Spesa militare al 5%, la Spagna dice no, tutto il resto d’Europa si accoda. Ma cosa davvero, al di là della ridda delle dichiarazioni, succederà all’Italia? Abbiamo raggiunto il professor Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea e Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa, per farci spiegare cosa bolle in pentola nel nostro Paese.
“Gli europei si sono impegnati a portare la spesa militare al 5% del Pil in 10 anni – spiega Volpi – è singolare che in merito al costo effettivo per l’Italia di un simile impegno siano state formulate le stime più svariate, passando dai 175 miliardi, espressi da vari esponenti del governo e dell’opposizione, ai 350 miliardi di Carlo Cottarelli, ai 450 di Elly Schlein. Il dato evidente che traspare da questa ridda, abbastanza incredibile, di stime è costituito però dal fatto che la spesa militare sarà la variabile decisiva nella costruzione delle Leggi di bilancio dei prossimi anni e dunque ad essa sarà subordinato il peso delle altre voci”.
Cosa significa questo, in concreto?
“Partiamo dal fatto che una simile mostruosa ipoteca avviene senza generare alcun effetto nella definizione delle politiche doganali da parte degli Stati Uniti, senza aver alcun elemento vero sull’incidenza in termini economici visto che le stime del Pil parlano di una crescita di poco meno dell’1%, e rinunciando ad ogni azione di natura fiscale verso i colossi americani che fanno straordinari utili in Italia: senza contare che le più grandi commesse di armi da parte dell’Italia sono con industrie americane. Siamo davvero la più sottomessa provincia dell’impero, destinata ad essere ancora più impoverita dagli Stati Uniti”.
Ma questo atteggiamento di “condiscendenza” verso il presidente statunitense non potrebbe essere il tentativo di blandirlo per quanto riguarda la minaccia dei dazi?
“Se lo fosse, sarebbe assolutamente inutile. Trump ha infatti ribadito, con tono minaccioso, che non ha alcuna intenzione di accettare condizioni, in materia commerciale, non apertamente favorevoli agli Stati Uniti. “L’Europa imparerà a non essere cattiva”, ha dichiarato agli “amici europei” che pensavano di averlo già accontentato e ha fatto capire che neppure un’aliquota del 25% potrebbe essere accettabile per gli americani. Dunque, le illusioni meloniane di un’aliquota al 10% sono già tramontate. Mentre l’Europa non ha mai applicato neppure per un giorno dazi verso gli Stati Uniti, Trump ha ancora in vigore i dazi al 50% su acciaio e alluminio europei e al 25% sulle auto. Il dazio generale è passato invece dal 2,2 al 10%. Se a ciò si aggiunge un dollaro che vale 0,85 euro è chiaro che esiste un onere pesante per le imprese europee. Inoltre, Trump ha dichiarato decaduta l’adesione americana alla Minimum Global Tax, con l’effetto di ridurre del tutto il già inesistente gettito fiscale pagato in Europa dalle Big Tech Usa, e ha applicato ritorsioni nei confronti dei paesi come l’Italia che hanno intentato cause contro le stesse Big Tech per evasione fiscale, aggiungendo anche un’aliquota del 5% sui profitti di imprese estere in Usa”.
Intanto però in Italia la situazione sembrerebbe migliorare, almeno per quanto riguarda l’occupazione. Dati che per qualcuno suggeriscono che anche un eventuale ulteriore sforzo, come la spesa militare al 5%, non dovrebbe frenare l’economia italiana. Lei che ne pensa?
“I due dati a cui fa riferimento sono da leggere con molta attenzione. Per quanto riguarda il primo, a maggio gli occupati in Italia sono diventati 24,3 milioni, un numero mai raggiunto dal 2004. Si tratta però di un dato che va interpretato correttamente, perché questo aumento dipende praticamente per intero dal prolungamento dell’attività lavorativa da parte di soggetti già occupati. In altre parole, l’occupazione cresce perché una quota crescente di italiani e italiane non può permettersi di andare in pensione. Non è un caso che mentre cresce l’occupazione non cresce affatto il reddito complessivo; in maniera paradossale, e assai preoccupante, nel nostro paese l’aumento dell’occupazione dipende, di fatto, dall’obbligo di continuare a lavorare per evitare un peggioramento delle condizioni reddituali. Il secondo dato riguarda la ricchezza: nel 2024, la ricchezza finanziaria degli italiani e delle italiane ha raggiunto i 6900 miliardi di dollari; una ricchezza composta per quasi il 70% da azioni, fondi, polizze vita, fondi pensione e obbligazioni. L’elemento rilevante per capire tale dato è però costituito dal fatto che gran parte di questa ricchezza è nelle mani di 2600 soggetti che hanno un patrimonio superiore ai 100 milioni e un’altra parte in quelle dei 517 mila milionari nostrani, con un patrimonio superiore ad 1 milione di euro: in pratica meno dell’1% della popolazione”.