“I social media non hanno ucciso la critica letteraria”

Intervista a Maria Panetta, vicepresidente del Coordinamento riviste di cultura

Dal 10 al 12 ottobre scorso si è svolta a Parigi, nella sede dell’ex mercato Halle de Blancs-Manteaux, la 35a edizione del Salon de la revue, l’annuale esposizione delle riviste dell’area della francofonia cui da svariati anni partecipano, per l’Italia, anche i periodici del CRIC-Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura, presieduto dall’On. Valdo Spini, e la notissima Studi francesi. In occasione di un panel dal titolo Pour l’Europe organizzato dal CRIC presso il Salon, domenica 12 abbiamo incontrato Maria Panetta, fondatrice e direttrice responsabile della rivista accademica “Diacritica” (www.diacritica.it), oltre che Vicepresidente del CRIC.

Professoressa Panetta, “Diacritica” si distingue per la capacità di coniugare la ricerca accademica con l’attenzione alla divulgazione critica. Qual è, secondo lei, la chiave per mantenere vivo l’interesse verso la critica letteraria nell’epoca di TikTok cioè dei contenuti digitali rapidi? Oppure in che modo le riviste possono ancora incidere sul dibattito pubblico, al di là delle logiche dei social network?

A mio parere, la critica letteraria mantiene vivo l’interesse del lettore quando, oltre a fornire dati verificati e filologicamente accertati, riesce a suggerire interpretazioni che illuminano aspetti poco sondati delle opere esaminate, che altrimenti resterebbero opachi: questo è uno dei punti fondamentali del Programma di “Diacritica” fin dal 2014, anno della sua fondazione. Alla luce dei rapidi cambiamenti in atto, infatti, oggi non è tanto la sopravvivenza della critica letteraria a essere in forse quanto la sua capacità di “arrivare” al pubblico e di essere efficace nell’aggiungere significato alle sue letture. L’epoca di TikTok o dell’attenzione frantumata, infatti, non sancisce affatto l’obsolescenza del pensiero critico approfondito; al contrario, ne rivela l’imprescindibilità proprio nella misura in cui la velocità dello scrolling potenzia l’esigenza di orientamento interpretativo.

Ad ogni modo, il pensiero critico incisivo non è necessariamente prolisso: può, infatti, essere condensato anche in illuminanti intuizioni che producono un cortocircuito tra presente e passato, testo e contesto. Si pensi, ad esempio, all’efficacia di certe letture di Blanchot, capaci in poche pagine di ribaltare interpretazioni consolidate di intere opere, o alla potenza degli aforismi di Adorno in Minima Moralia, dove ogni frammento contiene in nuce un intero sistema filosofico.

A mio avviso, le riviste come “Diacritica” mantengono la loro funzione di incidenza sul dibattito pubblico quando riescono a sottrarsi alla logica dell’immediatezza senza tuttavia rifugiarsi nella cittadella dell’esoterismo accademico. La loro forza risiede, in primo luogo, nella lungimiranza con cui sono in grado d’individuare nodi culturali problematici prima che si trasformino in questioni urgenti. La critica militante, infatti, è sempre stata pre-veggente, capace di leggere nei testi i sintomi di trasformazioni ancora sotterranee (si pensi al ruolo svolto da riviste come Tel Quel negli anni Sessanta o Paragone nell’Italia del dopoguerra). In secondo luogo, le riviste culturali devono essere in grado di svolgere una funzione di mediazione qualificata (che non sia divulgazione nel senso riduttivo di banalizzazione) fra discorso specialistico e intelligenza pubblica. Non devono semplificare, ma valorizzare il ruolo delle letture critiche, mettendo in luce che esse consentono, accertati filologicamente i loro presupposti, di mettere in luce sfumature del testo che altrimenti resterebbero invisibili e che, a volte, più di qualsiasi altro aspetto sono latrici del messaggio dell’autore o si rivelano imprescindibili per la comprensione profonda dell’opera. Inoltre, esse devono mirare a divenire una sorta di archivio consultabile e citabile, contrapposto alla volatilità strutturale dei social network: ogni numero di una rivista letteraria, infatti, costituisce non solo un intervento nel presente ma un investimento nel futuro, un punto di riferimento stabile in un panorama liquido. Il formato open access di “Diacritica” rappresenta, in questo senso, una scelta strategicamente calibrata: massima accessibilità senza rinunciare al rigore. Esso ha l’obiettivo di rendere contenuti specialistici di carattere scientifico disponibili anche al grande pubblico degli appassionati, sebbene le riviste accademiche non mirino, ovviamente, a competere con TikTok.

Nel 2025 la voce delle riviste passa anche attraverso i social media: come gestire il rapporto tra autorevolezza e visibilità?

Il rapporto tra autorevolezza e visibilità nel 2025 pone una questione che è insieme deontologica ed epistemologica. La tentazione a cui alcune testate hanno ceduto è stata quella di una capitolazione alla logica algoritmica, nella convinzione che la sopravvivenza passi necessariamente attraverso l’adattamento ai codici della viralità. Questa via, però, conduce a un esito paradossale: l’incremento quantitativo della visibilità si coniuga, infatti, spesso con un depauperamento qualitativo dell’autorevolezza, producendo quella che potremmo definire, parafrasando Debord, una “società dello spettacolo” critico in cui la forma-merce contamina anche il discorso sulla letteratura. La sfida consiste, dunque, nel mantenere quella che Bourdieu definiva “autonomia relativa del campo”, ossia la capacità di definire i propri criteri di eccellenza indipendentemente dalle pressioni esterne, siano esse di mercato o algoritmiche. Alcune strategie risultano, al riguardo, particolarmente efficaci: oltre all’uso differenziale delle piattaforme, la costruzione di una comunità ermeneutica.

I social, infatti, se opportunamente utilizzati, possono diventare anche spazi di discussione qualificata, ovviamente qualora si riesca a selezionare e coltivare un pubblico disposto all’approfondimento. Il modello, di certo, non è quello dell’influencer che accumula follower indistinti, ma quello del seminario esteso, dove il commento diventa occasione di chiarimento e sviluppo argomentativo. Ad esempio, alcune riviste filosofiche francesi, come Critique o Les Temps Modernes, hanno saputo creare sui social degli spazi di dibattito che prolungano e amplificano il lavoro delle pagine cartacee.

Importante è anche l’alleanza strategica con vari mediatori culturali: per alcune testate di taglio più divulgativo la collaborazione con divulgatori di qualità e bookinfluencer competenti può fungere da ponte verso pubblici altrimenti inaccessibili, purché chiaramente si mantenga un controllo sulla coerenza del messaggio. Infine, la selettività deve rimanere un valore: presidiare efficacemente una o due piattaforme scelte in base al proprio pubblico di riferimento significa costruire una presenza riconoscibile e coerente, anziché disperdere energie in un’ubiquità inefficace. L’autorevolezza, infatti, si costruisce nel tempo attraverso la costanza qualitativa: se i contenuti social mantengono lo stesso rigore della rivista, la visibilità diventa alleata e non antagonista della credibilità, e può contribuisce alla fidelizzazione persino del lettore colto.

Il linguaggio della critica è spesso percepito come “difficile” o “specialistico”: come si può restituirgli una funzione popolare senza banalizzarlo?

La vera sfida, a mio parere, non è quella di rendere “facile” la critica, ma quella di renderla accessibile senza banalizzarne i contenuti. La percezione del linguaggio critico come ostico o specialistico non è affatto nuova (basterà ricordare le polemiche novecentesche contro l’“ermetismo della critica”), ma si è acuita in un’epoca come la nostra, in cui la semplificazione comunicativa è divenuta la norma. Tuttavia, la questione non può essere posta in termini di mera opposizione fra tecnicismo e divulgazione, pena il rischio di una falsa alternativa: o la critica si rassegna all’incomprensibilità oppure abdica alla propria funzione in nome di una chiarezza che rasenta la banalità. La via d’uscita da questo vicolo cieco probabilmente passa, a mio parere, per un ripensamento della mediazione critica: in primo luogo, è necessario partire dall’esperienza concreta della lettura, da ciò che Poulet chiamava la “coscienza critica” del lettore. Quando Auerbach in Mimesis analizza un passo di Omero o di Virginia Woolf, ad esempio, non parte da un apparato concettuale prestabilito, ma lascia che sia il testo stesso a generare i propri strumenti interpretativi: questo metodo rende la teoria non imposta, ma naturale sviluppo dell’interrogazione testuale. Altro principio fondamentale è quello della trasparenza argomentativa: ogni termine tecnico, quando indispensabile, dovrebbe essere introdotto mostrando la sua utilità specifica, il guadagno conoscitivo che consente. Se parliamo, ad esempio, di “focalizzazione” in narratologia, dovremmo dimostrare come questo concetto permetta di cogliere differenze cruciali che altri termini, magari, come “punto di vista” lascerebbero nell’ombra. Il modello è quello di Genette in Figure III, dove la precisione terminologica non è mai narcisistica esibizione di competenza, ma strumento al servizio della comprensione: in sostanza, bisogna mirare a scrivere per essere compresi e non per fare sfoggio di cultura.

Ancora, da non trascurare l’esemplificazione concreta: un concetto astratto come quello di “straniamento” šklovskijano diventa immediatamente intelligibile quando mostrato al lavoro in un passo di Kafka o di Dostoevskij. La critica di Francesco Orlando, ad esempio, deve parte della sua efficacia pedagogica alla capacità di far “vedere” le proprie categorie freudiane operare nei testi, rendendole così più convincenti. Si rivela importante anche valorizzare la “dimensione narrativa” del saggio critico: come, per esempio, ha mostrato l’opera di Edward Said, pure la scrittura saggistica può e deve possedere una propria tensione narrativa, condurre il lettore attraverso un percorso di scoperta. Non si tratta affatto di “romanzare” la critica, ma di riconoscerne la natura intrinsecamente retorica e persuasiva: le Lezioni americane di Calvino o i saggi di Brodskij in Dall’esilio sono esempi magistrali di come la complessità del pensiero possa coniugarsi con la seduzione della prosa.

Si rivela efficace anche rendere sempre esplicite le proprie premesse ermeneutiche, i propri strumenti interpretativi, per demistificare l’atto critico, mostrarlo come pratica storicamente determinata e non come pronunciamento oracolare. Quando Contini, ad esempio, illustrava il proprio metodo variantistico, non solo applicava un metodo ma ne spiegava il fondamento e i limiti, trasformando il lettore in testimone consapevole del processo interpretativo stesso.

La funzione pubblica della critica si recupera, insomma, quando essa smette di essere un linguaggio di casta per tornare alle origini in quanto conversazione qualificata intorno ai testi, capace di arricchire l’esperienza della lettura anziché di sostituirsi a essa. Il lettore deve percepire che l’apparato critico non lo espropria del testo, ma gliene restituisce una comprensione più ricca e articolata: in questo senso, l’accessibilità non è semplificazione, ma offerta al lettore degli strumenti per diventare a sua volta critico. La critica intesa come servizio al fruitore: quello che ho ripetuto per anni ai miei studenti della Sapienza.

“Diacritica” è anche uno spazio di formazione per nuove generazioni di critici, ricercatori e studiosi. Quanto questo impatta sull’identità della rivista? Quale consiglio darebbe a un giovane ricercatore che desidera entrarvi a far parte, collaborare o contribuire con un articolo?

L’aspetto della formazione è fondamentale per l’identità della rivista: significa essere un laboratorio vivo, non solo un archivio. Il contatto con i giovani rinnova costantemente lo sguardo critico perché le nuove generazioni portano sensibilità e domande diverse dalle nostre; crea un ecosistema di ricerca, presentando non solo singoli contributi ma innescando un dialogo tra prospettive (“dia”-“critica”); garantisce continuità e innovazione. Che una rivista scientifica si configuri anche come spazio di formazione per le nuove generazioni di studiosi non è, dunque, un dettaglio accessorio, ma una scelta identitaria: significa concepire l’impresa critica non come conservazione di un patrimonio ma come trasmissione vivente, come prassi che si rigenera nell’incontro fra tradizione e innovazione.

“Diacritica” negli anni è divenuta un laboratorio metodologico, un luogo in cui non si applica semplicemente un metodo consolidato ma se ne verifica la tenuta e se ne esplorano i possibili sviluppi. Le nuove generazioni portano, infatti, con sé sensibilità teoriche diverse, spesso maturate in contesti disciplinari ibridati (gender studies, postcolonial studies, ecocriticism, digital humanities) che innestano nel tronco della tradizione italianistica linfe provenienti da altri orizzonti. Questo produce una dialettica feconda: si pensi a come l’incontro tra filologia tradizionale e critica tematica abbia generato nei decenni scorsi risultati fondamentali, da Segre a Ceserani.

In secondo luogo, l’attenzione alla formazione garantisce, come accennato, un rinnovamento dello sguardo critico, poiché ogni generazione porta con sé domande specifiche, nate dalla propria collocazione storica. I giovani studiosi di oggi, infatti, leggono Dante, Leopardi o Svevo attraverso esperienze e problemi che sono quelli del XXI secolo: la crisi ecologica, l’identità fluida, la digitalizzazione dell’esperienza etc., e questa inevitabile “contemporaneità dell’interpretazione” (per usare una formula gadameriana) non è anacronismo ma condizione stessa della vitalità ermeneutica. La letteratura del passato, infatti, resta viva solo se continua a essere interrogata dal presente: è un po’ quello che intendeva Benedetto Croce quando asseriva che ogni storia è storia contemporanea.

Inoltre, la finalità formativa crea un ecosistema intellettuale per cui la rivista non è semplicemente un contenitore di articoli, ma diviene uno spazio di confronto, di dibattito, di reciproco affinamento. Il Comitato scientifico, in tal senso, funge da istanza di rigore e di garanzia qualitativa, mentre le nuove voci assicurano quella sana e vitale dose di inquietudine che impedisce la cristallizzazione in ortodossia.

Se potesse descrivere il CRIC in 3 parole o aggettivi, quale sceglierebbe?

Alta divulgazione, Scambio, Libertà.

Cosa vorrebbe che restasse del CRIC fra vent’anni?

La domanda, nella sua apparente semplicità, impone una riflessione sulla natura stessa delle infrastrutture culturali nell’epoca della loro presunta obsolescenza. Ad ogni modo, fra vent’anni vorrei che del CRIC restasse innanzitutto la funzione, prima ancora che la forma istituzionale: quella di costituire un argine critico contro la frammentazione del panorama culturale italiano. Il rischio che purtroppo già oggi si profila con inquietante chiarezza, infatti, è quello che ogni rivista sia confinata nel proprio recinto disciplinare o, peggio, nella propria bolla algoritmica, priva di interlocuzione con le altre. Il CRIC dovrebbe continuare a rappresentare un freno a questa deriva: uno spazio di connessione in cui le riviste possano dialogare, confrontarsi, elaborare strategie comuni senza rinunciare alle proprie specificità. Non un organismo burocratico, quindi, ma una vera e propria agoràintellettuale.

Vorrei che rimanesse, in secondo luogo, una delle direzioni più significative impresse dal nostro Presidente, Valdo Spini: la capacità di incidenza politico-culturale. E qui “politico” va inteso nel senso ampio di capacità di intervenire nel dibattito pubblico sulla funzione della cultura (Bobbio parlerebbe di “politica della cultura”), di opporsi collettivamente alle logiche riduttive della bibliometria quando essa diventa fine anziché strumento, di difendere l’autonomia del discorso critico dalle pressioni omologanti del mercato editoriale e delle mode accademiche. Un coordinamento di riviste ha una forza che nessuna testata isolata può avere: quella della voce plurale ma convergente su questioni fondamentali.

Poi, desidero che il CRIC continui a essere laboratorio di sperimentazione di nuovi modelli di sostenibilità per le riviste culturali. Infatti, il problema della sopravvivenza economica delle testate indipendenti non si risolverà da solo nei prossimi vent’anni; anzi, potrebbe acuirsi. Il CRIC potrebbe fungere da incubatore di soluzioni innovative: forme di mutualismo tra riviste, piattaforme condivise, strategie comuni di fundraising, collaborazioni con istituzioni pubbliche e private che ne rispettino l’autonomia etc. L’esperienza accumulata collettivamente, infatti, può diventare patrimonio condiviso, sottratto alla logica della competizione che impoverisce tutti. E inoltre ritengo che sia venuta l’ora di mobilitarsi perché al lavoro intellettuale venga finalmente accordato anche il dovuto riconoscimento economico, sotto forma almeno di contributi pubblici, specie alle riviste ad accesso aperto, che garantiscono un servizio alla collettività: confesso che la formula del “volontariato intellettuale” inizia a starmi sempre più stretta, di anno in anno, specie se penso ai giovani, con l’obiettivo che almeno a loro vengano risparmiati gli aspetti negativi della gavetta che la mia generazione ha dovuto affrontare per iniziare ad affermarsi come interlocutrice credibile sulla scena politica e culturale.

Vorrei, inoltre, che si rafforzasse una dimensione pedagogica e generazionale che oggi accomuna la mia rivista e testate note come Historia magistra, ad esempio: il CRIC, dunque, come spazio di formazione per chi si accosta alla direzione o redazione di riviste, luogo dove si trasmettono competenze tecniche (dall’editing alla gestione dei processi di peer review, dalla comunicazione digitale alle strategie di visibilità) ma anche un ethos condiviso, un’idea alta del ruolo dei periodici culturali come presidio di qualità e pluralismo nel dibattito culturale.

In foto Maria Panetta

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