IA e geopolitica: l’intelligenza pragmatica di Pechino

Un modello cinese ha sventato un attacco informatico subito da un’azienda Usa

Solo un Presidente degli Stati Uniti come Donald Trump poteva agire in modo tanto dissennato sullo scacchiere internazionale, così da ridare alla Cina una credibilità globale oggi ben più stabile di quella degli Stati Uniti. E oltretutto, in continua ascesa proprio in quella competizione dell’intelligenza artificiale così cara all’inquilino della Casa Bianca e ai suoi alleati, i miliardari degli algoritmi. In questo scorcio di fine luglio sono almeno due gli elementi oggettivi che supportano questa considerazione:

  1. gli approdi concreti dei summit internazionali dell’Area Asia-Pacifico che si sono tenuti a Shanghai e a Chengdu e che hanno legato a doppio filo lo sviluppo dell’AI di una trentina di Paesi alle strategie della Cina;
  2. l’intervento risolutivo di un modello cinese di IA che ha sventato un attacco informatico subito dall’azienda statunitense Hugging Face, mosso in modo autonomo dagli agenti IA del colosso americano Open AI.

Andiamo per ordine.

1.Sul piano delle strategie politiche, la Conferenza Mondiale di Shanghai sull’intelligenza artificiale, che si è svolta pochi giorni fa, è stata accuratamente preparata dai cinesi, per consentire a XI Jinping di esaltare lo sviluppo dei modelli AI open source, finendo così per attaccare la strategia americana del tutto opposta. Non è un caso che in anticipo di poche ore rispetto al discorso di XI Jinping, il colosso cinese Moonshot AI abbia pubblicato Kimi K3, modello open-weight che, scrivono i media controllati dal Governo cinese, “ha sorpreso la Silicon Valley per le sue capacità avanzate”.

A Shanghai Il leader cinese ha messo in guardia da chi “estende eccessivamente il concetto di sicurezza nazionale” nell’IA. Chiaro il riferimento a Trump e alle restrizioni da lui volute sull’export di chip avanzati. Vogliamo la “cooperazione globale per una crescita etica e condivisa dell’IA” ha detto XI. Secondo il presidente cinese, “l’innovazione deve procedere insieme a sicurezza, controllo e responsabilità, con un sistema di governance internazionale capace di accompagnare la crescita dell’IA e di renderne i benefici accessibili a un numero sempre maggiore di Paesi”.

La Conferenza si è conclusa con la costituzione di un nuovo soggetto, il World Artificial Intelligence Cooperation Organization (WAICO) per lo sviluppo dell’IA, a cui hanno aderito 29 Paesi dell’area asiatica, africana, e dell’America Latina.  Tra i firmatari del WAICO, c’è l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico, la Lega Araba, l’Unione Africana, la Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e i Paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, insieme ai nuovi membri Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia).

Si legge nel sito della CGTN, (China Global Television Network), la grande rete televisiva globale di news statale cinese, che fa parte del sistema di media di Stato cinesi CRI on line: “Il WAICO, in primo luogo, considererà una priorità la cooperazione internazionale per il rafforzamento delle capacità nell’ambito dell’intelligenza artificiale, continuando a promuovere i benefici dell’IA e garantendo che i paesi in via di sviluppo possano trarre equo vantaggio dalla nuova ondata tecnologica. In secondo luogo, sulla base del dialogo, della costruzione di un consenso politico e della condivisione delle migliori pratiche, promuoverà l’integrazione profonda e la complementarità delle risorse di punta dei vari paesi, realizzando una serie di risultati di cooperazione concreta, accessibili e vicini alle esigenze reali. In terzo luogo, si impegnerà a difendere fermamente i fini e i principi della Carta delle Nazioni Unite, ad attuare il Patto digitale globale e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, e a promuovere la costruzione di un sistema di governance globale giusto ed equo nel campo dell’intelligenza artificiale”.

Solo discorsi, ben filtrati dall’enorme apparato di comunicazione del governo cinese? Può essere, ma i toni sono ben distanti almeno nell’enunciazione dall’aggressivo “America First” a cui Trump ha dato seguito anche nella politica dei dazi. La realtà è che in questa fase storica, gli Stati Uniti attuano una politica divisiva, mentre la Cina tende ad aggregare mondi anche distanti. Che lo faccia per i propri scopi e non per beneficenza è altrettanto evidente

Tra l’altro, la Conferenza di Shanghai è stata anche la sede della presentazione della prima lavagna interattiva con intelligenza artificiale made in China, per supportare le lezioni scolastiche. È prodotta dal gigante iFLITECK nell’ambito del piano nazionale cinese “AI+ Education”, volto a digitalizzare l’istruzione di oltre 200 milioni di studenti.

Non è creata per attrarre l’attenzione dei ragazzi, come le lavagne multimediali, ma per rappresentare un supporto didattico degli insegnanti, una sorta di co-pilota durante le lezioni in aula. Ma c’è di più: la lavagna è in grado di monitorare l’attenzione degli studenti e di lanciare degli “alert” all’insegnante se la classe appaia in difficoltà a comprendere. A questa narrazione contribuiscono in modo determinante le notizie diffuse dagli organi ufficiali della Cina, compresi i profili social delle Ambasciate occidentali. E questa connotazione di propaganda non può mai essere tralasciata quando si tratta dell’avanzata cinese nel campo dell’IA.

Ma i passi giganti della Cina sono palpabili. Se ne è avuta una riprova a Chengdu, dove si è tenuta la riunione ministeriale dell’APEC (Asia Pacific Economic Cooperation) dedicata al digitale e all’IA. Da notare che l’APEC usa ufficialmente l’espressione “economie membri”, anziché “Paesi”, perché i partecipanti cooperano come entità economiche. Ciò consente la partecipazione separata di Hong Kong, Cina e Taipei. E in più fanno parte dell’APEC anche Australia, Brunei Darussalam, Canada, Cile, Corea del Sud, Filippine, Giappone, Indonesia, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Perù, Russia, Singapore, Thailandia e Vietnam. Ci sono anche gli Stati Uniti, o meglio, l’“economia statunitense”. Al termine, tutti i rappresentanti presenti, compresa la delegazione ufficiale americana composta da alti funzionari ed esperti ministeriali guidata da rappresentanti del Dipartimento di Stato, hanno approvato la Dichiarazione di Chengdu. Un documento articolato attorno a cinque macroaree di priorità: connettività digitale universale; tecnologie di IA per la crescita economica; alfabetizzazione digitale e potenziamento delle competenze; incoraggiamento dell’ecosistema open source; creazione di un ambiente digitale sicuro e affidabile stabilendo standard condivisi di sicurezza.

2. Proprio mentre a Chengdu si enunciavano i principi in materia di sicurezza agentica, un modello di intelligenza artificiale cinese ha svolto concretamente un ruolo difensivo crucialenel caso dell’attacco informatico subito da Hugging Face da parte di agenti OpenAI che hanno agito in modo autonomo. Nessun prodotto delle Big Tech americane ha risolto il problema. Solo il modello cinese open-source GLM-5.2 sviluppato dall’azienda Zhipu AI ha potuto analizzare i log dell’attacco. Invece, i principali modelli occidentali avevano bloccato le richieste di analisi scambiando i tecnici “difensori” per aggressori a causa dei rigidi blocchi di sicurezza rinvigoriti proprio nelle ultime settimane da Trump.

Questo “salvataggio” cinese ribalta la narrativa consolidata sulla superiorità strategica dell’ecosistema di intelligenza artificiale americano e assume un forte connotato simbolico: un’azienda strategica occidentale con sede a New York (Hugging Face) è dovuta ricorrere a un modello di Pechino (GLM-5.2 di Zhipu AI) per respingere un attacco generato da un software americano del colosso di AI più vicino a Trump. Forti i riflessi sia geopolitici, sia di carattere tecnologico sulle “saracinesche” adottate dalle Big Tech americane. La Casa Bianca e le agenzie di sicurezza americane hanno spinto per anni affinché i laboratori statunitensi implementassero rigidi blocchi di sicurezza – i cosiddetti guardrail – per evitare l’uso bellico o malevolo dell’IA. Ma l’incidente Hugging Face-Open AI dimostra che le restrizioni applicate ai modelli commerciali americani, come il blocco preventivo dei comandi legati alla cybersecurity, hanno di fatto disarmato i difensori occidentali. Lo hanno sottolineato pubblicamente esponenti del governo statunitense come David Sacks (co-presidente del PCAST, President’s Council of Advisors on Science and Technology): “L’eccesso di regolamentazione – ha detto – ha finito per danneggiare la sicurezza nazionale e la resilienza delle infrastrutture digitali critiche”.

La risoluzione dell’incidente da parte di un modello IA cinese open source rappresenta anche un successo strategico della linea dei modelli Open-Source / Open-Weight cinesi, ribadita da XI Jinping alla Conferenza Mondiale di Shanghai. Mentre gli Stati Uniti tendono a blindare i propri modelli di punta all’interno di ecosistemi chiusi e proprietari (gestiti tramite API controllate), la Cina sta capitalizzando sulla filosofia open-source.

Il caso ha innescato un forte dibattito a Washington sulla governance dell’IA e non può essere circoscritto all’eclatante simbolismo che provoca rispetto al duello tra Cina e Usa sull’intelligenza artificiale. Entrare nel merito di quello che è successo, apre infatti scenari di profonda riflessione sulla capacità agentica dei modelli di IA. E cioè sull’autonomia nella strategia di risoluzione di un problema. Nel caso, infatti, tutto è accaduto nell’ambito del test Exploit Gim organizzato dai programmatori di Open Ai per testare il modello GPT 5.6 Sol e un altro modello non ancora pubblico. Nei test si cercano di confinare i modelli entro una sorta di ambiente protetto in cui la libertà di azione non esca dalla situazione di test. Stavolta non è andata così: i due modelli hanno autonomamente deciso che per risolvere le tematiche sottoposte c’era bisogno di andare a scovare indicazioni dentro i contenuti della piattaforma Hugging Face.

E questa intrusione non è accaduta una sola volta ma ben 17.000 sono stati i tentativi di acceso dei modelli di OpenAI: un hackeraggio di spessore molto elevato. Si legge nella nota ufficiale di Open AI: “Questo incidente si è verificato durante una valutazione interna che induce i modelli a perseguire exploit avanzati attraverso percorsi di attacco complessi, nel tentativo di quantificare le loro capacità cyber. Stimiamo le capacità cyber massime eseguendo questa valutazione senza i classificatori di produzione usati per impedire ai modelli di perseguire attività cyber ad alto rischio. I nostri benchmark vengono eseguiti in un ambiente altamente isolato, con accesso alla rete limitato alla possibilità di installare pacchetti tramite un software di terze parti ospitato internamente che funge da proxy e cache per i registri dei pacchetti. I modelli hanno individuato e concatenato vulnerabilità tra l’ambiente di ricerca di OpenAI e l’infrastruttura di produzione di Hugging Face per ottenere soluzioni di test direttamente dal database di produzione di Hugging Face. Tutte le evidenze indicano che i modelli erano iperconcentrati sulla ricerca di una soluzione per ExploitGym, spingendosi a misure estreme per raggiungere un obiettivo di test piuttosto ristretto”.

Questo accesso alle “misure estreme” è terminologia che evoca comportamenti senza scrupoli e qualche riflessione dovrebbe aprirla nella spasmodica ricerca di autonomia dei modelli di intelligenza artificiale, che vede impegnate tutte le Big Tech: “Consideriamo questo incidente un caso cyber senza precedenti, che coinvolge capacità cyber all’avanguardia, e stiamo rispondendo di conseguenza – assicura Open AI – In questa fase condividiamo risultati preliminari per aiutare i difensori a capire che cosa è accaduto e a calibrare la propria comprensione di ciò di cui i modelli sono ora capaci. Continueremo a condurre un’indagine approfondita insieme a Hugging Face e condivideremo maggiori dettagli sulle vulnerabilità, sull’incidente e sui risultati quando l’indagine sarà completata”.

Nessuna considerazione di carattere generale, neppure una lontanissima ipotesi di marcia indietro: “Riteniamo che i modelli con capacità cyber avanzate – scrive Open AI – debbano aiutare i team di sicurezza a trovare le debolezze prima degli aggressori, capire come le vulnerabilità possano essere concatenate e risolverle alla velocità delle macchine”. Tutto resta confinato nel linguaggio e nelle modalità di laboratorio, come se questa corsa irrefrenabile all’autonomia dell’IA fosse una pressante richiesta che viene dai popoli di tutto il mondo. Non è così. Ma non importerà a nessuno dei protagonisti della sfida in atto. Il caso Hugging Face lascia l’inquietante sensazione che le possibilità di arginare il potere di calcolo delle “macchine” siano impalpabili. E, in senso geopolitico, dalla Silicon Valley alla Casa Bianca, ci sarà di che riflettere sul fatto che per salvare la situazione tra due aziende tecnologiche americane ci siano voluti i cinesi. Una vicenda che potrebbe incidere anche sul consenso, sempre più in calo del Presidente, in vista delle Elezioni di Midterm.

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