Il governo del pallone e quello del Paese. O viceversa

Dalla storia del calcio a quella d’Italia, contraddizioni e dinamiche politiche che si rincorrono

Un libro che parla di calcio. O un libro politico? O meglio, un libro a carattere sociale. Ma anche economico. E perché no, storico. Si parla di sport, è vero, nel bellissimo saggio scritto a quattro mani dal vicepresidente del Museo Fiorentina Massimo Cervelli, autore di diverse pubblicazioni fra cui “La Toscana nella costruzione dello Stato nazionale “ (Olschkj, 2013) e “L’allenatore di calcio in Italia, una storia socioculturale” (Biblion, 2024), e da Alberto Molinari, membro della Società Italiana di Storia dello Sport e collaboratore dell’Istituto Storico di Modena (fra le sue ultime pubblicazioni “I migranti del pallone” con g. Toni, Ed. Le Monnier, 2023), ma si parla anche di un intero Paese. E questo Paese è l’Italia. Perciò, storia complessa, quella che narrano i due autori ne “Il governo del pallone”, edito da Il Mulino, che ha come filo rosso e protagonista la storia della Federazione Italiana Giuoco Calcio.

Storia complessa, che parte dalla fine dell’800 e fende il secolo breve attraversando le grandi tragedie e i cambiamenti velocissimi del ‘900, testimone non neutrale del primo conflitto mondiale, dell’inquieto primo dopoguerra, dell’ascesa del fascismo e della sua fine, della rinascita del Paese nel secondo dopoguerra e della trasformazione di una società che si distacca dai tempi storici da cui è nata e si mette a correre, rivelandosi brutale, sfacciata, violenta, che prende di petto le disuguaglianze e vede nascerne di nuove sempre meno aggredibili con i mezzi che storicamente hanno consentito alle classi subalterne di affermare alcuni diritti e aspirare ad altri. Insomma in una parola, è la nostra storia, quella di chi legge il libro ora ed adesso, quella che viene raccontata attraverso la lente, non deformante, della storia della FIGC.

“Una storia, quella della Federazione Italiana Calcio, che non è (solo) tecnico-amministrativa, ma è una storia speciale, per certi aspetti politica, in quanto il calcio anticipa, sotto certi profili, tutti i mutamenti della società”, spiega Maurizio Cervelli, raggiunto al Centro di Educazione Popolare delle Baracche Verdi dell’Isolotto a Firenze, dove domenica 4 ottobre ha tenuto una presentazione del libro insieme al professor Fabio Bertini, storico del Risorgimento e già docente all’Università di Firenze, organizzata da Il Salvaparole, il cui presidente Pasquale Felice ha introdotto e moderato l’incontro.

Ciò che emerge dal saggio è dunque che, grazie anche alla concomitanza di svariate cause che ne consentono una diffusione e quindi un peso importante nella società italiana (peso che diventa fatalmente politico), dalla storia della Federazione e dall’analisi delle vicende federali si viene a delineare una sorta di rapporto biunivoco fra le classi dirigenti calcistiche e le dinamiche politiche che governano e hanno governato le varie stagioni delle vicende nazionali. Rapporto biunivoco perché, così come le classi calcistiche ne sono state influenzate, allo stesso modo hanno giocato in talune situazioni un ruolo politico importante. Del resto, come sottolineano gli autori, non sono mancati dirigenti federali che abbiano affiancato alla loro attività nel calcio un impegno politico. Basti ricordare il periodo fascista, come spiegato da Cervelli: “In pratica il fascismo se ne impossessò (del gioco del calcio e della FIGC, ndr), azzerando qualsiasi briciolo di democrazia che poteva essere rimasto nel mondo calcistico italiano. Il 2 agosto 1926 con la “Carta di Viareggio”, affidata a tre esperti, il CONI ne  trasformò radicalmente la struttura. Un Direttorio federale, formato da un presidente, due vicepresidenti, e tre consiglieri nominati d’autorità dalla presidenza del CONI, venne posto a capo della FIGC, esercitando un potere assoluto. Ciò rappresentò un modello che il CONI utilizzò per compiere l’opera di fascistizzazione dell’organizzazione sportiva italiana. Il principio introdotto fu quello gerarchico, e nel 1926 il CONI divenne un organo alle dirette dipendenze del Partito Nazionale Fascista, guidato da Augusto Turati. Il principio liberale dello «sport per lo sport» era morto”.

La storia ovviamente non si fermò e la capacità del mondo calcistico, ormai FIGC, di riflettere e di farsi riflettere nello scorrere degli assetti politici, neppure. Tant’è vero che la storia della Federazione è di fatto anche la storia del processo di modernizzazione dell’Italia, con tutto ciò di positivo o meno che ha voluto dire. Dal punto di vista economico, come ricostruisce il saggio, la Federazione ha dovuto adattarsi e gestire i cambiamenti che hanno portato dall’originario impianto artigianale all’inserimento dei grandi mecenati ai frangenti odierni, dove le leve sono la spettacolarizzazione e la finanziarizzazione del calcio. Pensate a quale sterminata prateria di “futures” può essere assimilato il mondo delle “partite del pallone”, come diceva una nota canzone di una giovanissima Rita Pavone. Senza contare che ormai la sfida contemporanea sarà misurarsi sull’IA. Dal punto di vista sociale, rimane in primo piano l’esasperata richiesta di imprese impossibili agli atleti che si coniuga col fenomeno del doping, e l’antica e sempre irrisolta questione della violenza negli stadi. Sul punto, una delle interpretazioni che ha sempre pesato è quella che il tifo abbia contribuito a erodere l’impegno sociale in particolare delle classi subalterne “addormentate” per così dire dalla passione per i propri colori. Il vecchio panem et circensem, per intendersi.

“Il calcio come arma di distrazione di massa? – dice Cervelli – Lo è sempre stato. Oggi forse lo è anche meno. Assistiamo ad una aggregazione curiosa, in buona parte maschile ma non solo, attorno sia alle principali curve sia anche a quelle più piccole del calcio italiano. Si tratta di un processo diverso rispetto a quello che avveniva 50 anni fa. Quando mezzo secolo fa nascono gli ultras, si propongono come forma parallela ai grossi movimenti giovanili che si riflettono anche negli stadi, costruendosi un proprio territorio amico, ovvero la curva, da dove pretendono di non essere solo spettatori, ma di influire sulla partita. Il processo degenerativo successivo, con l’innalzamento della violenza, è stato studiato con varia fortuna. Oggi, a mio avviso, le curve sono piene di ragazzi giovani “scomposti”, che sperimentano questa forma dello stare insieme come una forma profondamente diversa da quella dei giovani di 50 anni fa. Per fare un esempio: il tifoso di 50 anni fa si recava alla curva e se perdeva la propria squadra era profondamente partecipe del “dolore” e della rabbia collettiva. I ragazzi e le ragazze odierne sono, per come li vedo io, autonomi rispetto al risultato; sono contenti di costruire insieme questa forma desiderante che occupa non solo la domenica allo stadio, ma è costituita da trasferte e composta da vari aspetti, da quello creativo (lo striscione, la grafica) a quello più guerresco degli scontri tra tifoserie. Secondo me è un processo che andrebbe studiato più approfonditamente”.

“Due anni fa – conclude Cervelli – mi trovai a svolgere alcuni interventi nelle scuole. Si trattava di due interventi, uno presso una scuola tecnica e l’altra presso un liceo classico. Mi aspettavo di trovare, fra virgolette, “più curva” nell’istituto tecnico, dove non c’era, anzi, trovai tanti studenti che praticavano sport fra i più insoliti, ma ben poco calcio; invece. al liceo trovai un’organizzazione interna alla curva della Fiorentina. Il dibattito che si svolse mi convinse della necessità di studiare la costruzione di una comunità che non c’è. E’ un processo complesso”. Un processo che, si può ipotizzare, deriva dalla progressiva estraneità del calcio popolare, o calcio comunità, rispetto sia alle modalità assunte dall’industrializzazione dello spettacolo, sia alla frammentazione del tifo (da fenomeno collettivo a fenomeno individuale, come denuncia anche l’arrivo delle modalità di acquisto individuale tecnologico del biglietto). In un certo senso, la comunità che non c’è è già in marcia. Ed è molto diversa da ciò che si è conosciuto (e studiato) finora.

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