Affrontare la crisi: strumenti nuovi di concertazione e IA

Le considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia

Nelle sue recenti Considerazioni finali, il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha richiamato l’attenzione su uno scenario che l’Europa conosce bene: una crisi geopolitica che si traduce in aumento dei prezzi dell’energia, pressioni inflazionistiche e rallentamento della crescita. In altre parole, il rischio di una forma di stagflazione, nella quale inflazione elevata e crescita debole convivono e si alimentano reciprocamente.

In questo contesto, la Banca Centrale Europea resta pronta a utilizzare lo strumento che conosce meglio: i tassi di interesse. Se l’inflazione dovesse risalire in modo persistente, Francoforte potrebbe essere costretta a irrigidire la politica monetaria per evitare che l’aumento dei prezzi si trasferisca ai salari innescando così una spirale salari-prezzi.

Ma proprio qui emerge una domanda di politica economica che sembra essere scomparsa dal dibattito pubblico: è davvero inevitabile affidare quasi esclusivamente alla leva dei tassi il compito di contenere l’inflazione?

L’aumento dei tassi è uno strumento potente, specialmente laddove ritocca in maniera significativa il “livello normale” dei tassi. Ma non è privo di costi. Funziona comprimendo la domanda, rallentando investimenti e consumi, rendendo più oneroso il credito per imprese e famiglie. Spostando il reddito dai produttori ai risparmiatori. Cosa di cui non si sente il bisogno nel mondo ed in particolare in un paese come l’Italia che dispone di “tanto risparmio” e di “insufficienti investimenti”. Quando però l’origine dell’inflazione non risiede in un eccesso di domanda interna, bensì in uno shock esterno – come una guerra o una crisi energetica – la terapia monetaria rischia di aggravare la debolezza dell’economia senza eliminare la causa primaria dell’aumento dei prezzi. E’ già successo più volte.

Per questo potrebbe tornare attuale un tema che ha segnato la storia economica europea del secondo dopoguerra: la politica dei redditi. La tanto “vituperata”, dalla destra liberista e dalla sinistra “conflittualista”, politica dei redditi di “lamalfiana” memoria. Cioè la strategia promossa negli anni ’60 da Ugo La Malfa, famoso politico repubblicano, e ripresa a vari intervalli negli anni successivi, che puntava a coordinare salari, prezzi e profitti per contenere le spinte inflazionistiche a favore dello sviluppo economico

L’idea è semplice. Se il problema è evitare che uno shock temporaneo si trasformi in un meccanismo permanente di rincorsa tra salari e prezzi, la soluzione potrebbe non essere soltanto monetaria. Potrebbe essere anche sociale e istituzionale. Un governo autorevole, insieme alle organizzazioni sindacali e imprenditoriali, potrebbe concordare percorsi di moderazione salariale compatibili con il recupero graduale del potere d’acquisto, accompagnandoli con misure fiscali mirate a tutelare i redditi più bassi.

In questo schema, il peso dell’aggiustamento non ricadrebbe esclusivamente sulla banca centrale e sui tassi d’interesse. La stabilizzazione dei prezzi diventerebbe un obiettivo condiviso tra politica monetaria, politica fiscale e relazioni industriali. E il sindacato non dovrebbe opporsi sia perché ritroverebbe in questo contesto un ruolo ancora più forte sia perché potrebbe difendere i redditi da lavoro e l’occupazione in maniera più efficace che di fronte ad una stretta monetaria.

Naturalmente non si tratta di una soluzione semplice. Le politiche dei redditi hanno funzionato soltanto quando erano sostenute da un elevato grado di fiducia reciproca tra governo, imprese e sindacati. Richiedono istituzioni credibili, capacità di mediazione e una visione comune dell’interesse nazionale. In assenza di queste condizioni la politica concertativa rischia di trasformarsi in dichiarazioni di principio prive di effetti concreti.

Eppure, il problema resta aperto. Se le tensioni geopolitiche dovessero produrre una nuova ondata inflazionistica, l’Europa si troverebbe ancora una volta di fronte a un dilemma: accettare un ulteriore rallentamento della crescita attraverso una stretta monetaria oppure sperimentare strumenti più articolati che distribuiscano i costi dell’aggiustamento tra i diversi attori economici.

La vera questione non è scegliere tra tassi e politica dei redditi. È capire se, di fronte a shock che nascono fuori dall’economia europea, sia sufficiente una sola leva di intervento. La storia suggerisce che, nelle fasi più difficili, le economie hanno ottenuto i risultati migliori quando politica monetaria, politica fiscale e concertazione sociale hanno agito insieme, anziché procedere ciascuna per conto proprio.

Certo non si tratta di ripetere gli errori e talvolta gli orrori del passato. Penso ai grandi “tavoli di concertazione” dove si spendevano tante parole e si raggiungevano pochi accordi “operativi”. Ma piuttosto di reintrodurre nel paese una cultura di discussione e di rispetto fra le parti sociali con una intermediazione autorevole delle istituzioni per sostenere uno sviluppo possibile e auspicabile a vantaggio di tutti. Ovviamente nella presa d’atto da parte di tutte le forze sociali che solo laddove lo sviluppo produce ricchezza e occupazione può esistere un reale accordo fra le parti per un’equa distribuzione. In un paese che non cresce l’unica redistribuzione possibile è quella di nuovo debito pubblico a scapito delle generazioni future.

E se si parla di crescita e quindi di competitività a livello europeo e internazionale non può mancare il riferimento alla produttività del sistema paese che nell’ultimo ventennio non ha dimostrato nei confronti dei paesi più sviluppati pressoché alcuna spinta positiva.

Ed è su questo punto, con un particolare riferimento al ruolo dell’innovazione tecnologica ed in particolare dell’Intelligenza artificiale, che ha battuto in maniera forte e decisa la relazione di Panetta.

Sul tema della produttività e del ruolo dell’intelligenza artificiale come possibile leva centrale per la crescita economica, è difficile non condividere l’impostazione di fondo del Governatore della Banca d’Italia. L’IA rappresenta una tecnologia potenzialmente trasformativa, forse la più rilevante delle ultime decadi.

Tuttavia, sarebbe un errore interpretarla come una variabile unica, quasi automatica, capace da sola di risolvere il problema strutturale della bassa crescita di un sistema economico. L’intelligenza artificiale è una condizione necessaria per la competitività futura, ma non è una condizione sufficiente.

Le imprese che beneficeranno davvero dell’IA non saranno quelle che la utilizzeranno come semplice strumento di supporto operativo, ma quelle che la integreranno nei processi decisionali, nei prodotti, nella relazione con i clienti e nell’organizzazione interna.

Il punto non è “usare l’IA”, ma ripensare l’impresa intorno all’IA. Questo implica un cambiamento più profondo: non una tecnologia aggiunta ai processi esistenti, ma una trasformazione dei processi stessi. In questo senso, l’IA è prima di tutto una filosofia organizzativa, non soltanto un insieme di strumenti. Una quota rilevante del valore generato dall’intelligenza artificiale non deriva solo dai modelli, ma dalla qualità e specializzazione dei dati su cui essi operano.

Per questo diventa cruciale la costruzione di database settoriali, piattaforme informative e infrastrutture di conoscenza condivisa. Non si tratta di asset centralizzati, ma di ecosistemi che possono essere sviluppati anche a livello territoriale o di filiera.

In questo senso, i distretti industriali italiani, oltre ovviamente alle grandi imprese innovative, rappresentano un potenziale laboratorio naturale: sistemi di imprese interconnesse che potrebbero trarre grande vantaggio da piattaforme-dati comuni, capaci di rafforzare competitività, innovazione e capacità di previsione.

L’adozione dell’IA richiede infine, “last but not least”, una base ampia di lavoratori qualificati, non solo in grado di utilizzare strumenti digitali, ma anche di interagire in modo attivo con sistemi intelligenti complessi.

Questo implica uno sforzo sistemico su scuola, università e formazione professionale, con un obiettivo preciso: rafforzare il collegamento tra percorsi educativi e mondo del lavoro. Senza questa integrazione, il rischio è quello di una diffusione diseguale dei benefici dell’innovazione e di un aumento dei divari produttivi tra imprese e territori.

Ma alla fine del “percorso virtuoso” verso l’IA rimane, per le imprese singole e associate, una dimensione più generale da sistema paese. La diffusione dell’intelligenza artificiale accentua il peso delle competenze e della capacità individuale di fronte a processi complessi. In questo contesto, la valorizzazione del merito e dell’impegno diventa un elemento decisivo. Non si tratta di uno slogan, ma di una condizione strutturale per trasformare l’innovazione tecnologica in crescita economica diffusa.

In un sistema come quello italiano, dove il legame tra competenze e successo professionale non è sempre lineare, questa sfida è particolarmente rilevante. E non sarebbe male se il mondo delle Istituzioni, sempre più governato da “approcci proprietari” da parte del mondo dei partiti, desse l’esempio con scelte di “promozione” nei ruoli dirigenziali e nei ruoli tecnico-specializzati con più attenzione alla reale competenza dei singoli piuttosto che al “tasso di fedeltà” verso i “capi”.

L’intelligenza artificiale può essere una leva fondamentale per la produttività, ma il suo impatto dipende da un insieme coerente di fattori: organizzazione delle imprese, infrastrutture dati, capitale umano e qualità complessiva delle istituzioni e, più in generale, del sistema paese. Senza questo ecosistema, la tecnologia, che sappiamo è pervasiva e diffusa in tutto il mondo e quindi non dà di per sé vantaggi competitivi “certi”, rischia di produrre solo effetti parziali e diseguali e di rappresentare un tentativo velleitario di rilanciare un “paese stanco”.

In foto Fabio Panetta

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