Guerra a Gaza: gli “incidenti” dell’Idf e le scuse tardive o insufficienti

A Jenin l’esercito israeliano ha sparato in aria all’indirizzo di diplomatici di trenta paesi
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Nella conferenza stampa a metà settimana di Netanyahu abbiamo assistito al classico repertorio di questo abile politico e manipolatore. Ha giocato alternando difesa, scaricando su militari e servizi segreti le responsabilità del 7 ottobre, e offensiva, dichiarandosi vittima delle macchinazioni della magistratura. E comunque, ha assicurato il pubblico, israeliano e non, che la sua guerra continua. Eliav Breuer per il Jerusalem Post ha commentato: “Molte delle affermazioni del primo ministro sono state imprecise, fuorvianti, contraddittorie o cospirative”. Yossi Verter prestigiosa firma di Haaretz: “Non ha perso la straordinaria capacità di mentire senza battere ciglio, di distorcere la realtà senza arrossire, di contraddire l’ovvio, di incitare e diffondere spregevoli teorie del complotto, di calunniare e diffondere insinuazioni brutte e scioviniste”.

Bibi è salito sul pulpito lo stesso giorno che è avvenuto un deprecabile “incidente” diplomatico. A Jenin, lontano da Gaza, l’esercito israeliano ha sparato, in aria, all’indirizzo dei rappresentanti diplomatici di circa trenta paesi – tra cui l’Italia – che si trovavano in visita ufficiale nei pressi del campo profughi della città palestinese, nel nord della Cisgiordania. Secondo il portavoce dell’IDF la delegazione internazionale avrebbe deviato dal percorso autorizzato, entrando in una zona di combattimento. Dove ha ricevuto la salva di avvertimento. L’esercito si è comunque scusato per aver causato l’inconveniente.

I militari per definizione hanno difficoltà a riconoscere l’errore. L’IDF non è da meno. Anche se è certamente tra gli eserciti al mondo che in questi anni è più volte tornato sui propri passi. Ogni qual volta si è alzato un vespaio che ha strabordato fuori dai confini nazionali. Fu così negli anni ’80 per l’uccisione di due soldati norvegesi e poi anni dopo per quello di militari egiziani. In quel caso i vertici militari di Tel Aviv si dissero “sinceramente” rammaricati. Altre volte l’esercito di Tsahal ha parlato di incidente fortuito e ovviamente non voluto. Come per l’attivista Rachel Corrie che nel 2003 venne “accidentalmente” investita da un bulldozer dell’esercito a Gaza, ricostruzione smentita dalle foto scattate sul posto ma confermata dal tribunale di Haifa.

È del 2023 la scomparsa, anche qui, “accidentale” della giornalista, con passaporto statunitense, Shireen Abu Akleh, freddata a Jenin da un cecchino. Un anno dopo il contrammiraglio Daniel Hagari intervistato dalla CNN afferma: “Penso che questa sia un’opportunità per ammettere che siamo molto dispiaciuti per la morte di Shireen Abu Akleh”.

Ad aprile del 2024 l’allora capo di stato maggiore dell’IDF Herzi Halevi si scusava per l’uccisione, sempre a Gaza, di sette dipendenti dell’ong World Central Kitchen: “è stato un errore di identificazione”, “un tragico caso in cui le nostre forze hanno colpito senza intenzione gente innocente”. In una rara eccezione Netanyahu espresse il proprio rammarico: “faremo di tutto per assicurare che questo non accada più”. Alla Casa Bianca c’era un “furibondo” Biden.

Il 23 marzo 2025 quando a perdere la vita sono stati 14 operatori della Mezzaluna Rossa palestinese la prima ricostruzione dei fatti esposta dall’IDF è stata che le truppe hanno fatto fuoco contro le ambulanze credendo di trovarsi ad affrontare una minaccia da parte delle forze nemiche, e che tra le vittime vi erano membri di Hamas, negando l’ipotesi dell’esecuzione sommaria. Di fronte ad immagini che dimostravano il contrario l’esercito israeliano ha cambiato versione parlando di “fallimento professionale”, “malinteso operativo” e perfino di “violazione degli ordini”.

È di poche settimane fa la morte a Rafah di un dipendente indiano delle Nazioni Unite. In precedenza stessa sorte era toccata ad un bulgaro dell’UNOPS a Deir Al-Balah. L’IDF accennò ad un probabile mal maneggiamento di una mina inesplosa, e successivamente corresse la dichiarazione in errata identificazione dell’edificio da bombardare.

Una lunga serie di ricostruzioni palesemente fantasiose e parziali, giustificazioni imbarazzanti e assurde. Smentite. E se la vittima non è un bambino palestinese, scuse. Nel mezzo il problema dell’informazione passiva o disinformazione attiva, al netto dell’assenza di giornalisti stranieri a Gaza, della propaganda fuorviante di Hamas, della stampa embedded al seguito dell’IDF, della retorica di Netanyahu. Il governo israeliano anche su questo piano sta esaurendo le scuse. Insufficienti quelle rivolte agli ostaggi, alle loro famiglie e alle vittime del 7 ottobre.

Verità nascoste, insabbiate dalla politica sotto una montagna di ipocrisie. A rompere il silenzio l’omonima organizzazione di soldati veterani dell’esercito israeliano, Breaking the Silence. Che pubblica testimonianze sulla cruda realtà di come opera l’IDF sin dalla Seconda Intifada, agli inizi degli anni 2000. E che oggi, come ieri, denuncia l’uso di scudi umani a Gaza. Raccoglie deposizioni di torture ai palestinesi nei campi di detenzione. Descrive con dovizia la modalità di creazione di una nuova zona di cuscinetto nella Striscia palestinese. Ammissioni che inchiodano alle responsabilità, tanto i vertici militari quanto l’esecutivo. In uno dedalo di strade lungo il sottile confine tra difesa e oppressione di un popolo.

Alfredo De Girolamo Enrico Catassi

In foto Benjamin Netanyahu

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