Quando ero ragazzo, studiavo a Parma e frequentavo spesso un ristorante con la mia fidanzata di allora. Avevamo le nostre piccole abitudini: sempre lo stesso tavolo, lo stesso vino, lo stesso cameriere che ormai ci salutava con l’affetto riservato agli habitué. Una routine rassicurante, ci piaceva.
Passano alcuni anni. La vita cambia, le persone anche. Torno in quel ristorante con una nuova fidanzata. Appena varco la soglia, il cameriere mi riconosce al volo. Senza neanche guardare bene chi mi accompagna (era sera e c’era poca luce) e, con la naturalezza di chi è certo di fare cosa gradita, esclama: “Che piacere rivedervi! Stesso tavolo, vero? Vi porto subito lo champagne!”
La nuova fidanzata mi guarda di traverso , il cameriere si accorge della gaffe, io guardo il pavimento sperando si apra sotto i miei piedi. In quella occasione ho imparato una lezione che mi sarebbe servita più avanti: chi ti serve può anche conoscerti, per migliorare il servizio, ma forse non è il caso che ti conosca così bene.
Ed è proprio questo il dilemma che si apre ora con l’ultima generazione di assistenti virtuali. OpenAI, leader nel settore dell’intelligenza artificiale, ha appena introdotto una nuova funzione di “memoria” per il suo celebre chatbot ChatGPT. L’idea è semplice: il sistema sarà in grado di ricordare informazioni sull’utente nel tempo per offrire risposte più personalizzate e contestuali.
Ad esempio, potrà sapere che preferisci risposte concise, che lavori con il linguaggio di programmazione Python, o che segui una dieta con molte verdure. Potrà ricordare se scrivi newsletter, come ti piace comunicare, quali sono le tue priorità professionali. L’obiettivo è rendere l’interazione più naturale e utile, come con un assistente personale che ti conosce davvero — e che non deve ripartire ogni volta da zero.
Secondo OpenAI, questo potenziamento dell’esperienza utente sarà attivato per tutti gli utenti entro l’estate, anche se sarà sempre possibile disattivare la memoria o gestirla manualmente tramite le impostazioni. Ogni elemento memorizzato potrà essere eliminato singolarmente o in blocco, garantendo all’utente il pieno controllo.
Non è una novità isolata. Anche altri giganti del settore, come Google e Microsoft, stanno puntando sulla memoria conversazionale. Il nuovo assistente Gemini di Google, ad esempio, potrà ricordare gusti alimentari, nomi di familiari, abitudini quotidiane. Microsoft, dal canto suo, sta introducendo strumenti simili nei propri ambienti di lavoro, integrando queste memorie nei suoi assistenti aziendali per aumentare la produttività.
Ma questa ondata di personalizzazione porta con sé nuove preoccupazioni sulla privacy. La questione centrale è: quanto devono sapere — e soprattutto ricordare — questi sistemi? OpenAI ha cercato di rassicurare gli utenti, spiegando che ogni aggiornamento della memoria sarà notificato, e che i dati raccolti non verranno condivisi con terze parti. Tuttavia, la sensazione di “essere osservati” resta, soprattutto se si considera che queste interazioni possono rivelare aspetti intimi o sensibili della nostra vita quotidiana.
In sostanza, il mondo di chatbot si avvicinano sempre di più a camerieri zelanti: vogliono fare bella figura, offrirti il miglior servizio possibile, anticipare i tuoi desideri ( e magari farti proposte d’acquisto). Ma ogni tanto sarebbe meglio se dimenticassero un dettaglio o due.