I beni confiscati alle mafie: poche risorse, burocrazie e disinteresse

Pascucci: “L’intervento rapido alimenta il senso dello Stato dei cittadini”

Beni confiscati alla criminalità organizzata. Un tema che a tratti prende la ribalta, per poi tornare a scomparire, inghiottito dalla burocrazia, dalle fake, dal disinteresse generale. Eppure, una politica solida e capace di rimettere beni mobili e immobili ( non solo di ingente valore) sul mercato mettendo in evidenza che capacità e competenza portano al successo iniziative imprenditoriali e di messa a reddito dei beni anche senza gli untori di denari insanguinati delle cosche, fa parte dell’educazione civica di base, alimentando il senso dello stato dei cittadini. Per tutto ciò, abbiamo voluto fare il punto sui beni confiscati in Italia con Maurizio Pascucci, responsabile nazionale dei beni confiscati per la Fondazione Antonino Caponnetto.

Se si volesse fare il punto sulla situazione dei beni confiscati a livello nazionale, quale
sarebbe il suo primo pensiero?

“Di provvedere con urgenza al loro riutilizzo sociale . Nel nostra paese ci sono tante esigenze ,talvolta non soddisfatte per mancanza di spazi e di luoghi adeguati. I beni confiscati possono essere la giusta risposta”.

Di che numeri si parla?

“L’ Agenzia nazionale dei Beni Confiscati indica che in Italia ci sono 36.616 beni confiscati. Sono immobili, terreni, aziende, negozi, ristoranti e via dicendo”.

Quali sono i criteri che presiedono alla riassegnazione dei beni?

“Le proprietà dei mafiosi prima vengono messe sotto sequestro, poi, a sentenza definitiva, confiscati. Dopodiché l’Agenzia Nazionale dei Beni confiscati dà mandato al Prefetto, e di conseguenza al Sindaco che loca il bene confiscato, di provvedere all’assegnazione. In alcuni casi l’assegnazione avviene tramite bandi di evidenza pubblica ai quali partecipano associazioni e cooperative . Le forze dell’ordine possono essere assegnatari diretti. Nella fase di sequestro del bene (si può attendere anche 12 /15 anni), i beni sono gestiti da Amministratori nominati dai Tribunali di competenza. Se nessuno si fa avanti in questa fase e il bando va deserto, i beni confiscati vengono messi in vendita tramite aste pubbliche. Questo passaggio è pericoloso, in quanto si avvera il rischio, evidente, che il bene venga acquistato da speculatori o da prestanome di mafiosi. Paradossalmente, c’è il rischio forte che, dopo i passaggi descritti, il bene torni nella mani di coloro a cui è stato confiscato, o di qualcuno “del giro”.”.

Ci sono esempi di gestione virtuosa?

“Ci sono molte aziende (pizzerie, bar e ristoranti) che hanno evitato il fallimento ed oggi hanno ottime gestioni. Inoltre, è necessario sottolineare che quando i Comuni programmano e co-progettano con associazioni e cooperative di servizi sociali, il riutilizzo diventa un bene della comunità locali. Tuttavia si tratta di casi che, ad oggi, rappresentano una evidente minoranza, di fronte a una schiacciante maggioranza di beni confiscati che giacciono dimenticati e abbandonati, a volte in condizioni tali da essere irrimediabilmente rovinati”.

Quali sono le criticità più forti contro cui vi trovate a combattere?

“Le tante burocrazie che ostacolano il riutilizzo sociale dei ben in esame. . A volte la burocrazia si comporta come strenua garante della privacy del mafioso, ignorando (forse a bella posta) che le sentenze giudiziarie sono pubbliche e quindi possono essere conosciute da tutti. Perciò, a volte si ha l’impressione di schermaglie pretestuose che prendono ad alibi un diritto alla privacy pretestuoso, lo ripeto, data la natura pubblica delle sentenze giudiziarie. Un altro grosso ostacolo è la mancanza di finanziamenti pubblici, che comunque, quando ci sono, vanno ad interferire su risorse economiche destinate ad opere pubbliche. Ciò crea la spiacevole situazione per i cittadini di trovarsi a rinunciare a interventi pubblici in favore della comunità per mettere a norma o ristrutturare ad esempio immobili confiscati. Una situazione senz’altro di aperto disagio per le comunità”.

Viste le contingenze, quali sono le vostre proposte?

Le nostre proposte, che quanto prima speriamo vengano formalizzate in una legge, riguardano alcuni punti. In primo luogo, è necessario a nostro avviso che le spese di cui si parlava precedentemente e che riguardano la valorizzazione e rimessa nel circuito economico dei beni immobili, vengano fatte utilizzando il denaro liquido, i gioielli e i metalli preziosi (lingotti di oro) soggetti a confisca ai mafiosi. Un modo per avverare il riutilizzo sociale delle proprietà confiscate senza pesare sulle finanze pubbliche. Sottolineo che si sta parlando di un valore economico immenso che ad oggi transita nel Fondo Unico Giustizia, divenendo così una voce del bilancio dello Stato a favore del Ministero dell’Interno e del Ministero della Giustizia .Un valore economico che è frutto di attività criminale effettuato contro il benessere dei cittadini, dovrebbe senz’altro fare ritorno sotto veste di valore nelle comunità locali da cui, grazie all’attività criminale delle cosche, è stato sottratto. Per questo i destinatari di queste confische e dunque di queste ricchezze secondo noi dovrebbero essere i Comuni.
Ancora, secondo noi è necessario semplificare le procedure per le assegnazioni avviando anche azioni di urgenza , proprio tenendo conto che si ha a che fare con mafiosi condannati in via definitiva dalla Giustizia; promuovere un monitoraggio puntuale dei beni confiscati evidenziando la loro localizzazione, le immagini, la memoria delle attività malavitose svolte dai soggetti interessati alla confisca e il loro grado di riutilizzo sociale; evidenziare il bene confiscato con una targa esterna all’immobile, in quanto non si deve perdere la memoria” .

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