Violenza di genere. Se ne parla, occasionalmente e spesso nel modo sbagliato. Si fa poco o niente per impedirla. Il dato certo è che siamo ancora molto indietro nel combatterla ma anche nel capirne le radici. Visto che non si mettono le toppe, figuriamoci quanto siamo distanti dalla vera rivoluzione culturale che sarebbe necessaria per evitarla: nel considerare il mondo, la società, i rapporti tra i generi, la libertà, le famiglie – le non famiglie, la natalità – la non natalità .
Ancora più necessaria, questa rivoluzione, in un paese con un governo al femminile che lavora non tanto a favore di un cambiamento radicale, quanto piuttosto a sfavore delle donne. Operando per un ritorno indietro verso un’immagine femminile tradizionale, tutta in chiave familista, per cui se si concede loro un qualche piccolo sostegno, lo si fa solo in quanto mogli e madri e che le altre si arrangino: la vera donna è, come Meloni, madre e cristiana. Cosicché spesso il sostegno è apparente e si rovescia nel suo contrario. E tutto si fa purché si mantengano i ruoli: i maschi al fare, le femmine al lavoro di cura. Mentre paradossalmente si dovrebbe affrontare la questione partendo non tanto dal favorire l’andata al lavoro delle donne – per carità, part time in modo che abbiano tempo per la famiglia – quanto dall’includere a pieno titolo e paritariamente gli uomini nel lavoro di cura.
Ma lo vedremo in seguito, adesso affrontiamo la questione dell’ostinata ignoranza delle tante e diverse radici della violenza sulle donne. Ne viene in mente, per esempio, una assai importante e assai sottovalutata, nonostante sia costante. Ovvero il gap economico tra donne e uomini che anche chi lo considera ingiusto non lo annovera tra le ragioni di violenza. Eppure come si sottrae a un uomo violento una donna che non ha soldi? Dove fuggo? Di cosa vivo? Come provvedo ai figli? E, più introspettivamente: chi rappresento nella società , perché la mia fatica, che è spesso doppia tra lavoro esterno e cura, non ha riscontro monetario? Finisce che resto con il mio potenziale aguzzino perché o gli ostacoli all’andarsene sono troppi, o sono troppo stanca e impaurita per ribellarmi, o addirittura non me ne stimo capace. Non a caso, tra le donne che hanno subito una forma di violenza da parte di un ex partner, il 27,1% dichiara di non poter prendere decisioni economiche, una percentuale che sale fino al 57,5% nei casi in cui sia presente anche la violenza economica, come rivelano alcuni dati Istat riportati dal Sole24Ore.
Il gap economico tra i due generi è un tarlo che spinge alla rassegnazione finché, sottilmente all’inizio e con fracasso poi, può scivolare nella violenza contro donne alla mercé di chi ha più soldi: violenza parlata, agita, economica, fisica. Fino ai tanti, troppi, insopportabili esiti finali. Eppure la povertà femminile viene ignorata come causa di violenza e mantenuta, se non anche scientemente usata come potere maschile. Nonostante che l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) consideri la violenza economica una forma comune di violenza contro le donne, definendola come “qualsiasi atto o comportamento che provochi un danno economico a un individuo”e avvertendo che chi la esercita controlla la capacità della vittima di “acquisire, usare e mantenere risorse economiche, minacciandone la sicurezza economica e la possibilità di autosufficienza”.
Perché le donne guadagnano meno? Perché spesso fanno lavori meno “importanti” e meno retribuiti, anche grazie a una ancora persistenze minore loro presenza nelle più redditizie attività che richiedono competenze nelle materie Stem (scientifiche e tecnologiche): non perché non ne abbiano l’attitudine ma perché sottilmente o a chiare lettere ancora si suggerisce loro fin da piccole che matematica, scienze, tecnologia sono roba da maschi, che la loro testa ragiona diversamente o non ragiona, che sono più adatte a lavori legati a mansioni di cura, guarda caso sottopagati. In quanto “naturalmente portate alla cura”, della medesima dovranno occuparsi anche in famiglia. Erodendo così ore o anni al lavoro, restando per periodi più o meno lunghi senza retribuzione oppure con una più bassa, interrompendo o chiudendo i percorsi di carriera e finendo con pensioni ridicole dopo storie lavorative a singhiozzo.
Per conciliare lavoro e cura non viene proposta la parità donna-uomo su questo punto, ma si cerca la soluzione nel part time femminile in modo che le donne abbiano più tempo da dedicare alla famiglia. Invece il part time è una delle ragioni principali della loro povertà e dipendenza anche quando lo si chiama trionfalmente volontario, ovvero autonomamente deciso. In realtà le donne lo chiedono solo perché costrette a casa dall’invadenza del lavoro di cura affidato prevalentemente a loro e non equamente spartito con gli uomini per i quali nessuna norma stabilisce un tempo di esenzione dal lavoro da dedicare alla cura dei figli pari a quello previsto per mogli o compagne. Non è un caso se nelle imprese con almeno 10 dipendenti la percentuale di lavoratrici part-time sul totale degli occupati è più che doppia rispetto a quella degli uomini (12,3%, contro 5,2%).
Che il poter lavorare meno ore degli uomini conferisca al lavoro delle donne anche minore forza economica è indubbio. Ma c’è di più. Le donne guadagnano meno anche a parità di tempo di lavoro. Calcolando la retribuzione media oraria, che è il metodo di calcolo standard con cui si analizzano le retribuzioni, si scoprono per loro stipendi inferiori a quelli degli uomini. Il rapporto 2025 dell’Istat rivela che tra i lavoratori dipendenti le donne guadagnano il 5,6% in meno rispetto ai colleghi uomini e che nel 2022 i maschi hanno guadagnato mediamente 16,8 euro lordi l’ora contro i 15,9 delle donne. Nè si tratta solo di competenze Stem o meno. Il gap esiste anche a parità di istruzione.
Anzi il paradosso è che, più alto è il livello di istruzione, e più il gap aumenta: se è al 19,9% tra i dipendenti con la licenza media, sale al 20,5% con l’istruzione secondaria e raddoppia fino 39,9% se si tratta di laureati, nonostante le donne siano ormai oltre la metà dei medesimi. In genere la differenza aumenta nelle situazioni in cui le donne sono poche: tra i dirigenti il divario tra le retribuzioni orarie sale al 30,8%. Mentre le carriere femminili forzatamente a singhiozzo fanno sì che, aumentando l’età, aumenti anche la differenza di guadagni tra uomini che hanno lavorato con più regolarità e dunque maggiori scatti di stipendio e le donne con maggiori irregolarità e minori scatti. Quanto al peso della maggiore povertà femminile sulla violenza di genere, lo conferma anche il rapporto della Caritas che rileva come il 74% delle donne inserite in un percorso di fuoriuscita attraverso i centri antiviolenza risultino “non autonome economicamente”.
Abbiamo analizzato in particolare una delle tante condizioni di partenza che nella sordità generale facilitano il progressivo sfociare nella violenza di genere. Ma le radici sono tante. Si comincia da un sintomo, un’ingiustizia, un pregiudizio, una disattenzione, insomma da una cultura ben radicata nel patriarcato e si finisce con la violenza. Sono in corso politiche per eliminare le cause o limitare i danni? No, al contrario. Per una volta due donne, pur su sponde opposte, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein, arrivano a un accordo bipartisan per cui la Camera dei deputati approva un emendamento alla proposta di legge sulla modifica del reato di violenza sessuale che introduce nel nostro codice penale il finora inusitato concetto del consenso prevedendo che per qualsiasi atto sessuale sia necessario un consenso “libero e attuale”, e che dunque lo stupro non sia solo quello rapinato con la violenza ma basti a renderlo tale un semplice “no” in qualsiasi momento arrivi. Ed ecco subito la maschia risposta di Salvini che blocca tutto opponendosi a quella per lui bizzarra storia del consenso femminile perché, “potrebbe dare adito a vendette personali”.
Per un’altra volta che il governo Meloni che non ne voleva sapere finalmente “concede” l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, come si fa in molti altri paesi ed è evidentemente necessaria in Italia, dove le donne ammazzate, in prevalenza per mano di ex partner, partner o parenti, sono state 1.041 in dieci anni, la misura è tale da sgonfiarsi da sola. Deve partire, decreta Valditara, da una certa età (escluse scuola dell’infanzia e scuola primaria), ovvero quando i ragazzi si sono fatti già un’idea, non deve parlare del diabolico concetto di gender che è tuttavia il punto, non è obbligatoria ed è permessa solo se c’è il “consenso informato” dei genitori e se la scuola riesce a organizzarsi. Ovvero un ninnolino, per di più assai poco realizzabile e divisivo quando forse sarebbero soprattutto i bambini dei genitori-no ad averne bisogno. E’ assai probabile che non se ne farà di niente.
Quanto al problema economico, la manovra di bilancio è squisitamente familiare e più nociva che utile alle donne. I soldi, pochi e occasionali, vengono previsti solo per madri, possibilmente sposate. Cioè la tua vita lavorativa e il tuo valore vengono considerate solo se fai bambini, meglio se almeno tre. Solo in questo ultimo caso infatti è prevista la decontribuzione per le assunzioni: quando ormai di figli se ne fanno sempre meno se non nessuno e, per come stanno le cose, le plurimadri magari rinunciano in partenza a lavorare. Dunque una mini misura con cui il governo salva se stesso da impegni finanziari troppo gravosi mentre i redditi degli uomini restano i principali e con questi il loro potere sulle donne. La Finanziaria prevede anche agevolazioni per il part time volontario delle madri: di come sia in realtà involontario ed economicamente riduttivo si è già detto. Niente indipendenza economica e niente riequilibrio donna-uomo nel lavoro di cura. La questione riguarda solo le donne e conferma il loro prevalente lavoro di cura non retribuita. E poi si dice il pensiero preconfezionato.