Iniziamo con alcuni termini criptici . Nel linguaggio burocratico ma anche in avvisi pubblici troviamo obliterare.”Ormai è di uso comune e non è più una parola misteriosa. La prima volta che l’ho vista salendo su un autobus sono peraltro rimasto interdetto. Comunque, con una minima conoscenza del latino era facile capire che obliterare da obliviscor -eris significa dimenticare quindi invalidare, annullare (ma non sarebbe stato più facile dire annullare? ricordo che in epoche più sobrie, per i francobolli, si parlava di annullo).
E vabbè . Ma per vetrofania, che ho incontrato per la prima volta quando dovevo applicare un pass su un’auto bisogna risalire al greco φαίνω (transitivo) mettere in luce, render visibile, mostrare, dimostrare, provare esporre, anche se a noi è giunta dal francese vitrophanie (quest’ultimo è un nome depositato).
Quella sulla quale mi sono maggiormente arrovellato è stata la ventilazione dell’Iva letta su alcuni scontrini. Questa idea dell’iva che veniva usata come un ventilatore o come un ventaglio appariva davvero strana. Mi sono rivolto all’IA e ho finalmente capito che è un termine usto per indicare un particolare metodo di calcolo dell’Iva e si chiama così perché l’Iva viene “distribuita” (ecco cosa voleva dire “ventilata”!) tra le diverse aliquote in modo proporzionale invece di essere calcolata separatamente per ogni prodotto vendute.
Ora, ventilare in senso figurato vuole dire anche diffondere, divulgare in modo surrettizio (ad. es.è stata ventilata l’ipotesi di…) ma da qui a distribuire c’è ancora uno scalino che non riesco a salire.
Passiamo alle parole alla moda. Dire problematica al posto di problema. Eppure i due termini non sono identici. Problematica significa “ L’insieme dei problemi fra loro connessi relativi a un dato argomento: la p. della disoccupazione giovanile; tutta la p. sulla questione si riduce a pochi dati” (Vocabolario Treccani). Invece viene usata come sinonimo di problema . Ad esempio…mi dispiace ma oggi abbiamo una problematica con il computer che si è bloccato. Arriveremo a dire “la maestra ha dato agli alunni una difficile problematica di matematica.”
Seconda parola è resilienza sinonimo anzi come rafforzativo di resistenza. In psicologia resilienza è definita come “capacità di reagire in modo positivo e di adattarsi alle avversità della vita e alle difficoltà, mantenendo e sviluppando il proprio equilibrio psichico ed emotivo”. Suonerebbe strano dire “contro la dittatura cresce la resilienza armata”…eppure oggi quest’ultimo termine ha soppiantato quello tradizionale.
Viceversa ci sono altre parole che hanno avuto una repentina fortuna e poi si sono usurate rapidamente. Fra queste stigma inteso come marchio e che veniva usato in ogni conversazione ogni volta che si voleva dire biasimo, censura, nomea, discredito, pregiudizio….ma poi per fortuna siamo tornati a usare anche questi altri termini.
Si è invece ormai stabilmente radicata la locuzione in buona sostanza invece della più semplice “in sostanza” usato come mero sinonimo anche quando non si vuole dare un’accentuazione particolare.
La prima volta che sentii questa espressione fu nel film Johnny Stecchino (dove aveva un’ intonazione vagamente ironica). E’ passata una quarantina di anni ma ancora non ho capito perché questa sostanza deve essere buona.
Sono invece in ribasso le azioni di Ambaradan .Si usa per dire confusione, disordine. Deriva dal nome dell’altopiano etiope Amba Aradam, teatro di una caotica e cruenta battaglia combattuta 1936 durante la guerra d’Etiopia. Uno scontro caratterizzato dal cambio di schieramento di alcune tribù locali che portò quindi a una situazione caotica e per certi versi paradossale dove era difficile capire quali fossero avversari e quali gli alleati (ma non accade anche oggi nella politica internazionale?). In tempi recenti si è usata un’accezione traslata che definiva ogni strutta complessa esempio si sentiva dire alla troupe .”allora prendi tutto l’ambaradan e andiamo a fare l’intervista” oppure “prendo tutto l’ambaradan (indicando pc, stampante, videocamera) e lavoro da casa”.
Il noto linguista Luciano Satta a cui mi rivolgevo sempre quando avevo un dubbio, nel suo libro Alla scoperta dell’acqua calda ha fatto un elenco di espressioni che, a forza di essere usate ossessivamente, divenivano consunte. Ad esempio, ricordava che nell’autunno caldo del 1969 si diceva sciopero a gatto selvaggio o più semplicemente sciopero selvaggio da qui vari titoli degli articoli che parlavano di scioperi. Si titolava “rotaia selvaggia” “ala selvaggia “ per gli aerei. e Satta concludeva che aspettava il titolo “zoo selvaggio.”
Varie espressioni hanno avuto una fortuna effimera nel senso che per alcuni anni erano di uso quotidiano ma per questo si sono rapidamente usurate e sono cadute nell’oblio.
Ad esempio una ventina di anni fa era in gran voga (anzi era come il proverbiale prezzemolo) il termine implementare che anche all’interno di un singolo discorso veniva riproposte più volte. Si esortava a implementare sempre, dovunque Es. “Quale il programma di attività? Dobbiamo implementare ecc” Oppure: “Quali le criticità da superare? Bisogna implementare ecc.” Come state operando in questo settore? Stiamo implementando
Un altro luogo comune degli scorsi decenni era tant’è, usato un po’ come il pirandelliano così è se vi pare. Ma si adoperava soprattutto quando si doveva parlare di qualcosa di poco positivo e si terminava immancabilmente con un tant’è che appariva un po’ come “beccati questa”
E anche per quant’altro c’è stato un periodo di uso addirittura spasmodico. Ogni elencazione doveva finire immancabilmente con un generico e quant’altro anche quando di altro non c’era assolutamente nulla.
Ci sono poi espressioni come dare contezza che sta sostituendo con linguaggio di élite i più comuni vi informo o vi comunico. Certo, qualche frase più ricercata è sempre esistita ma il fatto è che oggi vengono usate anche nel linguaggio parlato.
Come la sostituzione ormai consueta di “anzitutto” con “in primis” che tra l’altro appartiene al latino tardo perché quello classico in una enumerazione usava “primum..deinde” (Cicerone docet). Nel vocabolario ho trovato i seguenti sinonimi di anzitutto ovvero in primo luogo, innanzitutto, prima di tutto, per prima cosa, all’inizio, principalmente, essenzialmente. Mi sembra che ci sia abbondanza di varianti senza ricorrere al latino. E sono d’accordo con quanto diceva Renzo Tramaglino a Don Abbondio: “che me ne faccio del suo latinorum?”
Il che mi ha portato a pensare che quando eravamo gente semplice usavamo parole di uso comune. Capitava che alcuni giornalisti si esprimessero con una prosa d’arte ma erano casi assai limitati. Poi però ci ho ripensato e mi sono ricordato che nelle pagine dei quotidiani di mezzo secolo fa trovavamo espressioni ricercate. Addirittura una moltitudine di citazioni in latino del tipo per aspera ad astra, Hannibal ad portas! Est modus in rebus ecc.
E anche nel linguaggio parlato capitava di sentir esclamare O tempora, o mores o Relata refero o addirittura Sutor, ne ultra crepidam (lett. calzolaio, non oltre la scarpa, ovvero non andare oltre le tue competenze come sembra che avesse esclamato Alessandro Magno a un calzolaio che gli parlava di strategia militare) o il più sfizioso interrogativo Quis custodiet ipsos custodes? (chi controllerà i controllori?)
Ed erano correnti anche in articoli di cronaca e addirittura sportivi esempi tratti dalla mitologia come “il letto di Procuste” “la fatica di Sisifo” “il nodo di Gordio” o dai classici greci e latini come “ la cena di Trimalcione”, “le forche caudine”, essere “un Creso”. O espressioni ricercate come “qui sta il busillis” (ricavato da un’errata traduzione della frase “in rebus illis”). In conclusione “niente di nuovo sotto il sole” e se critico i luoghi comuni del presente, esorto anche a non rimpiangere il passato.
In foto: Vocabolario degli accademici della crusca, IV edizione, 1729 incisione di un frontespizio