La sottile linea rossa fra diritto alla sicurezza e rischio della repressione

Il nuovo decreto e il fermo di polizia per 12 ore senza controllo del magistrato

La chiameremoMirella, nome di fantasia perché la giovanissima studentessa che ci ha raccontato la sua storia teme ritorsioni. La storia nasce dal braciere olimpico, dal fatto che una tappa si sia svolta in piazza Santissima Annunziata a Firenze e che la ragazzina in questione sia una attiva partecipante a cortei e manifestazioni. Un’attivista, insomma. Mirella dunque, fiorentina, si trova a passeggiare nella sua città e pensa di attraversare piazza Santissima Annunziata. Ma ad accoglierla ci sono gli agenti di polizia. Gli agenti sorvegliano le entrate, perché è la serata della tappa della fiaccola olimpica e sui social ci sono stati avvisi di una contestazione. Mirella non sa niente e vorrebbe pass re. Gli agenti si oppongono. Perché?  A quanto viene dichiarato, non ha nessun procedimento a carico, nessuna denuncia, nulla di nulla. Eppure, in quella piazza non entra. Forse è segnalata, la sua partecipazione alle manifestazioni e ai cortei la rendono “persona pericolosa per l’ordine pubblico? Ipotesi. Intanto, Mirella, con le lacrime agli occhi, capisce che non  è più una cittadina come tutti. E dentro quella piazza, lei, non entra.

L’episodio, solo uno dei tanti, apre ad alcune riflessioni più ampie, che vanno a riprendere temi molto cari al Paese, come la sicurezza e il sottile filo che trattiene uno Stato dentro l’area liberal-democratica oppure che lo mette già dentro il recinto spinato dei Paesi a debole ossatura democratica. Il vero snodo insomma, volendo essere più chiari, è la differenza fra il diritto alla sicurezza e il rischio della repressione. Un confine che, secondo molti analisti, sarà reso ancora più labile dal nuovo decreto sicurezza, terzo intervento sul tema da parte del governo, dopo quello sui rave e quello sfociato nella legge 80. Ricordiamo che la legge ha già introdotto 13 nuovi reati nel nostro codice, spesso volti a reprimere le iniziative di protesta: dall’aggravio delle pene anche per iniziative pacifiche come i sit-in, ai limiti a scioperi e cortei e a poter disporre del proprio corpo come strumento di protesta (il divieto di sciopero della fame in carcere, tanto per fare un esempio), ma anche l’aggravio per occupanti senza titolo di immobili e addirittura, per chi si mostra solidale. Un meccanismo molto razionale che mostra, secondo molti studiosi, una torsione che è rivelatrice di un vero e proprio cambio di approccio rispetto non al sistema che emerge dalla Carta costituzionale, ma anche rispetto ai principi che reggevano lo stato liberale. In altre parole, un sistema valoriale verrebbe di fatto esautorato e le sue “forme”, apparentemente illese, riempite di nuovi significati, ovvero di un nuovo sistema di valori e priorità. Spingendo il ragionamento ai limiti, al posto di Libertà-Eguaglianza-Fraternità subentrano Dio-Patria-Famiglia. Con non poche conseguenze sulla vita ordinaria dei cittadini.

Sulla questione il sociologo Vincenzo Scalia mette i puntini sulle i. “Bisognerebbe intendersi sui termini. Ci sono vari tipi di sicurezza: quella ambientale, quella sui luoghi di lavoro, quella sociale. Tre tipi di sicurezza che oggi, in pieno neoliberismo, non vengono affatto declinati sul piano pratico, perché presupporrebbero  l’intrapresa di un percorso di emancipazione collettiva, una vera implementazione dei principi di libertà, uguaglianza e fraternità. Il compianto Alessandro Baratta affermava che si è rinunciato alla sicurezza dei diritti in nome del diritto alla sicurezza. Ma che diritto è quest’ultimo, se non la declinazione e la riproduzione delle disuguaglianze formali e sostanziali? A dovere essere sicuri sono gli individui, preferibilmente italiani e di classe media. I produttori di insicurezza sono sempre gli stessi: migranti, rom, sex workers, nel caso richiamato sopra anche gli attivisti, quelli che mettono in discussione l’assunto base del sistema.

Una tendenza pericolosa che viene messa in atto anche subdolamente, per esempio agendo nella direzione della violenza di genere, secondo un’attitudine che considera le donne come soggetti deboli, da tutelare, quindi non in grado di esprimere una soggettività. E così rafforza le istanze repressive dello stato. Sì, è corretto, la cittadinanza non c’è più. Ci sono degni e indegni, cittadini e pericoli pubblici, secondo la logica binaria in/out imposta dal neoliberismo. Ma anche tra gli inclusi, o presunti tali, ci sono persone meno incluse di altre, che non possono partecipare al processo decisionale. Lo Stato pensa a tutto, tramite i poliziotti e il sistema giudiziario-penale. Questa è l’idea su cui si fonda il securitarismo. Viene da pensare alla canzone di De Gregori: è un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera. Perché se la gente esce, si conosce, comunica, si racconta, possono nascere idee e pratiche collettive che mettono in discussione il potere. In particolare l’idea di potere di chi oggi è al governo, cresciuto con Evola e Codreanu, che di libertà e uguaglianza non volevano sapere”.

Il penalista fiorentino Sauro Poli, 35 anni di professione, analizza la questione dal punto di vista tecnico. E ha le idee piuttosto chiare, in particolare per quanto riguarda il nuovo decreto sulla sicurezza che, rispetto a quello precedente, convertito nella legge 80, segna “un passo in più”.

“Non mi perito di dire che, rispetto alla normativa precedente, con questo nuovo decreto si compie un salto di qualità rispetto al passato. Ma al di là delle enunciazioni, andiamo al concreto degli istituti. Il fermo cautelare, rivalutato dal nuovo decreto, era già previsto all’art. 247 del Codice Rocco. Rimase fino al 1989, ovvero fino all’entrata in vigore del codice di procedura Vassalli. Con la sua resurrezione grazie al nuovo decreto sicurezza, dobbiamo rimpiangere il vecchio codice Rocco, dal momento che il fermo cautelare del codice fascista era regolamentato: intanto, doveva ricorrere il presupposto di “gravi indizi di un delitto punito con l’ergastolo”; poi, il “pericolo di fuga” del soggetto in questione. Inoltre, ecco gli adempimenti cui erano tenute le forze dell’ordine: “immediata notizia al pm del giorno e dell’ora del provvedimento”, “immediato interrogatorio e immediato trasferimento nel carcere giudiziario”.

Inoltre, “comunicazione entro 48 ore al pm dei motivi del fermo e dell’esito delle indagini”. Il pubblico ministero, entro 48 ore dalla comunicazione, “doveva convalidare o prorogare su richiesta della polizia il provvedimento limitativo della libertà”. Tutto ciò, checché se ne dica, si colloca ancora dentro l’art. 13 della nostra Costituzione repubblicana. Perciò, il fermo di prevenzione, formalmente, è ancora nell’ambito della Costituzione, “perché rimane incluso nelle 48 ore”. E allora, qual è la differenza fra il codice Rocco e la norma del nuovo decreto? La presenza, risponde l’avvocato penalista, di un risvolto molto critico, ovvero, “la possibilità per gli ufficiali e agenti di polizia, di trattenere la persona, pur non oltre le 12 ore; non si fa nessun riferimento al controllo giurisdizionale. Di fatto si dà mano libera, sia pure per 12 ore, a uno sceriffo”.

Veniamo ora a un altro punto, altrettanto disvelatore dello spirito della norma,ovvero alle perquisizioni “in caso di eccezionale gravità a tutela della sicurezza pubblica”. “Anche in questo caso, non si tratta di reintroduzione, bensì di innovazione: e anche in questo caso, si dà potere alla polizia giudiziaria d intervenire come e quando vogliono”. Ovvero, nessun controllo del giudice sulle iniziative di polizia.
Ma andiamo avanti. “Qualcuno potrebbe obiettare, ricordando la depenalizzazione di alcune fattispecie rispetto al passato, che tutto sommato si conserva lo spirito liberale. In realtà, dietro la petizione di principio, si nasconde una logica banale, quella di seppellire la persona sotto una caterva di pene pecuniarie”. Ovvero, no carcere, sì multe, per rendere penosa l’esistenza al destinatario e spesso alla sua famiglia.

“Infine, l’art.11 del nuovo decreto. “Titolo: “Non iscrizione nel registro di notizie di reato in presenza di cause di giustificazione”, per incrementare le tutele “dei cittadini e anche delle forze di polizia”. Tradotto in linguaggio corrente:  se c’è un fatto di piazza in cui la polizia opera delle cariche, dove in astratto si potrebbe ipotizzare un reato di lesioni a carico di cittadini inermi, e al Pm arrivasse questa comunicazione di notizia di reato, “sulla base dell’atto redatto dall’agente, il Pm può ritenere giustificato l’atto e non iscrivere niente nel registro di notizie di reato”. Insieme alla norma che discrimina i cittadini nel processo (ovvero i procedimenti a carico degli operatori delle forze dell’ordine per denunce di abusi nel compimento di servizi d’ordine pubblico vengono coperti fino a 40mila euro dallo Stato), la norma in questione delinea con ancora più chiarezza la palizzata di tutela che si sta erigendo attorno agli agenti. Tirando le fila, all’analisi delle norme, “siamo di fronte al progetto, portato avanti con una certa lucidità – conclude l’avvocato – di deprocessualizzazione di ogni conflitto che derivi da una qualsiasi espressione di dissenso, dalle manifestazioni, ai presidi di piazza, alle frizioni sociali”.

Antonio Foti Valente, presidente dell’Istituzione Don Milani e dirigente del Pd fiorentino, mette insieme le analisi: “In questo quadro, il decreto sicurezza appena approvato dal governo rappresenta l’ennesimo giro di vite nostrano di un governo inconcludente e repressivo. Se dopo tre anni di governo, tra decreti rave et similia, i risultati della sicurezza sono persino peggiorati, la destra che vuole liberalizzare il possesso di armi da fuoco all’americana, decide di far la guerra ai coltelli da cucina. L’ennesimo atto per strumentalizzare contro i giudici, in vista del referendum sulla magistratura, l’ultimo tragico caso di criminalità minorile. Sotto questo profilo appare grottesco l’accanimento del governo verso i minori non accompagnati che commettano reati: il mondo brucia e il governo se la prende con i più soli tra i disperati. Ma non c’è solo questo: surrettiziamente vengono inasprite le pene per chi manifesta, procede il processo di criminalizzazione del dissenso nella direzione tracciata storicamente dai fascismi: l’equiparazione del dissidente, del manifestante al criminale comune. D’altronde, per quel sistema di valori, l’ordine viene molto prima della giustizia. E allora si comprende perché interrogati sul punto di queste misure repressive, gli esponenti del governo e della maggioranza rispondano che ora c’è l’emergenza sicurezza (dopo tre anni di loro governo, sic!) e ci vuole la repressione, le pene devono essere repressiva. Poco importa che la dissuasione dal reato non funzioni così, e ne sono prova i dati sulla criminalità in paesi che ancora applicano la pena capitale. A nulla vale che la nostra Costituzione parli di funzione rieducativa della pena e che tutto il nostro diritto penale ruoti intorno alla natura di prevenzione, generale o speciale, della norma penale. Ad essere in pericolo non è solo la Costituzione, ma i principi fondanti lo Stato di Diritto, e ciò appare evidente nella vicenda dell’arresto di uno dei responsabili della moschea di Firenze in seno alla vicenda dei presunti finanziamenti ad Hamas, l’uomo era stato arrestato sulla base di materiale acquisito dall’intelligence di un paese straniero, e assunto senza il contraddittorio nella formazione della prova come previsto dalla natura accusatoria del nostro codice di procedura penale”.

“C’è un filo rosso che collega l’uccisione di Renee Good da parte degli agenti dell’ICE e il rinvio a giudizio a Massa di una trentina tra iscritti e militanti della CGIL che manifestavano in un corteo di sostegno al popolo palestinese. È vero che da tempo in molti paesi occidentali e in Italia si assiste ad un tragico trend che rende penalmente rilevanti delle attività di mera resistenza passiva, in Italia si è slabbrata la fattispecie di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, mentre si continua a non avere codici identificativi e webcam, che nel caso di Renee Good hanno invece permesso di accertare la reale dinamica dell’omicidio”.

“Il punto è che c’è potere che non vuole contrappesi, per cui nazione è fazione, e tutti quelli che non sono della fazione autoritaria conservatrice dominante sono stranieri, nemici da irridere, calpestare, da bullizzare. C’è uno squadrismo di ritorno, all’interno delle nostre comunità e nelle relazioni internazionali, che non rende conto a nessuno, se non ai propri capi, e certo non alla legge. Questo squadrismo con le destre nazionaliste al potere in così tanti paesi occidentali finisce inevitabilmente per infettare pezzi dello Stato e delle sue strutture. E allora accadono bestialità, come di essere identificati dalle forze dell’ordine se si dice “Viva l’Italia Antifascista”, che è niente di più o di meno che inneggiare alla costituzione repubblicana. Come se nel Regno Unito si venisse identificati per aver detto “god save the king”. “.


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