Il Governo Meloni in difficoltà di fronte alla rivoluzione di Trump

Sulla difesa europea alla fine dovrà parlare chiaro

Esplode il mondo per le guerre di Gaza e Ucraina. Esplode il mondo per la pace che si prospetta. Una pace che non si è mai vista, che usa altre bombe, quelle del potere che non ammette né regole né morale. E’ la pace trumpiana, che fa temere altra guerra e apre altri fronti, con il tycoon che mostra in un video la sua idea di pace, Gaza che diventa un resort dove piovono soldi sui bambini ridenti e germogliano lussuosi lidi e grattacieli, dove il miliardario Elon Musk gusta gelati e dove fioriscono le statue dorate del benefattore ‘The Donald’ che, infine, si gode un drink sulla spiaggia con il suo amico Netanyahu. Questa è ‘Trump Gaza’, alla faccia dei ventimila bambini morti e delle immagini di devastazione che arrivano dalla realtà vera.

E’ la rivoluzione del nuovo presidente degli Stati Uniti che sta sconvolgendo l’Occidente e tutti i suoi valori. Un cambio di epoca che sottrae all’Europa il suo alleato principale, l’ombrello che, dal dopoguerra teneva insieme le nostre democrazie e le difendeva. E la mette all’angolo: “L’Europa è stata progettata per truffare gli Stati Uniti, non ci fregano più”, annuncia Trump al mondo nel suo primo consiglio dei ministri e aggiunge che sono pronti pesanti dazi al 25%. “Reagiremo con fermezza”: la risposta Ue non si fa attendere ma è debole, senza gli Usa non c’è come difendersi, senza intenti condivisi si va allo sbando. E fioriscono i vertici, il presidente francese Macron prova a ricompattare le fila a Parigi, lo segue l’Inghilterra di Keir Starmer che, visto il pericolo, si riavvicina a quell’Europa che la Brexit aveva allontanato e convoca tutti a Londra: la commissaria Von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e 18 dei leader europei, fra cui Giorgia Meloni.  Costruire una difesa europea e compattarsi nel proteggere l’Ucraina diventa prioritario per la sicurezza del vecchio continente abbandonato dall’ombrello americano.

Poco più di un mese fa- sembra un secolo – Giorgia Meloni era l’unica alla cerimonia d’insediamento del nuovo presidente americano, sorridente e soddisfatta dei suoi buoni rapporti oltreoceano, convinta di potere essere la trait d’union per ricomporre la frattura atlantica. Non aveva previsto forse quello che sarebbe successo dopo. Quando ha assistito al capovolgimento della storia, con l’Ucraina cui non viene neanche più riconosciuto lo status di paese aggredito, il cui presidente Zelensky viene definito un ‘dittatore’, quando ha visto l’America e la Russia all’Onu votare insieme contro Kiev, da lei difesa sempre a spada tratta, la posizione di forza di Meloni è diventata imbarazzo e debolezza: dove collocarsi? Con Bruxelles o con Washington? La frattura atlantica che lei avrebbe dovuto ricomporre è diventata una voragine che l’ha fatta sbandare.  Solo negli ultimissimi giorni, forte di una conversazione avuta con la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen, con la quale aveva già fatto il miracolo politico di non votarla e appoggiarla nello stesso tempo, la premier italiana ha provato a riavvicinare le sponde, proclamando che non si può prescindere dall’America. Ma l’America pare invece possa prescindere dall’Europa, eccome.

Restano i balbettii sulla eventualità di inviare truppe in Ucraina. E qui Meloni ha anche da gestire il fronte interno, con Matteo Salvini che gagliardamente la supera a destra proclamando al mondo che non un soldato italiano sarà mandato a difendere l’Ucraina. E allora si ritira fuori l’ombrello dell’Onu, invocato come eventuale unica concessione dal governo italiano.

Fino all’imminente vertice di Londra si chiacchiera, si ipotizza, poi l’Italia dovrà smettere di balbettare e dovrà parlar chiaro, come stanno facendo inglesi, francesi e anche i tedeschi. Il nuovo presidente in pectore Friedrich Merz, a tre giorni dalle elezioni, è già volato a Parigi per un incontro informale con Emmanuel Macron, comprendendo come l’Unione europea rischia di finire alla deriva e disposto ad abbandonare anche le tradizionali posizioni super atlantiste di Berlino per organizzare una nuova Europa.

Il capo del governo rischia l’insignificanza.  Lei si arrampica sugli specchi per salvare il salvabile, la dicono infastidita per l’attivismo dei presidenti francese e inglese, già volati negli Usa per incontrare Trump, si sta vedendo sfilare il ruolo di negoziatrice ufficiale fra le due sponde dell’Atlantico e non le piace per niente.

In questo contesto molto complicato Meloni non sembra minimamente interessata alle beghe interne al governo, rinvii a giudizio, processi davanti al Tribunale dei ministri, dimissioni invocate e ignorate.  E’ la sua squadra nel mirino dei magistrati e delle opposizioni,  ma questa partita la presidente non la vuole giocare.  C’è il caso Almasri dove saranno giudicati dal Tribunale dei ministri lei stessa, i titolari di Giustizia e Interni Nordio e Piantedosi, il sottosegretario di Stato Mantovano. C’è poi il sottosegretario alla Giustizia Del Mastro, quello che prova un piacere intimo a non far respirare i detenuti del 41 bis, quello condannato a 8 mesi dal Tribunale di Roma per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso Cospito. Infine c’è la ministra al Turismo Daniela Santanchè, le cui vicende giudiziarie sono andate ancora più avanti, con un rinvio a giudizio per falso in bilancio e un altro atteso pronunciamento dei magistrati per una truffa ai danni dell’Inps, nel periodo del Covid. Una bella fetta di esecutivo inguaiata con la giustizia, ma Meloni si eclissa. In compenso si scatenano le opposizioni chiedendo a raffica mozioni di sfiducia.

Un’intera giornata di lavori alla Camera è stata monopolizzata da questo: la mattina Nordio e il pomeriggio Santanché sono stati chiamati a spiegare le loro presunte malefatte per schivare una sfiducia che si sa non rischiano, con la maggioranza compatta al loro fianco. Due casi ben diversi a dire il vero: Nordio alla sua prima mozione di sfiducia, accusato di  essersi contraddetto più volte nel motivare il silenzio di fronte alla richiesta di arresto di Almasri formulata dalla Corte Penale internazionale. Ma sulla mozione del ministro della Giustizia siamo solo alla discussione generale, con il voto a data da destinarsi. L’Aula è quasi vuota sia nei banchi del governo che negli scranni dei deputati e Nordio non interviene, riservandosi di parlare quando la mozione verrà votata.  

Il pomeriggio, nella stessa Aula, si presenta la ministra del Turismo Daniela Santanchè, alla sua seconda mozione di sfiducia, la prima già respinta qualche mese fa.  Arriva alla Camera in giacca rossa e borsa griffata (valore di oltre 20 mila euro) appoggiata con sfida sul banco del governo e parte un’esibizione che nulla ha a che vedere con il rinvio a giudizio per il caso Visibilia, la sua azienda: sette anni di bilanci falsificati di cui dovrà dare conto in tribunale. Santanchè non spiega niente del merito delle vicende per cui sono state invocate le sue dimissioni. La ‘pitonessa’, come viene soprannominata da anni, inizia il suo sfogo personale e trasforma l’Aula della Camera in uno show dal format noto, vittimismo e strali contro i ‘nemici’, conditi stavolta dall’orgoglio di essere “quella che porta i tacchi da 12 centimetri”, quella che “ci tengo al mio fisico, amo vestirmi bene, ma non solo. Io sono anche quella del Twig e del Billionaire, aziende che danno posti di lavoro”. Poi filosofeggia e accusa: “Sono l’emblema, lo rappresento plasticamente, di tutto ciò che detestate, voi non volete combattere la povertà, volete combattere la ricchezza. Io sono il male assoluto”. Così per 40 minuti e del perché di quel rinvio a giudizio si perde traccia.

Ma c’è una data, il 26 marzo dalla quale la ministra non può scappare, a Milano si decide un probabile rinvio a giudizio per il secondo e più pesante caso giudiziario, la truffa ai danni dell’Inps, quei 126 milioni incassati dalla sua azienda, durante la pandemia, come cassa integrazione per i dipendenti che poi venivano chiamati a lavorare. Difficilmente Santanché potrà restare al suo posto e anche la presidente Meloni si aspetta un passo indietro. Lei su questo apre ed è l’unica notizia politica del giorno, visto che poi la sfiducia, come previsto, viene respinta. “A breve – scandisce la ministra – ci sarà un’altra udienza preliminare. In quell’occasione farò una riflessione sulle dimissioni, ma la farò da sola, con me stessa: non avrò nessun tipo di pressione, di costrizione o di paventati ricatti. Questa riflessione sarà guidata solo dal rispetto per il mio presidente del Consiglio, per l’intero governo, per la maggioranza, ma soprattutto per l’amore che ho per il mio partito, Fratelli d’Italia, dove non vorrò mai diventare un problema, ma vorrei continuare ad essere una risorsa”. Dalla mozione di sfiducia alla mozione degli affetti, si finisce con un pensiero anche alla famiglia, che ‘la pitonessa’ ama tanto. E con un attacco violento ai giornalisti per l’”ergastolo mediatico cui l’hanno condannata”, con “cicatrici che non si rimargineranno mai”. Altro che  rinvii a giudizio.

Sembra tutto fermo, a parte il caro bollette che ha richiamato l’attenzione della presidente infastidita dalle poche risorse stanziate dal suo ministro dell’Economia. Ma lei continua a tenere lo sguardo oltre l’oceano dove la situazione sembra schiarirsi un po’. Trump che incontra Zelensky, che nega di averlo appellato come ‘dittatore’ e che pare volere allargare il negoziato. Sembrano piccole tracce dell’antico mondo  dei confronti e delle regole. Ma il nuovo presidente degli Stati Uniti è imprevedibile, si sente spinto da una furia messianica e da un delirio di onnipotenza che può far saltare tutto in qualunque momento. Lo ha sintetizzato bene Ezio Mauro questo sconcertante  passaggio d’epoca: “Il capitalismo ha capito che può fare a meno della democrazia”.

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