La sua storia ricorda quella di altri grandi che hanno accettato il rischio dell’impopolarità e della condanna alla marginalità pur di mantenere una coerenza cristallina soprattutto con se stessa e con un principio rigoroso di pensiero e azione.
A vent’anni dalla morte un amico che l’ha accompagnata negli ultimi anni della vita ci consegna “passioni e tumulti di Oriana Fallaci” in un libro “Mai stanca di vivere” pubblicato da Mondadori.
L’amico è Riccardo Nencini, politico e scrittore toscano già parlamentare, viceministro e segretario del Partito socialista italiano, attuale presidente del Gabinetto Vieusseux, una dell’istituzioni culturali più antiche e prestigiose di Firenze.
Il protagonista di un’amicizia durata gli ultimi cinque anni della vita terrena di Oriana colpita da un male fatale, “l’alieno” come lei lo chiamava, anni densi di umanità dolente e orgogliosa, di passioni, speranze e delusioni. Per questo motivo il racconto di un dialogo che tocca i grandi temi della storia e dell’animo umano, della fragilità e della ribellione al destino che l’aspetta è un contributo essenziale a cogliere la grandezza della giornalista“scrittore”, come lei volle fosse scritto sulla sua tomba al Cimitero degli Allori.
“Rassettare, sistemare, organizzare, prepararsi alla morte senza lasciare nulla al caso, un decametro che rasentasse la perfezione. A Firenze l’alfa e l’omega di una straordinaria avventura bastonata dalla solitudine e dalla seduzione della parola”, scrive Nencini.
L’autore la incontrò quando Oriana scrisse sul Corriere della Sera l’articolo-saggio “La rabbia e l’orgoglio”, a poche settimane dall’attacco di Al Qaeda alle Torri gemelle. Era un ammonimento. impietoso all’Occidente che accusava di essere troppo debole nei confronti dell’Islam. Un’accusa dura e senza appello ribadita nell’articolo “La forza della ragione” dell’aprile di tre anni dopo.
Questi articoli suscitarono la reazione indignata di gran parte del mondo politico e di quello intellettuale schierati contro le teorie del “conflitto delle civiltà” e orientati al confronto e al dialogo. In un clima di contrapposizioni ed etichette, di ragione e torto, le giustificate reazioni polemiche si trasformarono presto in ostracismo.
Sono passati più di vent’anni e Nencini ripensa pacatamente a quegli articoli alla luce di quanto è accaduto e di quanto hanno detto pensatori al di sopra di ogni sospetto di faziosità: “La civiltà occidentale – scrive – è entrata in crisi quando è diventata un modello planetario, umiliata da aggressioni nazionaliste e logorata dal primato di una tecnocrazia senz’anima. Sta prevalendo ovunque l’homo economicus, ma l’uomo è anche follia, passioni, speranza. E’ sogno, poesia”.
E’ sotto quest’ultimo aspetto che l’autore scolpisce i tratti della personalità, la forza, il talento giornalistico e letterario di Oriana, sommando i ricordi a materiali d’archivio e documenti inediti. Attraversando la sua adolescenza segnata dall’esperienza di staffetta partigiana nelle file di Giustizia e Libertà alla quale apparteneva il padre Edoardo, le infelici storie d’amore, con il dolore mai superato di non essere riuscita a diventare madre (ma fu la ragione e il sentimento per il capolavoro della letteratura mondiale “Lettera a un bambino mai nato”) . Ricostruendo la genesi dei suoi libri, così come le esperienze di inviata nelle zone di guerra.
Le notazioni di Nencini sono dense e profonde, raccontate in un stile appassionato come accade quando si scrive di una persona verso la quale si è provato sentimenti di ammirazione, affetto e anche curiosità intellettuale.
Questa autenticità si percepisce soprattutto nelle pagine che raccontano dei desideri di Oriana di concludere la propria esistenza nella città nella quale è nata, possibilmente in una torre del Ponte Vecchio. Neppure Nencini, allora presidente del Consiglio regionale della Toscana, poté esaudire i suoi desideri. Riuscì però nel compito più importante: far sì che, nonostante l’ostracismo politico, Firenze accogliesse una delle più importanti personalità del dopoguerra come meritava. Che di fronte alla morte di una grande donna si stemperasse il conflitto ideologico e si onorasse colei che aveva raccontato parte della storia del secondo Novecento.
Al di là dell’incontro umano e intellettuale, c’è anche un altro aspetto che il libro mette in risalto e che è il frutto della riflessione di uno scrittore che ha la fortuna di confrontarsi con il metodo e gli strumenti professionali di una grande scrittrice.
L’autore è così diventato uno dei più precisi e competenti studiosi dello stile della Fallaci e delle regole che lo governano. La stessa scrittrice approfitta di più di un’occasione per spiegargli il suo metodo di lavoro, tutto puntato a raggiungere il massimo di perfezione della lingua e della frase informativa, essenziale e musicale. Quella acribia che è rimasta leggendaria nelle redazioni giornalistiche di tutto il mondo: Le Monde l’ha definita la più grande giornalista di guerra di sempre.
“Chiunque si avvicini a Oriana deve considerare le immancabili affinità tr la giornalista, l’inviata d guerra e la scrittrice. La sua originalità, a cominciare dallo stile provocatorio e dal disprezzo per l’ipocrisia, nasce da qui, si nutre di questa specificità“.
La lettura di “Mai stanca di vivere” si conclude con l’ultima parte “Morirò in piedi” , come Oriana aveva preannunciato, che racconta delle ultime settimane di vita. Il rispetto discreto e affettuoso del testimone.