Il Manifesto, presentato l’8 settembre 2025 all’Istituto Universitario Europeo da Marco Buti, Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto, parte da una diagnosi severa: la Toscana sta vivendo una deindustrializzazione più rapida rispetto alla media nazionale, con una crescita che negli ultimi anni è stata estensiva, fondata sull’aumento dell’occupazione piuttosto che sulla produttività, e che ha favorito l’espansione di settori a basso valore aggiunto. Questa dinamica ha ridotto la capacità competitiva della regione, accentuato il divario tra comparti produttivi e alimentato una terziarizzazione “povera”, con salari stagnanti e investimenti insufficienti. A ciò si aggiungono una fragilità energetica che penalizza le imprese, una struttura finanziaria poco orientata allo sviluppo industriale e un sistema di governance frammentato.
Gli autori propongono dunque una strategia di lungo periodo per riportare la manifattura al centro dell’economia regionale, integrandola con i processi di transizione ecologica e digitale. La reindustrializzazione viene vista come un progetto politico e istituzionale, non un insieme di misure isolate e richiede un coordinamento multilivello tra Regione, Stato e Unione Europea. Il Manifesto indica quattro direttrici principali. In primo luogo, l’energia: ridurre i costi e aumentare la sicurezza dell’approvvigionamento è essenziale per la competitività, anche attraverso lo sviluppo di rinnovabili locali e infrastrutture dedicate. In secondo luogo, le filiere produttive: occorre rilocalizzare attività strategiche, accorciare le catene del valore, favorire la nascita di distretti innovativi e sostenere processi di riconversione industriale in ottica di “distruzione creatrice”, superando politiche difensive e settori in declino.
Un terzo pilastro riguarda il capitale umano: il sistema formativo deve essere ripensato per sostenere le esigenze produttive, potenziando istituti tecnici superiori, università e formazione continua, con un orientamento più forte verso le discipline STEM e la manifattura avanzata. Parallelamente, si propone una strategia di innovazione e finanza industriale: il Manifesto suggerisce di mobilitare il risparmio privato e creare strumenti finanziari dedicati per sostenere start-up, ricerca applicata e investimenti a lungo termine, riducendo la dipendenza dal credito bancario tradizionale.
In sintesi, il Manifesto non offre un piano operativo dettagliato ma una cornice di politiche industriali per il prossimo decennio: un documento di indirizzo che invita a superare la logica emergenziale e ad avviare una programmazione strategica condivisa, capace di riportare la Toscana su una traiettoria di crescita ad alta produttività e di inserirla come attore competitivo nello scenario europeo anche con un nuovo Patto strategico tra imprese, sindacati, sistema bancario e corpi intermedi.
Inutile sottolineare l’importanza, e la tempestività visto che siamo vicini alle prossime elezioni regionali, di un tale Manifesto. Se anche solo un decimo delle cose che verranno dette dai candidati dei due schieramenti facessero i conti con l’analisi e la strategia, pur di massima, proposta in questa sede si potrebbe parlare di un “grande successo”. Non penso che sarà così. Ma non guasta pensarlo e, ancora di più, auspicarlo.
La analisi e i dati presentati nel Rapporto e nella discussione sono solo alcuni dei tanti considerati e a disposizione degli studiosi. Io vorrei far riferimento solo a pochi indicatori, molto generali, ma che rappresentano in maniera chiara le tesi di fondo. Si tratta di sei indicatori, riportati nella tabella, che riportano il confronto fra la Toscana e il Centro Nord l’Italia. Cioè, di una regione avanzata che deve sempre di più confrontarsi con la parte più economicamente avanzata del paese e non “riposarsi” nella parte mediana fra un Nord più sviluppato e un Sud in relativo ritardo strutturale.
La Toscana produce ricchezza in rapporto al potenziale demografico quasi 11 punti percentuali in meno del Centro Nord. E questo è dovuto per poco (circa 2 punti) alla partecipazione al lavoro più bassa ma invece per molto (quasi 9 punti) alla minore produttività degli occupati. Il recupero della regione è quindi da rivolgere, in termini relativi, più all’aumento della produttività che alla maggiore partecipazione al lavoro. Quindi una attenzione particolare all’interno delle imprese e allo sviluppo di settori a maggior valore aggiunto.
La produzione industriale, considerata come somma industriale e dei servizi più connessi all’industria, rispetto al peso demografico della regione è di quasi 20 punti inferiore al valore del Centro Nord. A dimostrazione di come il comparto industriale, nella sua generale integrazione con i servizi connessi, continua ad essere nella regione tropo concentrato in alcune, relativamente poche aree, e non riesce dopo la deindustrializzazione degli anni 80 a trovare nuove vie di sviluppo e di crescita.
Ed infine i salari. I redditi da lavoro su occupati dipendenti cedono quasi 8 punti al valore del Centro Nord. Questa differenza non è per nulla recuperata nel comparto industriale che, anzi, cede qualche decimale ancora maggiore situandosi al di sopra degli 8 punti. Questa differenza salariale sembra per lo più giustificata dal differenziale di produttività generale precedentemente segnalato.
Sull’analisi non c’è molto di più da dire. Non molto di più neppure sulla policy proposta dai tre economisti. Magari, trattandosi di un Manifesto per lo più redatto all’inizio della campagna elettorale, mi sentirei di suggerire un maggior livello di “cattiveria”.
Casini Benvenuti l’ha detto chiaramente nel suo intervento: la Toscana arranca, non c’è più tempo. O si interviene con politiche rigorose e mirate o c’è il rischio di un arretramento assoluto e non solo relativo rispetto al resto d’Italia più avanzata e all’Europa.
E allora bisogna richiamare la Politica alle proprie responsabilità. In primo luogo, non promettere regali e bonus in lungo e largo. Le risorse dovranno servire per rafforzare le infrastrutture materiali e immateriali e per sviluppare l’innovazione diffusa nella società e nelle imprese. In secondo luogo, occorre guardarsi dai cultori del NO a tutto e della difesa dello “status quo”. Ci dovranno essere dei NO e dei SI sulla base di serie analisi costi benefici e non di ideologie di “bassa lega” e di paure fomentate ad arte prive di qualsivoglia riscontro scientifico.
Anche sull’attivazione dei risparmi privati va detto chiaro e senza pensare a facili scorciatoie. I capitali privati possono essere investiti nel mondo globale e per favorire l’impiego a scala locale occorrono progettualità qualificate e imprenditorialità innovativa. Il settore dei servizi pubblici locali, per fare un esempio, può rappresentare un serio attrattore di risparmio privato locale ma necessita di una organizzazione strutturata in forma imprenditoriale e di progettualità innovativa. Proposte di ritorno indietro alla gestione “alla buona” da parte dei comuni contrasta nettamente con una tale prospettiva.
Ed infine, nella proposta di un nuovo Patto per lo sviluppo, vorrei usare i concetti con cui concludevo una ricerca sulla deindustrializzazione in Toscana del 1995: “una condizione necessaria è l’emersione di soggetti carismatici in grado di guidare il processo fuori dalle secche di un “consociativismo regressivo” verso un “cooperativismo progressivo” che richiede forte dinamismo oltre che proiezione verso il rischio dei soggetti coinvolti”. Insomma, di Patti che vogliono cambiare tutto ma in cui l’azione di tutti i firmatari rimane quella di continuare a fare quello che si è sempre fatto, possiamo tranquillamente farne a meno. Senza alcun danno per la Toscana.