Bassa produttività e disuguaglianza dei redditi, i mali che divorano l’Italia

L’economista Salvatore Rossi: il modello export led non è più proponibile
Salvatore Rossi relatore, alla sua sinistra l’economista Marco Buti e il presidente Valdo Spini

I  numeri? Noiosi, ma fondamentali per tentare una visione analitica dei problemi. E’ con questa premessa che Salvatore Rossi, economista, già Direttore Generale di Bankitalia, prende il via per illustrare lo stato dell’economia del Paese, nel corso di un intervento tenuto la settimana scorsa al convegno organizzato dalla Fondazione Circolo Rosselli , “La sfida del governo: Europa, Italia” nella sede dell’Istituto degli Innocenti, a Firenze.

Non è un segreto per nessuno che l’economia italiana, da molti anni, soffra di una malattia, che potremmo chiamare stagnazione. Se questo è pacifico, dice Rossi, andiamo a vedere da vicino il fenomeno. “Da una ventina di anni a questa parte, l’economia italiana cresce poco o nulla; cresce molto meno di altri Paesi nel mondo, cresce meno rispetto all’ Europa”. Tenendo il focus sull’Europa, tema centrale del convegno, Rossi procede a un confronto fra l’economia nazionale e quelle di Spagna, Francia e Germania, a partire dai dati del 2007 in avanti, “perché se è vero che nell’opinione corrente è da un quarto di secolo che l’Italia è in declino, è anche vero che fino al 2007 il Pil italiano cresceva, grazie a corposi flussi di immigrati che si sono un po’ attenuati negli anni successivi”.

I dati della Banca Mondiale. Dal 2007 al 2024, riepiloga Rossi,  il Pil reale, calcolato a parità di potere d’acquisto, è aumentato in Italia poco più dell’1%, cumulando in 17 anni. “Quindi è praticamente fermo – dice Rossi – In Germania e Spagna è invece cresciuto del 16%. In Francia del 17%. Naturalmente si sta parlando del lungo periodo. Negli anni post Covid, il Pil italiano è cresciuto più di quello tedesco, ma grazie a sostanziose iniezioni di soldi pubblici, sia grazie al Pnrr sia a investimenti nazionali. L’anno scorso siamo tornati alle solite frazioni di percentuale del periodo antecedente al Covid. “La domanda per spiegare il divario è se sull’Italia abbiano inciso andamenti demografici particolarmente sfavorevoli, più sfavorevoli da noi, più  che negli altri tre Paesi con cui ci stiamo confrontando?”. La risposta, dice Rossi, è che in parte questo è vero, ma non per la Germania.  “Se limitiamo l’analisi al Pil reale procapite, quindi a parità di popolazione, escludendo così i fattori demografici dal nostro discorso, in quei 17 anni  la crescita reale italiana è stata di nuovo vicina allo zero, quella tedesca è del 14%, quella francese del 9, quella spagnola del 7. I divari si sono leggermente ristretti, non con la Germania, ma con Francia e Spagna, sebbene non così tanto. Il livello assoluto del Pil reale pro capite dell’Italia, che mi preme di ricordare che negli anni 2000 era il più alto del quartetto, è ben al disotto da quello della Germania, inferiore, sebbene non di così tanto, rispetto alla Francia, e ancora, ma di poco, superiore a quello della Spagna”.

Per spiegare lo stato di cose descritto per  l’Italia, emerge sempre la questione della produttività, ovvero, come ricorda Rossi, “la quantità di beni e servizi che ciascun lavoratore produce in un determinato lasso di tempo, date le sue personali capacità, dati i mezzi di cui è dotato, in particolare la tecnologia, data l’organizzazione delle unità di cui fa parte”. Misurare la produttività di una intera economia è molto difficile. Perciò, “per stare sul sicuro”, dice Rossi, “dividiamo il Pil reale per persona impiegata, sempre a parità di potere d’acquisto”, quindi, non più per l’intera popolazione ma solo per la parte che lavora. “In Italia, la produttività misurata in questo modo è scesa di quasi il 5%, mentre è salita in Germania del 4%, di quasi il 7 in Francia, di quasi il 10 in Spagna. Nei livelli assoluti, il nostro Paese resta in testa, ma solo perché l’italiano lavora in media molto più a lungo di un tedesco o di un francese, e  anche di uno spagnolo, se si misurano le ore lavorate. In assoluto, il nostro Paese è ancora parecchio produttivo, e questo spiega la sua perdurante prosperità economica nel novero internazionale, nonostante tutto. Ma le tendenze emerse negli ultimi due decenni  sono molto preoccupanti, perché segnalano uno scivolamento all’indietro della nostra economia”. Scivolamento che non si sta arrestando.

La produttività è la malattia principale, ma non è la sola che affligge la nostra economia. L’altra, dice Rossi, è la disuguaglianza. In particolare la disuguaglianza nei redditi. “La più diffusa misura della disuguaglianza dei redditi è il coefficiente di Gini (un indice introdotto nel 1912 dallo statistico italiano Corrado Gini,  misura la diseguaglianza di una distribuzione, ndr). Secondo gli ultimi dati, che risalgono al 2024, ultimo anno in cui abbiamo dati completi che consentono il confronto internazionale, l’Italia mostra la maggiore disuguaglianza dei 4 Paesi considerati; anzi la maggiore diseguaglianza in quasi tutta Europa, fatta eccezione per qualche Paese dell’ex blocco orientale”.

Un grave problema di giustizia sociale? “Non solo – dice Rossi – è anche un grave problema economico, un grave problema di crescita, visto il nesso di causalità che buona parte della letteratura economica mostra fra diseguaglianza e crescita”.

Visto come stanno le cose, il passo successivo è chiedersi quale terapia si possa applicare alle malattie che aggrediscono “il marchio Italia”. Sul punto, mentre sull’analisi c’è un certo accordo, esistono diverse opinioni sulla terapia, in particolare fra gli economisti, grossomodo divisibili in due scuole, quella di impronta liberale e quella di impronta socialista, che Rossi semplifica in  quella degli “offertisti” e quella dei “domandisti”. “Per i primi, la chiave unica dello sviluppo economico è la produttività. Per questo, le politiche pubbliche devono essere orientate a favorire l’offerta produttiva, da un lato ad esempio, puntando su istruzione e ricerca, che favoriscono l’innovatività delle imprese, dall’altro sul disboscamento di quella giungla di regole che impediscono alle imprese di crescere; per i secondi, pur ammettendo l’importanza della produttività e dunque il mantenimento di qualche politica di offerta, il punto vero è che le politiche pubbliche dovrebbero soprattutto stimolare la domanda interna. Quindi, occorrerebbe aumentare gli investimenti, pubblici e privati, ma soprattutto risvegliare i consumi attraverso una risalita consistente dei redditi da lavoro”. Salari e stipendi in particolare.

Entrambi i rimedi però hanno delle controindicazioni. “Le politiche di domanda – dice Rossi – sono in generale più costose di quelle di offerta in termini di spesa pubblica, perché sono meno basate su riforme normative regolamentari, e più basate su riduzione di tasse e sussidi.  Si può sempre immaginare una ricomposizione del bilancio pubblico a favore di certe spese e a sfavore di altre, in un equilibrio virtuoso”, ma è irrealistico pensarlo. Nessun governo è disposto a percorrere fino in fondo questa strada. “Qualche governo in Italia ci ha provato, ma si è arrestato quasi subito”.

Perciò, per aumentare una spesa pubblica “buona”, se si fanno politiche di domanda, si dovrebbe aumentare il debito pubblico. “Peccato che l’Italia non possa permetterselo – continua l’economista – ciò significa che le politiche di offerta sono l’unica opzione?”.  

Serve  un “esercizio di verità”, come lo chiama il relatore. “La distinzione fra politiche di offerta e politiche di domanda è largamente fittizia. Un esempio? Sappiamo benissimo che in Italia salari e stipendi lordi sono bassi. Secondo i dati dell’Ocse, siamo penultimi in Europa e, se consideriamo  contributi e imposte, quindi i redditi netti, ancora peggio. Ma come si fa a indurre i datori di lavoro a pagare di più i propri dipendenti? Applicando regole al mercato del lavoro che premino qualità e mobilità, una tipica politica dell’offerta. Accrescere la produttività funziona, solo se è il modo per aumentare corrispondentemente salari e stipendi, e per volgere contestualmente l’aumento del profitto di impresa agli investitori e non ai dividendi. Altrimenti si ricasca nel modello export-led, che pur avendo consentito all’Italia negli ultimi dieci anni di galleggiare, non è più proponibile negli anni futuri. Bisogna riconoscere l’amara verità. Persino la Germania, che lo ha praticato molto più  lungo e più intensamente di noi, si sta accorgendo che è un modello non funziona più”.

E’ giunto quindi il momento, sottolinea Rossi, “che l’Italia torni a interrogarsi su quali politiche utilizzare per curare queste due gravi malattie, bassa produttività e diseguaglianza dei redditi, che stanno consumando il nostro Paese”.  

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