Porta Santa a Rebibbia, la politica si inchina, ma non risponde

Il governo sta per approvare il 415bis, nuovo reato di resistenza anche passiva in carcere

Due giorni fa, papa Francesco ha aperto una porta santa nel carcere di Rebibbia. Gesto potente e nel contempo politico. Un meccanismo simbolico che ha toccato le pagine di tutti i quotidiani, colorando il dispositivo canonico della bolla Spes non confundit (La speranza non delude) di mille sfumature.

Intanto, è sempre un vizio di presunzione farsi cullare dalla “speranza” – parola chiave di questa storia. La politica non risponderà, anche quella di parte cattolica. Sperarlo è solo un’illusione. È addirittura hybris, dismisura. Il Governo e la sua maggioranza si apprestano ad approvare il 415 bis, il nuovo reato di resistenza anche passiva in carcere, senza tanti affanni e senza grandi mobilitazioni delle opposizioni. Cullato da una grande parte dell’opinione pubblica, all’uopo preparata, il populismo giudiziario chiuderà presto quella porta santa, e tutto tornerà come prima. Forse peggio di prima. 

Non è affatto un problema di laicità dello Stato. Francesco fa il suo mestiere e la laicità promossa dallo Stato è, nei fatti, uno spostamento del baricentro della fede, non una sua abolizione. Che fine ha fatto il dispositivo della Corte Costituzionale sull’affettività in carcere? Finito nel nulla pneumatico della politica populista. La Chiesa offre sempre alla religiosità dello Stato la sua sponda laica, la sua secolare dottrina che considera la necessità di tenere insieme, da una parte, le esigenze della giustizia, e dall’altra quelle della carità e della speranza. 

Secondo Bergoglio, infatti, “qui non ci sono i pesci grossi ma i pesci piccoli”. Il riferimento è alla giustizia di classe: chi se lo può permettere nel processo si difende, chi è povero finisce dritto in carcere. È sufficiente dare un’occhiata a un qualsiasi studio sulla popolazione carceraria: tossicodipendenti, marginalità, migranti, prostitute, transessuali, in altre parole la “delinquenza” predestinata. Il Giubileo della Giustizia è però carente nel metodo e nell’applicazione del presente, perché la sponda religiosa dello Stato non c’è. Pensa ad altro: ai CPR in Albania, ai Paesi Sicuri, al 415 bis, a censurare l’affettività in carcere.

Mi sono chiesto: cosa avrà pensato un recluso dell’apertura della porta santa? Se ci fossi stato io, a Rebibbia, per quella che è la mia sensibilità e grazie (davvero, grazie) a una piccola esperienza di reclusione, non avrei avuto dubbi. Avrei ringraziato di cuore Francesco, e subito dopo curato le mie piccole necessità del quotidiano penitenziario: una doccia, il cibo, pulire la cella, aspettare il carrello dei farmaci. Nel romanzo di Antonio Manzini “Il passato è un morto senza cadavere”, il vicequestore Rocco Schiavone mette la speranza all’ottavo livello delle rotture di coglioni.

“La speranza era una rottura di coglioni. Quelli che sperano non muovono un dito, pensava. Aspettano. E chi aspetta, oltre che appoggiarsi agli altri che invece agiscono, trova tutto il tempo di lamentarsi. Infatti, sempre all’ottavo livello, scrisse anche: i lamentosi.”

Ecco, se fossi quel recluso di Rebibbia non spererei e non mi lamenterei. Me ne guarderei bene!

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