Meta e Google condannati: i social causano danni agli adolescenti

Risarcimento dii tre milioni di $ per aver indotto dipendenza in una ragazzina

I social causano danni agli adolescenti. Ora non lo dicono più solo schiere di neuropsichiatri in tutto il mondo, peraltro contrastati da altri esperti di opinione opposta. Ci sono due tribunali negli Stati Uniti che, nel medesimo giorno – il 25 marzo – hanno emanato due sentenze di condanna nei confronti delle piattaforme.

A Los Angeles una giuria ha stabilito per la prima volta che Meta e Google sono responsabili di aver indotto dipendenza in una ragazzina, causandole depressione e gravi danni psicologici. La giovane Kaley G.M., che oggi ha 20 anni, ha rappresentato un percorso di assuefazione iniziato addirittura a 6 anni. La Corte ha stabilito un risarcimento di tre milioni di dollari. Il verdetto sancisce che la progettazione iniziale di social come Facebook e Instagram puntava proprio all’assuefazione. Nella sentenza si afferma che gli algoritmi di raccomandazione e funzioni come lo “scroll infinito” sono strumenti progettati per tenere gli utenti incollati allo schermo, ignorando i rischi per la salute mentale.

Torna in campo, quanto dichiarò in un convegno a Roma, il primo presidente di Facebook, Sean Parker: Roma: “Solo Dio sa i danni che i social network hanno creato al cervello dei nostri figli”. E aggiunse: “Facebook e gli altri social media approfittano delle vulnerabilità della psicologia umana con un meccanismo che crea dipendenza come una droga”. In quell’occasione, Parker si definisce un ‘obiettore di coscienza’ dei social media e rivela: “Il processo creativo dietro queste applicazioni, a partire da Facebook, è stato ispirato da questa domanda: come posso consumare più tempo e attenzione possibile? Voleva dire cercare il modo di dare qualche ricompensa, una piccola dose di dopamina ogni tanto, ad esempio un ‘like’ alla tua foto o al tuo post. E questo porta a produrre più contributi, che danno più interazioni e commenti. È un ‘loop’ di validazione sociale. I creatori di questo meccanismo di dipendenza, gli inventori, come me e Mark, Kevin Systrom di Instagram, lo capivamo perfettamente – concluse Sean Parker – Ma l’abbiamo fatto lo stesso”.

Nelle stesse ore in cui veniva resa nota la sentenza di Los Angeles, un tribunale del New Mexico ha emesso un’altra sentenza di condanna nei confronti di Meta. Il caso era, se possibile, ancora più scabroso: si entrava nel merito della mancanza di adeguata protezione da parte delle piattaforme, nei confronti di ragazzini, rispetto a contenuti osceni, violenti, inappropriati. Il verdetto mette in luce la carenza dei sistemi di sicurezza delle piattaforme, condannando Meta a pagare 375 milioni di dollari per non aver protetto adeguatamente i minorenni sulle sue piattaforme. La condanna riguarda la facilità con cui i minori potevano essere esposti a contenuti inappropriati o sfruttati, evidenziando una grave carenza nei sistemi di sicurezza e moderazione dell’azienda. Si è arrivati a questo epilogo dopo un’accurata indagine iniziata nel 2023, con l'”Operazione MetaPhile”.

Rispetto alle due sentenze, Meta si è dichiarata “rispettosamente in disaccordo”, prefigurando anche possibili ricorsi. Ma è certo che i due verdetti abbiano aperto un fronte che potrebbe rivelarsi letale per il business dei social.

Le cause individuali potrebbero moltiplicarsi in tutto il mondo, mentre sono già aperte le azioni legali intentate da oltre quaranta Stati federali americani, tra il 2023 e il 2024. Le accuse contro Meta sono le medesime della causa di Los Angeles: arrecare danni alla salute mentale e allo sviluppo psicologico di bambini e adolescenti. Le cause, promosse dai procuratori generali statali, sostengono che le principali piattaforme del gruppo siano state deliberatamente progettate per creare dipendenza, attraverso meccanismi come lo scrolling infinito, le notifiche push e gli algoritmi di raccomandazione basati sull’engagement. Secondo gli Stati querelanti, queste scelte di design non sarebbero effetti collaterali, ma componenti strutturali del modello di business, finalizzate ad aumentare il tempo trascorso online e, di conseguenza, i profitti pubblicitari. Ciò che il verdetto di Los Angeles ha già affermato. In alcuni casi, le cause richiamano anche il tema della sicurezza dei minori online, contestando l’inefficacia o l’assenza di strumenti realmente in grado di limitare l’esposizione dei più giovani a contenuti nocivi. Come si legge nella sentenza del Tribunale del New Mexico.

Gli Stati chiedono sanzioni civili, risarcimenti e, soprattutto, cambiamenti strutturali nel funzionamento delle piattaforme, affinché i prodotti digitali siano progettati tenendo conto dell’impatto sulla salute mentale dei minori. Si tratta di un’azione bipartisan, sostenuta sia da procuratori democratici sia repubblicani, che riflette una crescente convergenza politica sul tema della responsabilità sociale delle Big Tech.

Questa offensiva giudiziaria segna un passaggio cruciale: per la prima volta, l’impatto dei social media sugli adolescenti viene trattato non solo come una questione educativa o culturale, ma come un problema di salute pubblica, potenzialmente imputabile alle scelte industriali di una delle più grandi aziende tecnologiche del mondo.

Meta, fin dall’inizio, ha respinto ogni accusa, e a partire già dalle settimane successive all’avvio della causa, ha inserito aggiornamenti “progettati – si leggeva nell’annuncio dell’azienda – per aiutare gli adolescenti a sentirsi in controllo delle loro esperienze online e aiutare i genitori a sentirsi attrezzati per supportare i loro ragazzi. Continueremo a collaborare con genitori ed esperti – affermava Meta – per sviluppare funzionalità aggiuntive che supportino gli adolescenti e le loro famiglie, in modo da fornire un ambiente più sicuro per gli adolescenti, introducendo nuove opzioni per la tutela dei minori attraverso il controllo dei genitori”.

Quello che emerge è una nuova attenzione globale sulle relazioni pericolose tra smartphone e adolescenti. I social network non sono più considerati strumenti neutri, ma ambienti da regolare, soprattutto per i più giovani, per evitare dipendenza e assuefazione. ll primo Paese a introdurre un vero divieto è stato l’Australia, che nel 2025 ha approvato una legge storica, vietando l’accesso ai social ai minori di 16 anni, istituendo l’obbligo per le piattaforme di verificare l’età degli utenti, con la previsione di multe molto elevate per chi non rispetta la norma. Questa decisione ha fatto da modello per molti altri governi. In Francia la legge per vietare i social sotto i 15 anni è in fase finale. In Portogallo sono state inserite restrizioni già approvate che prevedono il consenso esplicito dei genitori all’uso dei social da parte dei propri figli. In Spagna si sta dibattendo una proposta di divieto sotto i 16 anni, in Danimarca l’età presa in considerazione sono i 15 anni, così come in Grecia. In Germania è in corso un dibattito politico intenso sul limite dei 16 anni. Nel Regno Unito si sta lavorando sul modello australiano.

Nel nostro Paese nel 2021 il Senato insediò una Commissione presieduta da Andrea Cangini, proprio per approfondire gli effetti dei social sugli adolescenti. Il 9 giugno 2021 fu presentato il Rapporto finale in cui si leggeva: “Ci sono i danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, disturbi muscoloscheletrici, diabete. E ci sono i danni psicologici: dipendenza, alienazione, depressione, irascibilità, aggressività, insonnia, insoddisfazione, diminuzione dell’empatia. Ma a preoccupare di più è la progressiva perdita di facoltà` mentali essenziali, le facoltà che per millenni hanno rappresentato quella che sommariamente chiamiamo intelligenza: la capacità di concentrazione, la memoria, lo spirito critico, l’adattabilità, la capacità dialettica… Sono gli effetti che l’uso – che nella maggior parte dei casi non può che degenerare in abuso – di smartphone e videogiochi produce sui più giovani. Niente di diverso dalla cocaina. Stesse, identiche, implicazioni chimiche, neurologiche, biologiche e psicologiche”.

Non mancarono le stroncature da parte di guru digitali. Il Governo non trasse le conclusioni dall’indagine della Commissione, salvo il banale divieto dell’uso del cellulare in classe. Oggi la domanda emergente in tutto il mondo non è più se limitare i social tra i ragazzi, ma come farlo senza compromettere libertà e diritti digitali. E soprattutto, di fronte alla concreta possibilità che i ragazzi possano aggirare i divieti, come attuare politiche di educazione digitale e regolazione dei contenuti. Perché le sole restrizioni certamente non basteranno.

Immagine: https://unabasesicuranapoli.it/attualita/social-media-e-giovani-rischi-e-opportunita-nellera-digitale/

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