Israele al voto anticipato, sospetti di crisi teleguidata

Il Likud non vuole neanche ipotizzare un erede per il trono di Bibi

Israele al voto anticipato? Anche se fosse sarà solo di qualche settimana rispetto alla scadenza naturale prevista in autunno. Nelle prossime ore la Knesset dovrà decidere la sua dissoluzione. Nel qual caso elezioni entro 3-5 mesi. Fine della legislatura più controversa della storia. La maggioranza che sostiene l’esecutivo di Netanyahu si spegne formalmente sul nodo della leva obbligatoria per i giovani religiosi ultraortodossi, che coinvolge si stima 80mila uomini idonei. In passato, sia il padre della patria David Ben-Gurion che quello della destra Menachem Begin si sono guardati dall’affrontare il tema della laicità dello stato, preferendo non interferire. Ai giorni nostri con una guerra permanente e multi-fronte l’esercito non può fare a meno del loro contributo. In aggiunta al parere giuridico dell’Alta Corte, che a giugno 2024 ha stabilito che non vi è alcuna base legale per gli studenti delle yeshivot (scuole religiose) di sottrarsi all’obbligo militare. 

Bibi aveva assicurato ai fedeli alleati delle comunità haredi, una legge ad hoc, che aprisse a scappatoie per l’esonero. Norma largamente impopolare tra la gente, persino nell’elettorato del Likud. Procedimento che lo stesso primo ministro aveva cautamente deciso di ritirare dall’agenda e che adesso alla vigilia del voto di scioglimento si tenta di riproporre, per ricucire con l’ala religiosa. Spaccata sulla mossa in extremis proposta da Netanyahu. Ma sensibile al piano di aiuti a pioggia alle comunità che il governo ostenta di introdurre. 

La crisi, se di crisi vogliamo parlare, comunque, appare teleguidata dal falco della destra, entrato da tempo in modalità campagna elettorale. Tutto studiato? Altamente probabile. Intanto a Gerusalemme ovest, nei quartieri ebraici dei religiosi da settimane sventolano le bandiere della Palestina; si protesta violentemente ogni qual volta si palesa la presenza di ministri del governo; si intonano canti contro lo stato sionista, arrivando perfino a bruciare la bandiera con la stella di Davide. Manifestazioni dove le forze dell’ordine intervengono con l’uso della forza per disperdere la folla. La rivolta alla coscrizione militare è un fiume in piena. Un problema non di poco conto. Lo strappo era inevitabile, ma non per questo è da considerare doloroso. La scelta complica in piccola parte il disegno strategico di Netanyahu, in vista del voto. Prudenza al contrario desta il dato che il conflitto con l’Iran ha smesso di trainare consensi e che i sondaggi danno l’opposizione vincente, beh diciamo favorita. Secondo il modus operandi di Bibi per ribaltare i pronostici si può anche “giocare sporco”, ma prima di tutto l’imperativo è evitare di cadere in banali errori di comunicazione. Come quello di andare ai seggi a settembre o di far coincidere l’apertura delle urne con il ricordo di quel tragico giorno di ottobre 2023, fosse mai che a qualcuno venisse in mente di collegare quel terribile massacro alle responsabilità politiche del leader, ancora lontane da essere giudicate. Mentre per arginare la critica di non aver sconfitto Hezbollah, abbattuto il regime degli Ayatollah e annientato Hamas, Netanyahu in sua difesa ripete la promessa di voler edificare una nuova Sparta. Vantandosi di aver ampliato il controllo sul territorio di Gaza e che non concederà mai una terra ai palestinesi.

L’importante è sviare l’attenzione, vale per l’effetto mediatico scemato d’intensità dei processi per corruzione che lo vedono, saltuariamente, alla sbarra e che si muove parallelamente alla grazia del presidente Herzog. Non vale invece per il mandato internazionale di arresto per crimini di guerra che a nessuno, o quasi, in Israele sembra minimamente impensierire. Maggiore interesse dell’opinione pubblica è rivolto alle condizioni di salute del premier, su cui stagna una fitta nebbia di disinformazione: “L’unica domanda da porsi adesso non è se Netanyahu sia in grado di portare a termine un altro mandato, ammesso che vinca le elezioni, ma se sia in grado di iniziarlo. E inoltre, cosa ci nascondono i suoi medici? I leader dei partiti di opposizione devono affrontare questo tasto. Senza premurarsi delle sciocchezze del politicamente corretto…”, scrive Yossi Verter su Haaretz.

L’unica cosa certa è che all’interno del Likud vige il terrore solo a nominare la possibilità di un erede per il trono della destra. Nessuno è in grado di scalfire il potere di Netanyahu, non esiste dissenso, correnti, signori delle tessere, figure di primo piano disposte a rischiare lo scontro. Coloro che in passato hanno osato sfidare apertamente Bibi sono stati messi in un angolo o esiliati. Tanto che l’arco politico attuale è una riserva indiana di ex-likudnik, con il dente avvelenato. 

Quando oltre la metà degli israeliani sembrerebbe essere incline al fatto che il primo ministro Netanyahu si ritiri dalla politica, e non si candidi alle elezioni, il prescelto per compiere la vendetta finale è Naftali Bennett, versione edulcorata del padre padrone.

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