Siamo già alla terza ondata di super calore dell’estate 2026. Ci siamo entrati nei giorni scorsi dopo esserci illusi che da fine giugno l’incendio si sarebbe placato. C’è l’abbiamo fatta, ci congratulavamo dentro di noi, ricominciando a respirare e a rigoderci le notti d’estate, tiepide quanto basta per essere belle ma senza rendere impossibile il sonno. E invece, contrordine: avevamo sbagliato. Ci risiamo. Ufficialmente, quella di questi giorni è la terza ondata di calore da maggio in poi e forse la peggiore. Tra 41 e 44 gradi in Spagna, 40 in Francia, quasi 40 nella pianura padana. Una lunga fiamma a singhiozzo che non si spegne mai definitivamente da quando si è alzata a fine maggio e che tra fine giugno e inizio luglio è arrivata fino anche a 10 gradi in più della media stagionale. E adesso riprende ancor più vigore e chissà quando si affievolirà. Se lo farà. Per ora è un susseguirsi di cupole di calore sotto cui restiamo senza fiato, Heat Dome, dicono gli inglesi. E beati coloro che, nelle città bollenti, continuano a negare il climate change.
Oltretutto l’estate 2026 durerà a lungo, prevedono i climatologi. Ne interroghiamo uno, Bernardo Gozzini, Amministratore Unico del Consorzio LaMMA (servizio meteorologico della Toscana) che è stato appena nominato dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome tra i sei rappresentanti espressi all’interno del Comitato di Indirizzo per la meteorologia e la climatologia, scelti tra i vertici delle strutture della rete nazionale dedicata alle previsioni meteorologiche in Italia.
Gozzini, cosa sta accadendo?
“ Il tema è vasto. E’ un fatto che le nostre estati si surriscaldano regolarmente di 2,5 gradi in più della media del periodo ogni cinquanta anni dal 1955 a oggi. E si allungano, quest’anno era eccezionalmente più caldo di tutte le medie del periodo già a fine maggio”.
Dunque più calda e più lunga la nuova estate?
“Nel generale surriscaldamento, i salti più in alto rispetto alle medie delle temperature viste finora li fa l’estate. Non solo perché ce ne accorgiamo meglio, visto che a caldo si aggiunge caldo, ma proprio perché l’aumento della temperatura media rispetto al passato è in percentuale maggiore che nelle altre stagioni: come abbiamo detto, più 2,5 gradi ogni 50 anni, contro i più 1,2 della primavera e dell’autunno.
Le cause?
“Ormai sembra anche inutile ribadire che il climate change dipende dal surplus di CO2 e di altri gas serra che derivano dalle fonti energetiche fossili, purtroppo ancora prevalenti sulle non dannose rinnovabili. Le fossili si incrociano con la sempre maggiore pressione umana sul pianeta che fa sempre più fatica a sostenerla. Siamo quasi 9 miliardi, praticamente triplicati da quando, alla fine della seconda guerra mondiale, eravamo un po’meno di due miliardi. E le persone hanno bisogno di cibo e di sempre maggiore energia che, lo ripeto, continua a essere ostinatamente ricavata in prevalenza dalle energie fossili che provocano l’aumento della Co2 nell’aria. Più persone, più bisogno di cibo e di energia, più fossili, più Co2. Una tempesta perfetta che dalla terra raggiunge anche i mari. Dagli oceani al Mediterraneo, il riscaldamento globale contagia ormai anche le acque destinate a raffreddare la costa e da lì il resto del pianeta. I mari stanno via via perdendo sempre di più la loro funzione di regolamento del clima e diventando, al contrario, agenti degli eventi estremi che sempre più spesso si abbattono sull’umanità , i manufatti e la natura. I mari si surriscaldano, cresce l’evaporazione, c’è maggiore umidità, fino ad aumentare sempre la possibilità che si scatenino i cosiddetti eventi estremi .
Lei parlava di oceani ma anche di Mediterraneo .
“Si’. Tra Francia, Corsica, Liguria, Toscana, si è formata una fascia di mare che supera di quattro o cinque gradi la media delle temperature del periodo. Siamo già ora su temperature che vanno dai 26 ai 37gradi. Prima, la temperatura del mare era più bassa e adesso il suo riscaldamento mette a rischio anche gli ecosistemi marini tanto che vediamo arrivare nel Mediterraneo specie di pesci mai visti prima, pesci scorpione, pesci palla, perfino, in rari casi, gli squali. Solo per fare qualche esempio ”.
Insomma, il caldo anomalo travolge uomini e pesci?
“Travolge anche terreni e agricoltura. Vediamo ormai spuntare gli ulivi, che sembravano appannaggio della Toscana o di alcune parti del sud, anche in Valtellina e Trentino, mentre in Toscana cominciano a soffrire caldo e siccità con la conseguente riduzione della quantità di olio prodotto, ma rischiano di trasformare anche la qualità. Troviamo vigneti ad altezze mai viste prima se non eccezionalmente, li troviamo anche a quota 1.200 metri in Val d’Aosta. E si comincia a usare, come mai si era fatto finora in agricoltura, l’irrigazione a goccia. Ma i cambiamenti non si fermano qui. Per esempio, come l’olivo, anche il grano duro, quello che si usa per far la pasta e la cui patria di elezione era soprattutto la Puglia, sta andando anche verso il Nord Italia dove, quanto a pomodoro da industria, si è già superata la produzione del sud. Anche i cambiamenti nello stile alimentare si collegano al meteo. Per esempio il sempre maggior consumo di ceci, fagioli, lenticchie deriva non tanto da una moda ma soprattutto dal fatto che ne aumenta la produzione perché il gran caldo permette di coltivarli in aree più vaste, anche dove prima era troppo freddo. Mentre al sud le coltivazioni di banane, mango, avocado, caffè, papaya stanno soppiantando quelle tradizionali di agrumi. L’agricoltura è la più sensibile ai cambiamenti climatici e la prima a risentirne ma è anche la più rapida a adeguarsi e trovare nuove culture che assicurino anche un maggior reddito. E’ quella che ne risente di più ma anche la più resiliente”
Messo a fuoco il fenomeno, cosa potremmo fare per contrastarlo?
“La prima risposta è immediata. I governi dovrebbero sostenere con forza, invece di remare più contro che pro, le energie rinnovabili. A cominciare dalle piattaforme eoliche off shore. Da noi le pale eoliche in alto mare sono quelle che meglio possono approfittare di un vento costante che a terra non c’è . Magari il vento soffia sui crinali montani dove però è più complesso installare le pale per problemi di paesaggio, uccelli, proteste locali. Oltretutto sulle alture i venti sono meno regolari che sulle piattaforme off shore per cui ci sono almeno 7 o 8 progetti già fatti ma in attesa di autorizzazione. Oggi le tipologie più avanzate sono in Spagna. Noi invece ci impantaniamo in un nucleare che, se andasse bene, ci vorrebbero anni a fare i primi impianti, né quelli vagheggiati dal governo sono mai stati ancora testati. E poi rimane, il problema delle scorie che non è assolutamente risolto . Con le piattaforme off shore si farebbe assai più presto, non mi sembra ci sia tempo da perdere”.
Ci sembra di capire che l’unica seria misura sia ridurre l’uso di fonti energetiche fossili a favore delle rinnovabili. Siccome però non pare che si sia così vicini alla meta, c’è qualche possibilità immediata perlomeno di ridurre il danno presente?
“Dobbiamo ridurre le emissioni industriali attraverso filtri o altri accorgimenti a livello della produzione. Le amministrazioni locali, poi, devono cercare di limitare l’effetto pericoloso per la salute umana delle città trasformate in isole di calore: usando più verde urbano, piantando nuovi alberi sapendo che una pianta giovane assorbe molta più Co2 di una pianta vecchia, offrendo più mezzi pubblici di trasporto come le tramvie, riducendo il consumo di suolo. Se proprio dobbiamo costruire, allora bisogna farlo in modo ambientalmente corretto evitando tutte quelle modalità che favoriscono gli eventi estremi. Non è più il tempo della vita organizzata sulle spianate di cemento. Bisognerebbe cambiare tutti stile di vita. Il governo dovrebbe incentivare i pannelli fotovoltaici sui capannoni industriali. Noi, per consumare meno energia che viene perlopiù da fonti nocive, dovremmo far girare lavatrici e lavastoviglie solo a pieno carico, capire che l’uso ingente di aria condizionata produce un circolo vizioso per cui ci solleva dal caldo e al tempo stesso aumenta i fattori che fanno salire ancora di più il calore, visto che richiede sempre più energia da fonti fossili. Dovremmo limitare l’uso di aria condizionata e perlomeno usarla a temperature adeguate, tipo 27 o 28 gradi, non simulare l’inverno in estate. Sarebbe utile ripensare in genere a quanta energia consumiamo. Tutti dobbiamo cambiare”.
Dunque c’è da fare nell’immediato?
“Dobbiamo lavorare su due piani. Da una parte la mitigazione del climate change in crescita e dall’altra un lavoro di adattamento per diminuire i danni che sono già assai avanzati. Le ondate di calore, lo si è visto, implicano anche una dolorosa perdita di vite umane, i più colpiti sono i più deboli. Può essere utile, per esempio la piattaforma Worklimate sviluppata dall’Inail che funziona sulla base di un indice di confort per i lavoratori all’aperto: indicando in quali momenti di calore il lavoratore è a rischio, individuando le caratteristiche di quali lavoratori ne potrebbero soffrire di più, e elaborando un indice del rischio in base a cui i presidenti delle varie Regioni possono vietare il lavoro all’aria aperta 12 alle 16. Certo che le ordinanze sono una cosa, poi bisogna vedere chi le attua e quali sono i controlli” .
Ci sembra che lei suggerisca un’urgenza di intervento.
“Si. Ricordiamoci anche che il climate change è un moltiplicatore di differenze sociali, Cooling Poverty si dice. L’ aria condizionata non è per i poveri. Come, quando si fanno le varie Cop (Conferenza delle parti) sul clima, si chiede sempre di non emettere gas serra a chi è meno sviluppato, così accade per l’aria condizionata: chi non se la può comprare non crea problemi. Ma chi ha soldi soffre meno. Tanto di più, dunque, dobbiamo intervenire. La richiesta di energia è in continuo aumento, dobbiamo promuovere le rinnovabili e educare tutti a consumare meno energia perché il trend di crescita di 2,5 gradi di calore ogni 50 anni non è in flessione. Dovremo adattarci, già a livello mondiale si cominciano a ridurre le emissioni. La Cina , per esempio, sta passando dal carbone alla produzione e di energia tramite l’ idroelettrico e sono velocissimi nel costruire le dighe. Germania , Spagna, Danimarca sviluppano l’eolico. D’altra parte il climate change soffia anche sul fuoco di un pericoloso cambiamento dell’assetto mondiale”.
Ce lo spieghi.
“ Il problema è che un Polo Nord sempre più libero dai ghiacci con sotto tutto quel petrolio e gas diventa una riserva naturale molto attraente per governi prepotenti che intendono accaparrarsi quegli spazi. Non a caso a Trump scotta che la Russia abbia da quelle parti molti più terreni di lui che ha solo l’Akaska, e dunque cerca di accaparrarsene altri. Se si sciolgono i ghiacci, il Polo Nord diventa sempre più terra di conquista. Doppiamente contendibile: non solo perché riserva di ricchezze da sfruttare ma anche come una via molto più rapida e conveniente per la navigazione commerciale. Se una nave che parte dalla Cina e deve arrivare a Rotterdam passa a nord della Siberia ci mette 20 giorni in meno che se passasse da Suez. Così il cambiamento climatico diventa l’ago della bilancia”.
In foto Bernardo Gozzini