidente Giovanni Bachelet ad aderire al Consiglio scientifico del ‘Comitato società civile per il No’.

Le ultime iniziative in chiusura della campagna referendaria hanno visto la sinistra unita in piazza per il No, supportata dalla società civile con associazioni, attori, registi, cantanti e il Vasco Rossi di ‘C’è chi dice No’ a fare da colonna sonora. L’altro fronte invece si ispira alla canzone vincitrice di Sanremo ‘Per sempre Sì’ di Sal da Vinci. Ma la destra rinuncia alla piazza, la premier Meloni preferisce i social e le televisioni, quelle amiche magari: su Rete 4 parla 30 minuti senza contradditorio, tanto che è intervenuta l’Agcom sanzionando la rete. E’ la sorella Arianna a chiudere la campagna per il Sì al Palacongressi di Roma visto che la presidente è impegnata a Bruxelles in un complicato Consiglio europeo che deve fare scelte importanti sulla guerra di Trump. Giorgia però, a caccia del voto dei giovani, prima di partire aveva registrato un’abile intervista a ‘Pulp Podcast’ con il trasgressivo rapper Fedez, quanto di più distante ci possa essere dal ‘Dio, Patria e Famiglia’ tanto caro a Meloni. Anche la scelta del governo di ridurre le accise per calmierare i prezzi della benzina, misura richiesta a gran voce dalle opposizioni, è stata concessa in corsa e solo per venti giorni, alimentando i sospetti che si tratti di mossa elettoralistica.  Il presidente del Senato Ignazio La Russa invece si è fatto sfuggire la notizia che avrebbe invitato con tutti gli onori a Palazzo Madama la famiglia nel bosco, specificando però che, per rispetto del referendum, rimandava l’appuntamento a dopo le urne.

I toni si riabbassano comunque nelle ultime ore e tornano istituzionali. Il ministro Nordio prepara la ‘pacificazione’ dopo il voto e tende la mano all’opposizione perché collabori sui decreti attuativi. La presidente del Consiglio ribadisce che lei non si dimetterà, qualunque sia il risultato del referendum, quindi è inutile votare No per mandarla a casa: “Quello su cui noi stiamo votando non riguarda la politica, non incide su di me, sul governo, su Fratelli d’Italia, incide sui cittadini” è stato il suo ultimo mantra, rilanciando la promessa che, dopo il voto, si apre la fase del confronto con le opposizioni.

Da domani si deve far silenzio e domenica e lunedì parleranno le urne.

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