Quando i giovani ce la fanno. “Finora la medicina si è concentrata (giustamente) su un obiettivo: allungare la vita dei pazienti grazie all’efficacia delle terapie. Adesso la domanda sta cambiando. Non basta più sapere quanto vive un paziente. Conta anche come vive la cura, l’ospedale e il percorso terapeutico. Conta la sua possibilità di scoprire impensati lati di leggerezza perfino nei momenti più delicati”, dicono i ragazzi che hanno fondato la start up “Lemons in the Room”, un progetto di Health Tech, la tecnologia al servizio della salute, in questo caso la realtà virtuale a sostegno delle cure mediche e sollievo dell’ansia che possono comportare . E qui, proseguono i protagonisti della start up , “entra in gioco la realtà virtuale. Perché può fare due cose insieme: offrire una terapia digitale incentrata sulla qualità di vita dei pazienti e diventare un punto di raccolta dati raccolti direttamente da loro”.
Come si fa? “Bastano un semplice visore e la capacità, basata su un mix di letteratura medica già rodata, in particolare di psicologia, e un’altra altrettanto seria ma più attuale esperienza di ultime tecnologie, per creare una realtà virtuale. Non si tratta di sostituire la terapia ma di renderla meno spaventosa, più tollerabile e più umana per tutti: bambini, adulti, famiglie e operatori”, è la convinzione dei giovani sperimentatori.
Che portano come esempio “Telly”, una delle storie virtuali da loro create per distrarre i bambini spaventati dalle cure, immergendoli in un ambiente virtuale, morbido, colorato e dinamico, popolato da elementi fluttuanti e luminosi: bolle, luci, piccole forme che reagiscono ai suoi movimenti attraverso un semplice meccanismo di interazione motoria controllata. Spiegano che basta un movimento dello sguardo, della testa o del controller, e “il bambino può scoppiare : toccare le bolle e generare un feedback immediato, visivo e sonoro. Ogni gesto produce un suono armonico, un cambiamento di colore, una micro-animazione che rafforzano il senso di controllo e di efficacia personale spostando l’attenzione dall’intervento medico a un gioco semplice ma tale da richiedere una continua attenzione checlo aiuta a mantenere concentrazione e autocontrollo, facendogli dimenticare l’ansia”.
Lemons in the Room, raccontano i partecipanti, utilizza “i visori di realtà virtuale integrati con l’applicazione Lemo, il nostro sistema VR, per sviluppare esperienze immersive pensate per ridurre stress e ansia dei pazienti durante terapie e procedure mediche, utilizzando la tecnologia immersiva che sostituisce il mondo reale con un ambiente digitale 3D”. Una tecnica per portare il paziente virtualmente altrove: invece che in ospedale, sulla spiaggia come nello spazio o i bambini in un luogo di giochi. Comunque in uno “spazio sicuro dove ansia, stress e dolore si riducono e l’esperienza di cura diventa più leggera. Non è tecnologia fine a se stessa, ma nata per giovare a persone perché possano vivere meglio un momento difficile”.
Erano tre fiorentini all’inizio. Ora, dopo circa due anni, sono sedici i giovani partecipanti della start up, da varie parti d’Italia ma anche dal mondo. Quando tutto è iniziato, i fondatori interessati a occuparsi di Health Tech (tecnologia digitale, software, dispositivi innovativi per uso sanitario), si trovavano in quello snodo della vita quando, a fine studi, si comincia a immaginare cosa fare da grandi. Tutti e tre studenti universitari, due di ingegneria e l’altro di medicina. “Ma l’idea è nata e cresciuta soprattutto perché eravamo amici”, dice adesso uno dei tre, Niccolò Berni, 25 anni, l’età media degli attuali partecipanti all’impresa. Gli altri due sono Niccolò Cesareo Santoro e Alessandro Napoli. “Abbiamo iniziato partendo dall’ospedale fiorentino di Careggi con vari medici cui il nostro progetto di realtà virtuale era subito piaciuto molto – racconta Berni – Poi abbiamo conquistato la fiducia di un gruppo privato americano che investe in percorsi di formazione e che ci ha permesso di frequentarne uno a Torino, che è il più grande acceleratore di start up a livello mondiale, per cui dopo quattro mesi di formazione e di consolidamento di cultura aziendale, abbiamo partecipato a un grande concorso internazionale e siamo arrivati tra i primi 10 di 6.000 partecipanti dal mondo”.
E così la start up è rapidamente cresciuta. Adesso, come dicevamo, i tre sono diventato sedici che lavorano sia in presenza che da remoto, la struttura ha preso residenza nel coworking dello Student Hotel di viale Belfiore, a Firenze, che ormai non è quasi più uno studentato ma un albergo e un contenitore di spazi imprenditoriali e coworking. I ragazzi sono italiani ma ce ne sono anche da fuori, per esempio il è di Cipro e via dicendo. Ognuno ha un settore, chi immagina le storie, chi le disegna a mano, chi le introduce nel computer, chi si occupa della musica e dei suoni, e via dicendo.
Sono appena tornati, entusiasti, dall’aver presentato il loro progetto all’HealthTeach Global Summit 2026 di Basilea, l’evento internazionale di riferimento per l’innovazione tecnologica in ambito sanitario dove Lemons si è confrontata con altre start up, aziende, ospedali e investitori provenienti da tutto il mondo, tutti mossi dall’obiettivo di rendere la sanità più umana, efficace e attenta al benessere dei pazienti. “Il riscontro dei professionisti internazionali che hanno testato i nostri visori è stato estremamente positivo – spiega Alessandro Napoli, co-founder di Lemons – Abbiamo confermato l’interesse del mercato e incontrato potenziali partner pronti a supportare la nostra espansione.”
“Lavoriamo – spiegano i giovani innovatori – in collaborazione con gli ospedali, puntiamo alla semplicità delle soluzioni e crediamo nell’innovazione come atto di responsabilità. A breve saremo certificati come dispositivo medico in oncologia e pediatria. Ogni giorno impariamo dai reparti, miglioriamo il prodotto e costruiamo fiducia. Lemons in the Room è questo: capacità di innovare che parte dall’empatia e ha impatto reale nella vita dei malati”. Per di più, “senza creare complicazioni o sovraccarico di lavoro per operatori e infermieri”, preme a Berni precisare.
In soldoni funziona così . La start up crea, in modo originale e tutto a mano per poi trasferirle nel computer, storie di realtà virtuale che scaturiscono , attraverso un visore leggero, come immagini e suoni capaci di portare i pazienti lontano dalla loro ansia, dalle loro sofferenze, dalle loro comprensibili preoccupazioni a proposito di qualsiasi intervento ospedaliero. Da un prelievo, per esempio a un bambino, a un qualsiasi altro più o meno grave episodio medico, spiega Berni.
Raccontando che “il paziente indossa sul volto un visore semplicissimo che può guidare da solo con la voce o con le mani. In questo modo può gestire i propri sintomi a livello psicologico, ansia e dolore, e diminuirli. Mentre il personale capisce cosa prova. È importante che i pazienti possano maneggiare lo strumento in completa autonomia, senza necessità di una continua assistenza di altri, se non la spiegazione iniziale. Non vogliamo pesare su infermieri e personale medico sempre più oberati di compiti. L’importante è occuparsi della loro formazione, che noi puntualmente facciamo, perché sappiano come inizialmente introdurre i pazienti, bambini o adulti, all’uso autonomo e alle ragioni dei visori da cui gli operatori potranno anche raccogliere una quantità di utili informazioni, a cominciare da quelle sulla procedura, se riesce e come il paziente la vive”. Non è difficile, si sottolinea, introdurre la realtà virtuale in ospedale. Pare che soprattutto i bambini ne vengano immediatamente attratti ma poi ci arrivano anche gli adulti, inizialmente più incerti, soprattutto affidandosi all’esperienza di chi ha già provato e si è trovato bene. Più diffidenti di tutti, i pazienti geriatrici ma alla fine vengono piegati dalla curiosità.
Intanto la start up sta lavorando con le strutture sanitarie per trasformare la propria esperienza in un vero protocollo medico. “Lavoriamo – spiegano – già in più di 30 ospedali di sei regioni del centro-nord in Italia e ci diamo da fare per allargare sempre di più questa esperienza a livello nazionale ma anche internazionale. Siamo già presenti in un ospedale in Spagna e a Basilea abbiamo ottenuto un grande interesse per la nostra esperienza e creato molti contatti utili a livello mondiale”.
Piccole start up crescono. I giovani ce la possono fare. Berni racconta che “sono già in via di pubblicazione due articoli scientifici redatti tra noi e Careggi. La realtà virtuale funziona molto bene se integrata con il sistema sanitario generale cui fornisce anche informazioni che facilitano il lavoro medico e infermieristico. Rivelandosi in particolar modo utile in un momento come quello che stiamo vivendo, in cui la sanità vede sempre meno risorse e sempre maggiore scarsità di personale. Evitando anche che i pazienti abbandonino la terapia o che si usino troppi psicofarmaci”.
Le cifre incoraggiano Lemons in the Room. Al terzo anno di vita la start up non solo è passata da tre a sedici giovani partecipanti, donne e uomini, ma anche dagli iniziali pochi spiccioli di fatturato ai 130.000 mila euro dell’anno scorso con l’obiettivo di arrivare a un milione quest’anno.