Pubblichiamo l’intervento di Giorgio Vallortigara, uno degli scienziati più attenti e creativi nell’indagare i meccanismi neurali della cognizione. Le sue ricerche stanno ridisegnando il confine che separa la biologia dal mondo astratto delle speculazioni metafisiche.
Ne sono un esempio il suo saggio sull’origine della conoscenza (Il pulcino di Kant) e il suo romanzo Desiderare che hanno come protagonisti i pulcini, oggetto di ricerche effettuate dall’autore per quasi trent’anni, ora al Mind/Brian Center di Trento, in parallelo con quelle sui neonati umani. Vallortigara partecipa al workshop “La mente kantiana. Cosa il cervello si mette in mente”, a cura della Fondazione Francis Bacon che avrà luogo l’8 gennaio 2026 alle ore 16 presso la Biblioteca San Giorgio di Pistoia. Con Giorgio Vallortigara (Mind/Brain Center, Trento), partecipano Massimo Piattelli Palmarini (MIT, University of Arizona), Alberto Peruzzi (Università di Firenze), Enrico Bucci (Temple University Philadelphia). Conduce Alessandro Pagnini presidente della Fondazione F.Bacon.
Molte scoperte scientifiche sono in realtà ri-scoperte di conoscenze che provengono da ambiti pratici del sapere. Nelle mie discipline, le neuroscienze, è noto come il celebrato condizionamento classico, o pavloviano, fosse noto ben prima degli esperimenti condotti dal fisiologo russo sui cani: quando il suono di un campanello fungendo da stimolo condizionato ripetutamente anticipa l’arrivo sulla lingua di qualche goccia di limone che provoca la risposta di salivazione dell’animale, dopo un certo numero di ripetizioni il suono da solo diventa capace di suscitare la risposta. Ho raccontato altrove della tradizione degli «orsanti», gli ammaestratori di orsi ballerini che impiegavano in modo crudele il principio del condizionamento pavloviano ben prima della sua consacrazione accademica. Gli orsi venivano abituati a essere collocati su lastre di ferro arroventato in modo tale che saltellassero in risposta allo stimolo costituito dal forte calore, udendo allo stesso tempo il suono di una musica, che fungeva da stimolo condizionato. In tal modo quella musica durante le esibizioni era in grado di indurre il ripetersi condizionato dei saltelli.
Lo stesso vale per l’imprinting, il fenomeno di rapido attaccamento affettivo che è così prominente nei piccoli delle specie nidifughe, come gli anatroccoli o i pulcini di pollo domestico: il primo oggetto veduto in un breve intervallo di tempo subito dopo la schiusa viene impresso nella memoria dei pulcini come “la mamma”. A tutti vengono in mente a questo riguardo Konrad Lorenz e l’ochetta Martina. Nel libro dell’Utopia di Tommaso Moro del 1516 si trova però la seguente descrizione: «Allevano un’infinita moltitudine di polli grazie a un accorgimento sorprendente: le galline infatti non covano le uova, perché queste vengono esposte in gran numero a una fonte di calore uniforme che le anima e le fa schiudere, e i pulcini poi, non appena usciti dal guscio, riconoscono gli uomini al posto delle chiocce e si mettono a seguirli.»
Nel caso dell’imprinting anche la parte scientifica della storia è singolare. Perché non fu Konrad Lorenza a descrivere l’imprinting, bensì un oscuro biologo dell’epoca Vittoriana che si chiamava Douglas Spalding.
Sentii menzionare la figura di Spalding molti anni fa, quando stavo all’Università del Sussex lavorando sui meccanismi cerebrali dell’imprinting. Mi sembrava che questa forma di apprendimento precocissimo potesse servire a svelare quel che c’è nella mente di un organismo in origine, prima cioè che l’apprendimento vada a foggiarne la struttura. Scoprii che contrariamente a quel che pensava Lorenz l’apprendimento per imprinting non è libero: certo, se non c’è nulla di meglio d’attorno un anatroccolo si “imprinta” anche su un paio di stivali, come racconta Lorenz a proposito della sua ochetta. Ma in realtà, potendo scegliere, i pulcini e gli anatroccoli manifestano preferenze innate su che genere di stimoli siano appropriati come partner sociali. Ci sono degli «indizi di animatezza» cui rispondono i piccoli animali, che non sono peculiari della loro specie ma che consentono di discriminare in generale ciò che è vivo da ciò che non lo è. Ad esempio, le cose vive a differenza di quelle inerti sono capaci di moto proprio, sono semoventi. Si spostano in modi caratteristici, accelerando o decelerando e mantenendo durante il movimento uno speciale tipo di relazione tra le parti, la semi-rigidità, che deriva dai vincoli imposti dalle articolazioni del corpo. Inoltre le cose vive sono dotate di una faccia, seppure nella forma astratta di due blob in alto e uno in basso (da cui la nostra attrazione per gli emoticon e le varie forme di pareidolia, la tendenza a vedere volti ovunque, nelle nuvole o nelle macchie sui muri). La cosa affascinante è che questi rilevatori di animatezza, che sono sapienze innate (a priori kantiani), si presentano in maniera identica nei piccoli di tutti gli animali, quindi anche nei neonati della nostra specie.
Douglas Spalding condusse esperimenti pionieristici sull’imprinting e la natura degli istinti nella tenuta dei coniugi Amberley a Ravenscroft, nel Galles, dove svolgeva funzioni da tutore dei loro figli, il più giovane dei quali, Bertrand Russell, sarà destinato alla celebrità. Nei miei anni britannici raccolsi curiosità e pettegolezzi su questo straordinario personaggio. Spalding divenne l’amante di Lady Kate Amberley, la madre di Russell, con l’autorizzazione del di lei coniuge, il visconte John Amberley. La coppia era assai liberale, impegnata per il diritto di voto alle donne (Kate era una suffragetta) e l’aborto. Atei convinti avrebbero voluto che Spalding continuasse a occuparsi della educazione laica e liberale dei loro figli anche nel caso di una loro imprevista dipartita. Il che avvenne, in realtà, poiché Kate morì di difterite e John la seguì due anni dopo a causa di una bronchite e della sua depressione, ma lo scandalo prodotto dalla relazione tra Kate e Spalding promosse l’intervento del suocero, il padre di John, che era un uomo potente, due volte primo ministro della corona, che con un’azione legale sottrasse i nipoti al tutoraggio di Spalding. «Il darwiniano che studiava gli istinti delle galline» (questa definizione è nell’autobiografia di Bertrand Russell) malato di tubercolosi riparò nel sud della Francia, dove morì a soli trentasei anni.
Dagli anni del Sussex ho considerato Spalding il mio eroe scientifico. Dal suo lavoro ho tratto l’ispirazione per indagare, usando il pulcino come modello, altri tipi di sapienze innate, più astratte e sorprendenti di quelle associate alla vita sociale. Ad esempio la cognizione del numero, della geometria e delle proprietà meccaniche degli oggetti – tutte conoscenze che sono già scritte nel cervello di un pulcino appena nato. Questa bestiola che appartiene alle specie a sviluppo precoce offre possibilità uniche di studio per chi è interessato all’origine della conoscenza: una creatura che sebbene appena nata, e quindi priva di esperienze, è sufficientemente matura dal punto di vista motorio e sensoriale da consentire l’investigazione sperimentale delle sue sapienze innate. Nelle specie in cui i piccoli nascono immaturi, come la nostra, documentare che cosa questi possano avere nella testa alla nascita è molto difficile, ma quel che abbiamo imparato grazie ai pulcini sembra avere valore universale: tutte le creature vengono al mondo equipaggiate con una cassetta di attrezzi cognitivi, che include la conoscenza di che cosa siano gli oggetti, della loro quantità, discreta o continua, e della loro locazione nello spazio. Oltre a essere guidati da sapienze innate i processi di apprendimento sono facilitati dall’occorrenza di periodi critici, quando il cervello è «molle», in cui è massima cioè la plasticità del sistema nervoso, come accade appunto nelle creature appena nate.

Ho scritto un romanzo, che si intitola «Desiderare», pubblicato da poco dall’editore Marsilio. Un tributo personale al mio eroe scientifico, perché ho pensato che le idee che Spalding ha concepito e la sua vita romantica e tormentata potevano essere veicolate meglio nella forma della narrativa letteraria. Il protagonista del romanzo è uno storico della scienza che si dedica a scavare la biografia di quelle figure di ricercatori che sono rimaste negli interstizi della scienza e della vita, come Spalding. Sta scrivendo un romanzo sulla vita di Spalding e sul suo amore per Kate, ma nello stesso tempo sta cercando di risolvere un mistero legato alla scomparsa di uno scienziato suo amico, Vittorio, impegnato nel tentativo di riaprire i periodi critici in età adulta, di ricostituire cioè la condizione di cervello molle, modificabile e plastico che caratterizza un neonato o un pulcino. Vittorio si è ucciso, perché sembra aver scoperto l’inciampo connesso all’ottenimento di un cervello molle in età adulta, qualcosa che ha a che fare con la natura del ricordo e della coscienza. Attorno ruotano altri personaggi, un biologo vicentino emigrato in Gran Bretagna e appassionato dello scrittore Luigi Meneghello, un neuroscienziato aristocratico e superbo che lavorava con Vittorio, e Sylvia, affascinate e pericolosa, di cui il protagonista si innamora, che viene da studi di matematica e che incarna un ideale un po’ astratto di rigore morale e estetico.
Parafrasando quel che dice Clint Eastwood a Lee Van Cleef nell’epico finale di Per un pugno di dollari: «Beh, c’è aria di famiglia in questo libro.»
Giorgio Vallortigara