Maria Bakunin, “la Signora di Napoli” prima italiana laureata in chimica

La storia di una grande scienziata nel libro di Mirella Armiero
La giornalista e scrittrice Mirella Armiero

È uscito nel mese di aprile il libro di Mirella Armiero, “Un Pensiero Ribelle. Maria Bakunin la Signora di Napoli”, per Solferino edizioni,che narra la vita della prima donna italiana laureata in chimica, nata in Siberia, vissuta a Napoli a cavallo di due secoli,geniale e contemporanea. Il merito di Mirella Armiero, giornalista direttrice delle pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno, è di aver gettato nuova luce su una personalità controversa e al contempo immensa affinché non se ne perdesse memoria.

Il “pensiero ribelle” della Bakunin che Armiero  ripropone, grazie a una solida ricostruzione d’archivio, la portò, in un’epoca ancora poco incline ad interrogarsi sulla condizione femminile, a raggiungere obiettivi culturali impensabili per le donne in quegli anni, e ad imporsi in ambito accademico per le sue brillanti intuizioni ottenendo prestigiosi riconoscimenti. Legatissima a Napoli, Maria Bakunin la visse da protagonista nelle accademie, nei circoli culturali, nei laboratori scientifici e nelle aule universitarie con vibranti aneliti di speranza, disperazione, energici e civili. 

Chi era Maria Bakunin e perché Mirella Armiero ha scelto tra le tante donne che spiccarono per personalità ed intelligenza nella Napoli cosmopolita post-unitaria, crocevia all’epoca di intellettuali e pensatori provenienti da tutte le parti del mondo, di scrivere un libro proprio su di lei?  “Di solito mi occupo di letteratura, ma questa figura mi ha affascinato perché erede della generosa tradizione anarchica ottocentesca – dice Armiero – Via via che la conoscevo, leggendo fonti e ascoltando persone che l’hanno incontrata, mi appariva sempre più piena di contraddizioni e perciò stesso molto contemporanea. Ma alla base di tutto ci sono stati un dialogo con Goffredo Fofi, che mi ha spinto sulle sue tracce, e il film di Mario Martone “Morte di un matematico napoletano”, che racconta la storia di Renato Caccioppoli, nipote di Maria Bakunin. Lei stessa, interpretata da Vera Lombardi, appare fugacemente nel film”. 

Più che una biografia classica su Maria Bakunin, il libro si compone di tante storie che poi messe insieme danno la visione completa del personaggio che si svela così al lettore un po’ alla volta. E alla fine viene fuori un ritratto di una donna “del rigore e della scienza”, quasi emblema di una città che poteva essere quello che poi non è stata, a causa dei tragici eventi delle guerre mondiali e del fascismo. 

“Ho lavorato con il metodo dell’inchiesta, innestando poi  stralci narrativi nei passaggi sui quali non avevo fonti a disposizione – spiega Armiero – questo che lei sottolinea è proprio il punto fondamentale per me: raccontare un’altra Napoli, quella che avrebbe potuto modernizzarsi più velocemente, colmare il divario con il nord, puntare su scienza e sviluppo. Una Napoli che non è stata, di cui però rimane traccia”. 

Nel libro è riportata la celebre eruzione del Vesuvio avvenuta nel 1906, e il racconto raffigura la folla che scappa dalla città, mentre un gruppo di scienziati e intellettuali si muove in direzione opposta, quasi in “gita scientifica” per andare alla ricerca di minerali o per descrivere l’evento. Tra di loro spiccano due donne Maria Bakunin e Matilde Serao, che di fatto incarnano nel romanzo in pari misura l’aspetto umanistico e della ragione. 

“Sono entrambe donne coraggiose e determinate – continua l’autrice – Non si lasciano intimorire nemmeno dal Vesuvio in eruzione e vanno dritte al loro scopo. Avranno poi rapporti anche in seguito, ma la Serao fu amica soprattutto di Sofia, la sorella di Maria, che studiò medicina ma non esercitò la professione e che fu la madre di Renato Caccioppoli. Serao e Bakunin facevano parte di un’élite intellettuale  che era all’epoca molto ristretta e coesa e vedeva insieme scienziati e umanisti”. 

 L’anarchico Michail Bakunin,  pur non essendo il padre biologico di Maria,(lei era la figlia naturale di un avvocato anarchico napoletano), sarà tuttavia per la giovane donna  un importante punto di riferimento etico e morale al punto che chiese a Max Nettlau, anarchico austriaco, con cui lei ebbe una fitta corrispondenza, di scriverne la biografia.  Tuttavia sul concetto di anarchia, traspare in Maria Bakunin un certo distacco quasi un vero e proprio disinteresse.  “Questa è una delle contraddizioni di Maria, che è una donna determinata ma non lineare – spiega Armiero – ha un grande affetto, addirittura una venerazione per Michail Bakunin e per tutta la vita si considererà sua figlia. Conserva e cerca di difendere anche dal fuoco nazista le sue carte. Ma non si interessa delle sue teorie politiche, lo considera genericamente un benefattore dell’umanità, un filantropo. Eppure in lei riecheggia qualcosa di quel pensiero, per esempio durante la ricognizione delle scuole industriali in Belgio, su incarico di Nitti, Maria si indigna contro il lavoro minorile nelle miniere. Una certa aria in famiglia l’aveva respirata e assimilata”. 

Un’altra contraddizione nella personalità poliedrica di questa donna fiera, ribelle e anticonformista, fu il fatto che non firmò il manifesto antifascista di Benedetto Croce, il filosofo napoletano, suo amico. Un punto discusso, cui tuttavia Armiero  dà una spiegazione. “Credo perché sul piano politico, come detto, non si esponeva – dice- Maria rifiutò a lungo di fare il saluto fascista, ma poi si piegò al giuramento come quasi tutti gli accademici italiani che credevano di poter conservare almeno negli studi la propria autonomia. Molte cose furono comprese troppo tardi”. 

Maria Bakunin sin da piccola studiò con tale impegno da diventare la prima donna in Italia a laurearsi in Chimica, e  la prima ad ottenere una cattedra da ordinario. Una studiosa integerrima, moderna; nella vita sentimentale si accompagnò a Francesco Giordani un suo allievo di 25 anni più giovane di lei, esponente di spicco del fascismo. Un storia d’amore che poteva apparire singolare, visti i tempi, ma che, secondo l’autrice, fu senz’altro importante e solida. “Dall’idea che mi sono fatta attraverso le testimonianze, fu un sodalizio lungo e solido. I due viaggiarono molto insieme, condivisero progetti, sebbene su due lati opposti della barricata. In quel periodo non tutto fu bianco o nero, ci furono zone d’ombra, chiaroscuri, specie dentro quella elite intellettuale di cui parlavamo prima. Quando era già malata, Maria volle andare da Giordani che stava anche lui male. Il sacerdote che l’accompagnò dice che vollero restare soli e che fu un incontro commovente, l’ultimo”.

La Bakunin, temutissima dai suoi studenti che chiamavano in segno di rispetto  “Signora”,  veniva però anche chiamata “Strega” dalla famiglia Cacciopoli, con cui era imparentata,(Renato Caccioppoli,  il matematico morto suicida nel 1959, era il suo prediletto nipote). Il rapporto fra Maria e questo nipote a lei carissimo, fu in un certo senso di accudimento da parte della Bakunin. “I due condivisero un tratto di strada accademica, lavorarono spesso insieme, lei era molto orgogliosa del nipote geniale, che di domenica partecipava alle riunioni nel salotto della zia con altri scienziati e amici. Credo che per lei sia stato il più grande dolore apprendere del suo suicidio. Fu il preludio alla sua stessa fine”, ricorda l’autrice.

Bakunin fu una donna che visse larga parte della sua vita in ambienti maschili e viene spontaneo chiedersi se il confronto con gli uomini anche e soprattutto in ambito accademico e dunque lavorativo le abbia creato delle difficoltà. “Io non credo proprio – risponde Armiero – Se le capitava di vedere qualche disattenzione strigliava custodi e sottoposti, ma era molto fiera e combattiva anche con i suoi colleghi. Quando si ritrova presidente dell’Accademia Pontaniana usa il suo piglio brusco ed energico per ricostituire il patrimonio andato disperso in guerra”. 

Un terribile episodio riguardò da vicino Maria Bakunin toccando proprio la sua titolarità accademica. Come professore emerito infatti, Maria abitava dentro l’Università di Napoli in via Mezzocannone. Nei giorni che precedettero le quattro giornate di Napoli, si dice che da sola fronteggiò i nazisti che entrarono in casa sua, per distruggere quello che consideravano un covo antifascista. Scoppiò un incendio che incenerì anche i libri dell’Accademia Pontaniana. Un episodio drammatico,  un momento terribile “che lei racconta in un memoriale ricco di dettagli – dice l’autrice dell’opera – I nazisti avevano avuto l’ordine di ridurre Napoli in fango e cenere, così iniziarono dall’Università, ritenuta covo di antifascisti. Quel 12 settembre rastrellarono civili e uccisero un marinaio sullo scalone dell’ateneo. Poi bussarono alla porta di Maria intimando a tutti di andare via e diedero fuoco prima alla casa e poi alla biblioteca che si trovava al piano di sopra. Lei chiamò disperata i pompieri che si rifiutarono di precipitarsi a salvare delle carte e questo la fece indignare e disperare di più. Alla fine rimase senza nemmeno un abito o un mobile, le assegnarono poi alcuni stanzoni spogli da abitare, ma aveva perso tutto. Anche le carte di Bakunin che per fortuna Nettlau aveva copiato anni prima”.

Nella foto Mirella Armiero

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