Palermo-New York, il ponte-mafia che non cede mai

L’operazione New Tower conferma un legame che non si è mai sciolto
L’immagine fornita dalla DIA mostra un momento dell’operazione che ha portato al sequestro di 81 terreni e fabbricati, 29 auto e moto, sette società e decine e decine conti bancari e altri rapporti finanziari all’imprenditore Alfonso Letizia, indicato dagli investigatori come “il vero dominus” dell’intero omonimo gruppo imprenditoriale colluso con il clan di camorra dei Casalesi, a Napoli, 10 luglio 2014. ANSA/ DIA ++ HO – NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Non è stata una semplice operazione antimafia di routine, quella denominata “New Tower”, di cui è tata data notizia tre giorni fa. Ci ripresenta uno spaccato che deve ancora una volta far riflettere sulla natura maledetta di Cosa nostra e dei suoi rapporti collusivi locali e globali. 

Riassumiamo i fatti. La DDA di Palermo, con la Polizia di Stato articolata nella mitica Squadra Mobile e nella forza speciale dello SCO, in cooperazione con l’ FBI americana, ha colpito il sempre vivo clan Gambino di New York e il mandamento, storicamente filo americano, di Partinico, Borgetto e Torretta nella provincia di Palermo. Risultano coinvolti dieci mafiosi che agivano nel territorio newyorkese e sette mafiosi operanti nel palermitano. Solite ma sempre attuali le dinamiche: violenza contenuta ma “sapientemente” esercitata all’occorrenza, sottomissione delle imprese alle estorsioni, affari, riclaggio, traffico di sostanze stupefacenti. Ricordo quando, anni fa, in visita all’FBI, gli investigatori americani mi fecero notare come ogni loro indagine riconducesse ai soliti centri siciliani. 

Si tratta di situazioni piuttosto conosciute; ciononostante, l’operazione “New Tower” ci fornisce alcune conferme che vale la pena sottolineare: 

1) la peculiarità del vincolo mafioso. Non cessa mai di esistere se non con la collaborazione di giustizia. Il dominus mafioso, in questo caso, è del boss di 81 anni Francesco Rappa. Pensate un po’, ha sulle spalle tre pesanti condanne scontate in carcere. Rappa è coinvolto nelle inchieste già a partire dalla fine degli anni settanta, grazie al fiuto e al coraggio di Boris Giuliano nelle indagini sul traffico di droga tra i due mondi. Francesco Rappa, scarcerato nel 2014, si è subito rimesso in piena attività come capo mandamento tra i due continenti.

Ad agire negli Stati Uniti sono il figlio Vito Rappa e gli altri mafiosi coinvolti nell’inchiesta: “[…] su tale continuo scambio di informazioni dei sodali mafiosi tra la Sicilia e gli Stati Uniti d’America, hanno permesso di individuare gli odierni indagati Rappa Francesco, Badalamenti Giovan Battista e Prestigiacomo Salvatore cl. 73, quali associati particolarmente attivi nel mantenere una fitta trama di relazioni tra la consorteria mafiosa siciliana e quella statunitense”

Questo è il motivo per cui è tuttora necessario mantenere in vita il cosiddetto “doppio binario”, cioè quella severa legislazione avviata grazie all’intuizione di Pio La Torre e strutturata da Giovanni Falcone e oggi ben sistematizzata nel Codice Antimafia, cui ho lavorato incessantemente lungo il corso del mio impegno parlamentare. Senza il 41 bis, le misure di prevenzione, l’ergastolo ostativo e le Interdittive antimafia, rischiamo di subire lo strapotere mafioso e rimanere inchiodati “all’antimafia del giorno dopo”. 

2) Il ruolo apicale degli “scappati”. La dittatura di Riina, i Provenzano, i Bagarella, i Matteo Messina Denaro, solo per citare i più noti, costrinse la parte perdente di Cosa nostra rimasta in vita ad andarsene. Molti di questi, con in testa gli Inzerillo, emigrarono negli Stati Uniti.

Adesso il quadro si ricompone: il denaro è stato salvato e le relazioni mai cessate tra le due mafie riprendono a scorrere lungo le tradizionali usanze collusive con l’economia e la politica, con tanto di innovazioni nel riciclaggio e negli affari. Ovviamente il “tradizionale” ricorso alle estorsioni e il traffico di droga non perdono terreno: la prima serve ad alimentare la cassa e mantenere ferreo il controllo dei territori, la seconda è utile a recuperare l’accumulazione finanziaria necessaria a mantenere ad alti livelli il “Dio denaro” e a proiettarsi verso l’altra divinità, il “Dio potere”. 

3) Il lavoro prezioso della cooperazione giudiziaria. Le mafie sono ormai “globalizzate” ma le antimafie restano “localizzate”: un’asimmetria che indebolisce la forza delle democrazie e degli investigatori, lasciando il campo in balia di partite finanziarie da capogiro e ad un sistema di collusioni che minacciano e compromettono l’integrità della politica e la forza delle Istituzioni.

Ecco perchè è necessario che all’Antimafia locale si affianchi sempre l’Antimafia globale. La cooperazione tra le nostre Forze di Polizia e l’FBI e quella delle magistrature è stata un’intuizione che ha prodotto risultati straordinari, a partire dalla notissima operazione “Pizza Connection”. Adesso è vitale che la cooperazione trovi una sua stabilità legislativa e operativa nello Spazio Antimafia Europeo, in vista dello Spazio Antimafia Mondiale, come previsto e promosso dall’Onu nel 2000 proprio a Palermo e di recente rilanciato a Vienna con i protocolli nominati, non a caso, “Protocolli Falcone”.

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