Firenze – Dopo gli invidiabili Pescatori di perle di Bizet, gli appuntamenti lirici del Maggio procedono spediti in questi giorni su due binari decisamente distanti. L’incrocio è infatti scandito da due titoli agli antipodi quanto a popolarità e frequentazione: il Macbeth di Giuseppe Verdi e Il Ciro di Domenico Scarlatti. Il capolavoro verdiano debutta domenica in Sala Grande nel nuovo allestimento curato da Mario Martone con le scene firmate da Mimmo Paladino (costumi di Ursula Patzak, luci e video di Pasquale Mari e Alessandro Papa, coreografie di Raffaella Giordano) mentre sul podio alla guida dell’Orchestra e del Coro del Maggio sale il maestro Alexander Soddy.
Nei ruoli principali spiccano i nomi di Luca Salsi (totem macbettiano per eccellenza con sue oltre 150 tacche sparse nei teatri di tutto il mondo) e di Vanessa Goikoetxea che torna al Maggio dopo il successo della Tosca dello scorso anno, si cala invece nella parte di Lady Macbeth per la prima volta. Con loro Antonio Di Matteo nei panni di Banco e Antonio Poli in quelli di Macduff. Quanto al Ciro di Scarlatti, ispirato al dramma omonimo di Pietro Ottoboni, in scena oggi e domani al Goldoni, trattasi di un vera rarità, rispolverata in occasione del trecentesimo anniversario dalla morte del compositore.
Lo spettacolo, mai rappresentato in tempi moderni dalla sua prima esecuzione del 1712 avvenuta a Roma presso il Teatro del Palazzo della Cancelleria, schiera la bacchetta di Chiara Cattani alla guida dell’Orchestra Barocca dell’Academia Montis Regalis, con la regia di Maria Paola Viano e le scene, ispirate a Filippo Juvarra, di Darko Petrovic, protagoniste le voci di Margherita Maria Sala, Giuseppe Valentino Buzza, Christian Senn, Anita Giovanna Rosati e Dennis Orellana.
Il rapporto di Verdi con il teatro di Shakespeare si snoda lungo il corso di una lunga carriera costellata di progetti compiuti, come Macbeth, Otello e Falstaff e altri a lungo inseguiti ma mai realizzati, come Amleto, La tempesta, Re Lear. La prima occasione per cimentarsi con un soggetto del drammaturgo inglese arriva grazie ad Alessandro Lanari, impresario del Teatro della Pergola di Firenze, che commissiona al compositore una nuova opera per la stagione di Carnevale 1847 che vide la luce il 14 marzo di quell’anno.
Arriva poi al vecchio Comunale nel Maggio 1951 diretto da Vittorio Gui (regia di Gustav Gründgens, protagonisti Ivan Petrov e Astrid Varnay) fino all’ultima uscita, in forma di concerto, pilotata da Riccardo Muti nel 2018. “Sono sono cresciuto con le opere di Shakespeare – dice Soddy – e Macbeth è davvero un esempio perfetto di una tragedia marcata da tratti chiaroscuri e la musica che Verdi ha costruito intorno ad essa è assolutamente meravigliosa. È caratterizzata da aspetti che possiamo definire quasi ‘estremi’ e si sente in modo cristallino l’impronta energica del Verdi giovanile. Ambientato tra le brume scozzesi Macbeth è un dramma fantastico dalle tinte fosche dove streghe e fantasmi sono i coprotagonisti del condottiero eponimo e della sua perfida sposa. La scelta del genere fantastico era piuttosto significativa poiché negli anni precedenti l’impresario Lanari aveva portato sulle scene fiorentine opere con soggetti romantici, quali “Robert le Diable” di Meyerbeer e “Der Freischütz” di von Weber. La nuova opera di Verdi sembrava quindi voler lanciare un guanto di sfida ai successi dei compositori d’oltralpe”.
Sottolinea a sua volta Mario Martone, cha al Maggio ha debuttato nell’aprile del 2007 curando la regia dell’”Antigone” di Ivan Fedele: “Questa messinscena è da un lato un viaggio interiore nella psiche di un uomo e di sua moglie, del rapporto ossessivo e inappagato che li lega indissolubilmente, dall’altro una manifestazione scenica delle forze che li manovrano, e che manovrano tutti noi, attraverso la presenza delle streghe. Una rappresentazione immersa nel buio, persino brutale nella scomposta scansione dei fatti di cui Macbeth e Signora sprofondano inconsapevolmente. Noi crediamo di essere liberi ma le forze che muovono le nostre azioni sono innumerevoli, e vengono sia da dentro di noi come da fuori. Qui il fuori si manifesta solo in un momento, l’unico in cui si esce dal palazzo regale, un’apertura in cui appare un’umanità dolente, percossa dalla violenza della guerra e della stupidità criminale del potere. Un sistema politico che purtroppo è sempre più diffuso ai nostri giorni. Fin dall’inizio il compositore ebbe le idee chiarissime sul significato della sua nuova opera che disegna la parabola discendente del protagonista trasformato in crudele assassino da un’ambizione sfrenata. Sete di potere, follia e morte segnano infatti il destino di Macbeth e della malevola consorte, donna dall’animo nero nonché istigatrice degli orrendi delitti del marito”.
Tre le repliche in calendario: il 14 e il 17 ottobre alle 20 e il 19 ottobre alle 15,30. Tornando al Ciro scarlatti ano, la trama narrativa dell’opera, semplice e lineare, in tre atti con una sinfonia, si snoda in parallelo a quella visiva, in una successione di arie e recitativi, con duetti, due cori conclusivi e tre balli. Percorre ed esplora tutte le tipologie di un ideale itinerario arcadico e mette in scena il riconoscimento di Ciro, l’erede al trono usurpato dal malvagio Astiage re di Media, nell’innocente pastore Elcino, cresciuto da Mitridate (insieme all’altra sua figlia Erenia) dopo essere stato abbandonato e destinato a morte dal genitore Cambise. Ciro assume infine il potere sovrano; la sua agnizione coincide col trionfo della verità sull’inganno, e la sua innocenza virtuosa determina l’immediata rigenerazione della corte e del regno tutto. In parallelo a questa trama se ne svolge una amorosa, che vedrà Ciro congiungersi con l’amata Sandane, ancorché ostacolato dalle angherie della sorellastra Erenia, a sua volta invaghita del nobile Arsace. Una bella congiuntura di eventi disposta in modo esemplare dalla raffinata drammaturgia musicale di Domemico Scarlati.