Il sovrintendente è felice. E come non ammetterlo? Ha giocato la sua partita e ha vinto. Insieme a Carlo Fuortes hanno vinto gli artisti tutti che hanno reso possibile il successo, hanno vinto il teatro e tutte le maestranze del Maggio musicale fiorentino che lo scorso 19 aprile ha inaugurato il suo famoso Festival che ritrova quel gusto di rottura e sperimentazione che lo aveva reso celebre nel mondo. La scommessa stava nel titolo di apertura, l’opera “The Death of Klinghoffer” di John Adams, che affronta uno degli episodi più forti del secondo novecento: il sequestro nel 1985 dell’Achille Lauro da parte di un commando palestinese e l’uccisione sulla nave dell’anziano americano ebreo, Leon Klinghoffer, costretto in sedia a rotelle e gettato in mare con la medesima. Con conseguente famosa crisi di Sigonella tra Craxi e Reagan, ma, di quella, l’opera non parla. Porta in scena, sebbene in modo poetico e complesso, il conflitto Israele-Palestina che però non è poco. Un’opera che ha esordito a Bruxelles nel 1991 e poi riprodotta solo poche volte, una nel 2014 a New York, e 24 anni fa in Italia, con una coproduzione fuggevole tra Modena e Ferrara. Poi più niente.
In pratica, una prima non solo fiorentina ma italiana. Anche il primo vero cimento del regista cinematografico Luca Guadagnino come regista di opera, tranne una vecchia interpretazione di Falstaff da lui stesso subito rifiutata. Su Klinghoffer da tempo era sceso il silenzio, Guadagnino ci teneva molto e racconta di averla proposta a tanti sovrintendenti e averne ricevuto indietro una raggelante serie di no. Perché l’opera affronta un tema troppo scottante e tutti la fuggono, nonostante sia un lavoro poetico, non di parte ma sulla complessità. Ma siccome niente come la complessità è difficile da capire, sostenere e sdipanare, è più semplice ignorarla e consegnare Klinghoffer alla più semplice categoria del divisivo e dunque rischioso. Incandescente da subito, figuriamoci ora, quando il nodo è esploso, e più malamente e tragicamente non si poteva. A New York l’opera di Adams era stata tacciata di filopalestinese, a Firenze si è provato a fare il contrario. Guadagnino l’aveva proposta a Fuortes due anni fa e il sovrintendente aveva accettato senza farsi pregare. Tanto più è diventata attuale impegnativa adesso. Né, diciamocelo chiaro, nei teatri si va proprio pazzi per l’opera contemporanea. Un incastro non facile.
Il risultato sono stati un teatro pieno all’inverosimile, 13 minuti di applausi in una lunga standing ovation, i “bravi”, “bravi” che si rincorrevano, neanche un buuh contrario, l’entusiasmo. Un’esperienza da cui, parlandone con Fuortes, derivano anche molte indicazioni sull’opera contemporanea, sui modi e i tempi dei teatri, sui giovani e la classica (ricordiamoci che uno degli attori preferiti di Guadagnino, Chalamet, ha recentemente bocciato musica classica e balletto per il pubblico odierno). Qui c’erano sia opera che danza e il pubblico, anche giovane o irrituale per l’opera, da Jovanotti a Damon Albarn, britannico front man del gruppo Britpop dei Blur, si e’ entusiasmato .
Ne parliamo con Fuortes, che esce da questa esperienza ancor più rafforzato nella sua originaria convinzione che “l’opera debba parlare tutti i linguaggi della contemporaneità e affrontare i grandi temi del nostro mondo, pur con il linguaggio artistico che le è proprio”.
Allora, sovrintendente, come si sente? Felice?
Lui, interrogato a caldo, non si nasconde e non fa quello avvezzo a tutto (commissario al Petruzzelli di Bari e all’Arena di Verona, direttore delle Scuderie del Quirinale, direttore del romano Auditorium Parco della Musica, sovrintendente all’Opera di Roma, ad della RAI). Esplode: “Sono molto felice. L’esito dell’inaugurazione del Festival del Maggio supera perfino le mie più rosee aspettative. Quando si fanno delle scelte si sanno i rischi che si corrono. Qui se ne intersecavano vari. Inaugurare una stagione con un’opera contemporanea è già un rischio per di sé, in questo caso per di più si tratta di un tema straordinariamente delicato. Altro rischio, il debutto di Luca Guadagnino come regista d’opera. Io stimo moltissimo Guadagnino, ma so anche che una cosa è fare la regia di un film e completamente diverso è fare quella di un’opera. Dunque, una scommessa dietro l’altra. Come potrebbe un sovrintendente non essere felice del successo?”.
Rischio e felicità, si potrebbe intitolare.
“In teatro se rischi e arrivi ad avere anche maggiore successo del previsto, più che hai rischiato è più soddisfazione ricevi. Se metti insieme un’inaugurazione con un’opera assai dibattuta, con una musica non conosciuta, con un regista insolito per il teatro d’opera e hai successo, la soddisfazione e’ maggiore che se tu lo avessi ottenuto con l’ennesima opera di repertorio, ancorché stupenda”.
Di opera contemporanea non se ne fa molta di quest’ultima.
“Ma rientra nella tradizione del Maggio musicale fiorentino così come lo aveva fondato Gui negli anni ‘30. Io, nel 2024, ho accettato con gioia di venire in questo teatro proprio per quello che aveva significato nella storia dell’opera tra gli anni 30 e 40. Grazie soprattutto a Gui che scopriva e proponeva musica nuova e contemporanea e coinvolgeva artisti di altri settori, personaggi molto importanti, come non accadeva allora in altri teatri che si fondavano esclusivamente sul repertorio. Fu una rivoluzione”
Che adesso intende riprendere?
“Il futuro del Maggio e quello di parlare la lingua d’oggi, quella nostra. Non solo con il compito di intrattenere e di divertire. Anche. Ma in ogni caso l’opera deve parlare il linguaggio dei giorni nostri. Non può essere solo il luogo dove si porta in scena e si conserva per il pubblico la grande tradizione. Non può essere luogo solo di piacere e intrattenimento. Il Maggio non è esclusivamente un teatro d’opera, è un luogo di cultura in generale e la cultura deve comprendere il contemporaneo. Oltretutto l’opera lirica ha una marcia in più perché contiene in sé tanti linguaggi, visivo, canoro, scenografico. E’ un luogo eterogeneo. Per questo, anche se sapevo bene che il cinema è altro dal teatro lirico, avevo fiducia in Guadagnino, perché anche lui è artista eterogeneo: architetto, regista, curatore di mostre, creatore di costumi. Ed ha curato una vera regia d’opera, intelligente e molto teatrale, ha realizzato, come gli è abituale, delle bellissime inquadrature, non ha lavorato come se si trattasse di cinema, non ha usato video, le luci, splendide peraltro, erano quelle del teatro. Anche per lui è stata una grande sfida e ha pianto quando è salito tra gli applausi scroscianti a salutare il pubblico.” .
Eppure molti suoi colleghi Klinghoffer l’avevano rifiutata, forse temendola divisiva.
“Guardi, li posso capire perché per un sovrintendente è importante evitare le polemiche. Non che io non ci abbia riflettuto. Ma sono convinto ancora di più che per fare un teatro che interessi l’Italia e il mondo si debba rischiare partendo solo da grandi sfide. L’opera, lo ripeto, si deve confrontare, pur con il suo linguaggio che è quello artistico, con i grandi temi del mondo in cui viviamo, non limitarsi a intrattenere”.
Ma perché l’opera contemporanea non ha avuto grande diffusione?
“La storia potrebbe essere lunga. Credo che dipenda in gran parte da cosa è accaduto in Europa dalla scuola di Vienna in poi per cui la musica è diventata in qualche modo incomunicabile. Credo che il minimalismo americano, invece, essendo meno ideologizzato e avendo sempre visto come primo compito, non tanto affrontare grandi problemi astratti, ma raccontare storie, riesca a comunicare più facilmente con il pubblico. Così, come per esempio accade con Adams, la musica ha un rapporto con le persone e pensa di poter essere anche piacevole. Non è un caso che, se nei teatri europei si fa musica contemporanea, si punti soprattutto su Britten o Henze. E’ possibile, sono certo, fare opere di valore che tengano conto dei fatti e dei linguaggi della contemporaneità: pur di avere voglia di fare teatro e comunicare con il mondo. Klinghoffer, nonostante abbia la forma di un oratorio, secondo me ci riesce ed anche per merito dell’assai poetico libretto di Alice Goodman. Gli spettatori lo hanno sentito, non c’è stata una sola persona che sia uscita tra il primo e il secondo atto, come sempre succede” .
La contemporaneità. Ma l’altra opera in programma per questo 88* Festival del Maggio e’ una perla del repertorio classico: “Un ballo in maschera di Verdi”.
“All’interno della programmazione ci vuole equilibrio, anche il grande repertorio va fatto, pur ricordandosi sempre di parlare a un orecchio contemporaneo, il che non significa per forza spostare l’azione da un secolo a un altro. Per esempio Der junge Lord di Henze, che è uno dei tre premi Abbiati che il Maggio ha avuto per il 2025, usa scene sostanzialmente ottocentesche e classiche ma in modo graffiante e ironico adatto per un occhio e un orecchio contemporaneo”.
Torniamo all’equilibrio nella programmazione.
“In un teatro importante ci deve essere sempre un progetto complessivo. Il teatro principalmente di belle voci ha avuto appeal, io direi, fino a metà Novecento. Ora il teatro di voci non basta più. Le grandi voci attraggono solo se fanno parte di un insieme che funziona in tutto il suo complesso, come al Maggio, e di un progetto a tutto tondo, all’interno di un mix di titoli vario, che possa andare dal repertorio barocco alla tradizione, alla musica contemporanea. Fino alle nuove produzioni, come, per fare un esempio, l’opera “Romanzo criminale”, tratta dal testo di Giancarlo De Cataldo, musica e direzione di Nicola Piovani, che noi abbiamo in programma.”
Si possono in questo modo anche attrarre i famosi giovani che si lamenta non vengano a teatro?
“Beh guardi, alla prova generale di “The Death if Klingfoffer” c’erano e applaudivano come alla prima, erano come ipnotizzati incuranti dei tempi lunghi così diversi dal telefonino, in luoghi fisici e non virtuali. Certo che vanno informati e formati, si deve fare in modo che il teatro sia per loro accessibile e creare le condizioni perché possano entrarci una prima volta. Quasi sempre il teatro, in particolare d’opera, crea dipendenza. Più che frequenti e più vai, più lo capisci e più ti piace, e più ci vai e più si moltiplica il piacere”.
Lei è arrivato due anni fa, quando il Maggio era stato appena ripescato, dal commissario Ninni Cutaia, dall’orlo del fallimento e lo ha rilanciato con successo, sono aumentati i biglietti venduti e il bilancio è tornato in equilibrio, anzi con un milione circa di utili nel 2024 e la previsione che così sia anche nel 2025. Come si rilancia un teatro lirico?
“Andiamoci piano. Io sto facendo con grande entusiasmo il mio lavoro, mi trovo benissimo, traggo da questo rilancio molta soddisfazione e chiuderò qui il mio mandato. Erano forse circa vent’anni che il Maggio era in crisi, poi negli ultimi era precipitato. Ma non si fa niente da soli. Io sono venuto a Firenze su un terreno molto fertile, in un teatro che ha enormi potenzialità, dove le maestranze, dalle prime alle ultime, sono tutte di altissimo livello, tanto che sono venuto solo senza portarmi dietro nessuno e questo significa qualcosa, dove il coro e l’orchestra sono alla massima altezza, basti aver sentito gli applausi scroscianti quando sono venuti in scena a salutare il pubblico per Klinghoffer. Un teatro che funziona non è fatto mai di isolate eccellenze, ma da un insieme organico di eccellenze, come offre il Maggio, compreso un palcoscenico dove Guadagnino ha potuto fare cose che avrebbe potuto fare solo qui e alla Scala”.
Ma i teatri esteri vanno meglio dei nostri?
“Anche questa è una leggenda, come quando mi dicevano: attento ad andare a Firenze perché è una piazza impossibile. E ho constatato il contrario. In questo momento i teatri italiani sono in ordine mentre invece per esempio sono in difficoltà in America e poco stabili in Francia e Inghilterra. Il fatto è che un luogo dove si fa arte è continuamente soggetto a crisi perché è un settore no profit, non si ripaga mai solo con le vendite dei biglietti. Dalla loro nascita, i luoghi dell’arte sono stati finanziati da re e principi, nel Cinquecento, la Camerata dei Bardi a Firenze era finanziata dai principi. Il Metropolitan di New York ha bisogno di enormi finanziamenti che in USA vengono dati dai privati ma siccome sono defiscalizzati poi di fatto ci rientra lo Stato. In Italia prima era interamente lo Stato, poi dalla nascita delle Fondazioni, solo una parte viene dalla finanza pubblica, il resto dai biglietti o da privati. Attualmente le nostre Fondazioni sono in equilibrio di bilancio, ma dipende dalla gestione. Appena c’è una malagestione il modello va in crisi in un attimo. Si fa molto alla svelta”.
E come lo si evita?
“Con la sostenibilità. L’equilibrio di bilancio è importante. La chiave e’ la sostenibilità, puoi fare anche un programma magnifico ma se non è economicamente sostenibile non funziona. Se non tieni insieme sistema artistico ed economico salta tutto in un attimo”.
Lei fa anche il direttore artistico, perché ?
“Non si fa il sovrintendente se non ci si occupa anche della parte artistica. All’Opera di Roma ne avevo uno bravissimo, Alessio Vlad , ma poi entravo sempre e inesorabilmente anche io nella gestione artistica, era inevitabile. Non puoi fare solo il direttore amministrativo. Devi tenere insieme arte e amministrazione, sennò tutto si squilibra” .
In foto: Carlo Fuortes