La guerra ibrida vola (anche) sulle ali del turismo

La vera battaglia è contro l’illusione che la pace sia uno stato naturale

Il concetto di “guerra ibrida” – Hybrid Warfare, o Hybrid Threats – è ormai entrato stabilmente nel lessico geopolitico contemporaneo. Non si tratta di un conflitto in senso classico, fatto di trincee, fronti e dichiarazioni formali, ma di una strategia non lineare, integrata e multiforme, pensata per destabilizzare, indebolire o piegare un avversario senza oltrepassare, almeno formalmente, la soglia di una guerra dichiarata. È un’arma di logoramento, che confonde i confini tra pace e guerra e rende difficile identificare chi attacca e, di conseguenza, come difendersi.

La guerra ibrida vive di contaminazioni: combina strumenti militari e civili, mezzi convenzionali e azioni irregolari, cyberattacchi e propaganda, coercizione economica e sabotaggi clandestini. È il campo in cui operano tanto gli Stati – come la Russia in Ucraina o la Cina intorno a Taiwan – quanto gli attori non statali, come Hezbollah in Medio Oriente, spesso con il sostegno più o meno occulto di potenze regionali o globali.

Gli strumenti sono molteplici. Ci sono i soldati regolari, certo, ma anche mercenari, milizie, “uomini senza insegne” come i famosi “omini verdi” che hanno accompagnato l’annessione russa della Crimea. C’è il cyberspazio, dove attacchi mirati colpiscono infrastrutture critiche come reti elettriche, banche o sistemi di trasporto. C’è la guerra dell’informazione, che dilaga tra fake news, deepfake e campagne di disinformazione volte a polarizzare società democratiche già fragili. C’è l’arma economica, fatta di sanzioni, manipolazioni di mercato e ricatti energetici. E ci sono le manovre più sottili: l’uso dei flussi migratori come pressione politica, lo spionaggio industriale, i sabotaggi silenziosi a cavi sottomarini o gasdotti.

Alcuni conflitti recenti offrono esempi concreti. In Ucraina, dal 2014, Mosca ha combinato operazioni militari irregolari con cyberattacchi e massicce campagne di disinformazione. Nel 2006, Hezbollah ha mostrato la capacità di coniugare mezzi militari sofisticati, tipici degli Stati, con tattiche irregolari proprie di un attore non statale. Pechino, nel suo braccio di ferro con Taipei, alterna manovre militari, ingerenze mediatiche e isolamento diplomatico.

Il problema per le democrazie è che la guerra ibrida prospera proprio in società aperte e interconnesse. Più un Paese dipende dalle reti digitali, dall’informazione in tempo reale e da infrastrutture complesse, più diventa vulnerabile a questo tipo di minaccia. La sua ambiguità ne complica la gestione: la soglia di attivazione del diritto internazionale resta sfumata, e lo stesso Articolo 5 della NATO, quello che sancisce la difesa collettiva, rischia di restare sospeso in un limbo interpretativo.

Difendersi significa dunque pensare in modo diverso. Non basta rafforzare gli eserciti o i sistemi di cybersecurity: serve anche investire nella resilienza sociale e culturale, promuovere alfabetizzazione mediatica per ridurre l’impatto della disinformazione e rafforzare la cooperazione tra pubblico e privato per proteggere infrastrutture critiche. La prima linea di difesa è la consapevolezza dell’esistenza di questa “guerra invisibile”.

E l’Italia? Come gran parte dell’Europa, è già nel mirino. Le nostre economie, più che le nostre caserme, sono l’obiettivo privilegiato di queste strategie. Il turismo, settore vitale, rischia di essere il primo a cedere sotto i colpi di sabotaggi informatici, blocchi aeroportuali e servizi di trasporto intermittenti. A ogni segnale di instabilità corrisponderà una naturale contrazione dei flussi turistici: la paura, in fondo, viaggia più veloce dei voli low cost. Gli operatori provano a reagire con campagne promozionali e iniziative come le formule “Carpe Diem”, che puntano a intercettare l’ansia di chi vuole concedersi una vacanza prima che il mondo precipiti. Ma la fragilità strutturale resta evidente: se il turismo è la cartina di tornasole della fiducia collettiva, basteranno poche mosse ibride ben calibrate per provocarne il crollo.

La guerra ibrida è già tra noi: la vediamo meno, la percepiamo solo a tratti, ma i suoi effetti concreti rischiano di colpire l’anello più debole delle nostre società. E in un’Europa che vive di connessioni, la prima vera battaglia è quella contro l’illusione che la pace sia uno stato naturale, e non una conquista fragile da difendere ogni giorno.

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