Oceani inquinati: l’Ue investe un miliardo di euro

Nel mare finiscono ogni anno tra i 19 e i 23 milioni di tonnellate di rifiuti

“Entro il 2050 ci sarà più plastica che pesce negli Oceani”. È quanto emerse nel 2016 dagli studi della Fondazione Ellen Mac Arthur. Ed è un vero proprio macigno che pesa sugli equilibri naturali e sulla biodiversità. Per questo l’Unione Europea alla Conferenza di Nizza sugli Oceani ha annunciato un investimento di un miliardo di euro per la sostenibilità di quei mari in cui finisce ogni anno un totale di rifiuti tra i 19 e i 23 milioni di tonnellate, di cui circa 12 milioni di plastica, il nemico più pericoloso delle specie marine.

La presenza di plastica negli oceani è oggi una delle più gravi minacce ambientali a livello globale. Quella che talvolta vediamo tristemente galleggiare è solo l’1%: la massa affonda o si frammenta in microplastiche calcolate in circa 51 trilioni di particelle. Le cinque principali “gyre” oceaniche (vortici oceanici) accumulano enormi quantità di plastica, tra cui il più noto è il Great Pacific Garbage Patch. Le specie marine più colpite sono le tartarughe marine, che scambiano i sacchetti di plastica per meduse, ingerendole con soffocamento o ostruzioni intestinali. Il 100% delle specie di tartarughe marine ha ingerito plastica. Esempi documentati mostrano balene spiaggiate con oltre 20 kg di plastica nello stomaco. E poi i tanti pesci che ingerendo le microplastiche le fanno entrare anche nella catena alimentare umana.

Di questo vero e proprio disastro causato dalla scelleratezza dell’uomo, si è parlato a Nizza alla Conferenza delle Nazioni Unite sugli Oceani che si è appena conclusa con una dichiarazione congiunta firmata da 95 Paesi. Nel testo si ribadisce l’intento comune di porre fine al flagello dell’inquinamento da plastica. Il documento è stato così sintetizzato in una nota dell’Ambasciata francese a Roma: “Questa dichiarazione congiunta si articola in cinque punti per raggiungere un accordo all’altezza di ciò che la scienza ci dice e di ciò che i nostri cittadini chiedono:

1. Chiedere l’adozione di un obiettivo globale di riduzione della produzione e del consumo di polimeri plastici primari;

2. Introdurre un obbligo giuridicamente vincolante per eliminare gradualmente i prodotti di plastica più problematici e le sostanze chimiche che destano preoccupazione, sostenendo l’elaborazione di un elenco mondiale di tali prodotti e sostanze;

3. Migliorare, attraverso un obbligo vincolante, la progettazione dei prodotti di plastica e garantire un impatto ambientale minimo e la tutela della salute umana;

4. Dotarsi di un meccanismo finanziario all’altezza dell’ambizione del trattato e che ne sostenga l’efficace attuazione;

5. Impegnarsi a favore di un trattato efficace e ambizioso che possa evolvere nel tempo e reagire ai cambiamenti delle prove e delle conoscenze emergenti”.

Si tratta di impegni che non nascono oggi. La quinta Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente ha adottato nel marzo 2022 una risoluzione storica volta a negoziare un trattato per porre fine all’inquinamento da plastica, basato su un approccio globale che copre l’intero ciclo di vita della plastica. Dopo le prime cinque sessioni di negoziati (Uruguay, Francia, Kenya, Canada e Corea del Sud), dal 5 al 14 agosto 2025 si terrà a Ginevra (Svizzera) una sessione denominata “CIN-5.2”. Durante il CIN-5, una coalizione di oltre 100 paesi, provenienti da tutti i gruppi regionali e da tutti i livelli di sviluppo, ha ribadito la propria ambizione di concludere un trattato ambizioso che tenga conto dell’intero ciclo di vita della plastica (compresa la riduzione della produzione). Il “Nice wake up call for an ambitious plastics treaty” mira a riaffermare questa ambizione maggioritaria a poche settimane dalla ripresa dei negoziati a Ginevra.

Il flagello del degrado dei mari non riguarda solo gli Oceani. Sacchetti di plastica, attrezzi da pesca, imballaggi, corde sintetiche… I rifiuti marini sono diventati un problema diffuso di inquinamento che colpisce tutti i mari del mondo e rappresentano una seria minaccia per l’ambiente marino e costiero anche del Mediterraneo. In un mondo globalmente interconnesso, l’inquinamento marino influisce negativamente sulla fauna marina, sugli ecosistemi marini e sulla qualità delle spiagge, danneggiando al contempo la pesca, le industrie marittime e i mezzi di sussistenza delle comunità costiere.

Per il nostro Paese ha ottenuto vasti consensi, alla Conferenza di Nizza, il contributo scientifico portato da Maria Cristina Fossi, professoressa Ordinaria di Ecologia e Ecotossicologia dell’Università di Siena. È inoltre Direttore Scientifico del Laboratorio Biomarkers Plastic Busters dell’Ateneo senese, nell’ambito del polo mediterraneo del network ONU – UN Sustainable Development Solutions Network (SDSN); iniziativa identificata nel 2016 da Union for the Mediterranean (UFM) come progetto bandiera “Verso un Mar Mediterraneo sano e libero dalla plastica” supportando anche l’iniziativa BLUEMED.

La scienziata, che è stata recentemente inserita tra le 21 personalità di eccellenza della ricerca italiana, è riconosciuta fra i massimi esperti in campo nazionale ed internazionale nell’ambito dell’inquinamento marino e lo studio dell’impatto dei rifiuti marini sulla biodiversità del Mediterraneo. Iniziato nel 2013, il laboratorio Plastic Buster, letteralmente, “acchiappa plastiche”, ha offerto dati scientifici inediti sul fronte dell’inquinamento marino.

Sebbene sia ampiamente noto che i rifiuti marini provengano in gran parte da attività terrestri, i dati sulle quantità, le tendenze, le fonti e gli impatti dei rifiuti marini sono piuttosto limitati. Ottenere maggiori informazioni sulle fonti, le vie di trasporto e la distribuzione dei rifiuti marini, e valutare le loro interazioni con la vita marina e la decomposizione batterica, è essenziale per elaborare misure di mitigazione e azioni di prevenzione. È proprio questo l’obiettivo dell’iniziativa Plastic Busters: monitorare, valutare, mitigare e prevenire i rifiuti marini per ridurne i rischi ambientali, sociali ed economici.

Due i nuovi progetti che Maria Cristina Fossi ha presentato durante la Conferenza di Nizza, nel cosiddetto “Mediterranean Day”, il giorno in cui circa 900 scienziati di tutto il mondo si sono confrontati sullo stato di salute del “Mare Nostrum”: “C’è un filo – dice Fossi – che lega la Conferenza di Nizza con la prima Conferenza sugli Oceani che si tenne all’Onu nel 2017 e in cui gettammo le basi per lo studio dell’impatto dei rifiuti plastici sulla biodiversità nel Mar Mediterraneo. I focus che ho illustrato a Nizza riguardano i progetti Miramar e Med Proact. Entrambi sono finanziati dalla Commissione Europea. Con il primo progetto, lavoreremo sulle coste nord del Mediterraneo all’interno di nove aree pilota per capire gli effetti dell’inquinamento soprattutto da plastica in alcune specie marine, forti dell’esperienza maturata in questi anni quando abbiamo documentato i danni provocati dall’inquinamento a 46 specie marine. Med Proact, che interessa le coste sud del Mediterraneo, rappresenta il primo caso in cui l’approccio alla ricerca sugli inquinamenti è multiplo e non settoriale: dal marin litter, cioè i rifiuti lasciati sulle spiagge, a contaminanti come quelli di origine farmaceutica, agli effetti del riscaldamento globale”.

I Plastic Busters coordinati dalla professoressa Fossi collaborano con molti soggetti istituzionali e non, come Legambiente, che con il Progetto Beach Litter si impegna, insieme a centinaia di volontari, per un esteso monitoraggio dei rifiuti dispersi nelle spiagge italiane. Nel 2025 ne sono state campionate 63. Il report di Legambiente documenta la gravità della situazione: “Numeri alla mano su un’area complessiva di 196.890 mq, sono stati 56.168 i rifiuti raccolti e catalogati. Una media di 892 rifiuti ogni 100 metri lineari. Rispetto all’edizione del 2024, si registra un peggioramento del “grado di pulizia” delle spiagge, calcolato per il 28% come molto sporche o sporche. Le spiagge molto pulite diminuiscono passando dal 42% al 27%”. La plastica si conferma il principale antagonista delle spiagge, con il 77,9% degli oggetti rinvenuti dai volontari di Legambiente.

La salute del mare, dagli Oceani al Mediterraneo è dunque decisamente a rischio. Ecco perché alla Conferenza di Nizza la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha annunciato che l’Europa investirà 1 miliardo di euro in 50 progetti in tutto il mondo per la sostenibilità del mare. Tra questi ci sonio anche quelli italiani, coordinati dalla professoressa Fossi. La presidente ha ricordato cosa significhi il mare per il Vecchio Continente: “70.000 chilometri di costa, un europeo su cinque che vive sulla costa, cibo, una scorta infinita di energia pulita, collegamenti e commercio, mitigazione del clima e un alleato nella lotta al riscaldamento climatico. L’Europa deve pensare come un continente marittimo e comportarsi come una potenza marittima. Dobbiamo assicurarci che il mare rimanga nostro alleato”.

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