Europa, dall’illusione della globalizzazione alla riconquista della politica

L’Unione di fronte ai cambiamenti fra crisi e opportunità

Abbiamo pensato che la globalizzazione potesse migliorare le condizioni dei lavoratori non solo in Asia, in particolare in Cina, ma anche nei cosiddetti Paesi sviluppati, comprese le classi medie di questi ultimi? ” Ebbene, ciò non è assolutamente avvenuto”.

Un dato di fatto per ricostruire il percorso dell’Europa e della situazione in cui il Vecchio Continente si trova. Ed è Valdo Spini, già ministro, sottosegretario, parlamentare, socialista riformista di scuola rosselliana, attualmente presidente della Fondazione Circolo Rosselli, europeista senza se e senza ma, a ricostruire partendo dalla globalizzazione, le tappe che hanno portato alla crisi dell’Europa. Crisi, che, come tutti sanno, contiene sempre in sé anche l’opzione “opportunità”. L’occasione, l’incontro organizzato dalla storica rivista fiorentina “Testimonianze” diretta da Severino Saccardi, con la Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, la Fondazione Ernesto Ragionieri e il Mip (Murate Idea Park),  tenutasi alle Murate mercoledì 19 marzo scorso, quasi in contemporanea con l’intemerata (ribadita con orgoglio nelle ore seguenti) della Presidente del Consiglio contro il Manifesto di Ventotene. Due modi di approcciarsi all’Europa, due mondi che potrebbero rivelarsi inconciliabili.

“Fra delocalizzazioni e concorrenza al ribasso sul mercato del lavoro, abbiamo creato una situazione di rottura, che per di più ha indotto, in modo sempre più crescente, queste classi sociali a rivolgersi, per protesta contro chi mostrava ottimismo verso l’abbattimento delle barriere, alla Destra”. Un meccanismo in fondo elementare, tanto da essere stato sottovalutato dalla Sinistra (istituzionale, quella radicale ha sempre battuto altri sentieri ideali). Un atteggiamento che la Sinistra democratica si rivela tenace nel conservare, nonostante ciò che si sta verificando a livello economico sui territori (vicenda GKN comprova). E nonostante sia spesso chiamata a metterci una pezza. “Come si spiegherebbe altrimenti che i ceti che abitualmente votavano a sinistra oggi votano a destra e la presa che i progressisti riescono a mantenere rimane appannaggio di ceti relativamente benestanti, che possono permettersi di coltivare valori di fraternità e solidarietà”.

Da qui all’Europa, “l’errore da parte nostra è stato quello di affidarci alla globalizzazione e lasciar perdere la politica – continua Spini – due esempi per fare chiarezza. La Russia teneva per la gola la Germania dal punto di vista energetico. Addirittura, se avesse completato il noto Stream 2, diventava quasi monopolista nella fornitura dell’energia. La Russia mette invece incredibilmente nel nulla tutto questo per un ingrandimento territoriale che richiama al Diciannovesimo Secolo. Perché? Cosa ha guadagnato? Di certo, rispetto anche a persone come la Merkel, che abbiamo stimato profondamente, siamo costretti a dire che si son fidate del fatto economico, ovvero nel caso in esame, dello sviluppo del rapporto economico energetico con la Russia per ipotizzare un futuro senza particolari criticità, trascurando il fatto politico. Ma andiamo in Medio Oriente. Trump prima versione ha sviluppato gli Accordi di Abramo. Il meccanismo si ripete: sviluppare gli accordi economici fra Israele e i Paesi del Medio Oriente, fidando sul fatto che in qualche modo il problema palestinese potesse trovare una sua soluzione. E invece il problema palestinese è esploso”, letteralmente, aggiungiamo noi, e nel peggiore dei modi.

Tirando le fila, l’ottimismo generato dalla globalizzazione è stato sonoramente smentito. “Globalizzazione, ovvero abbattimento delle barriere di tempo e spazio sul terreno economico, e nello stesso tempo, deficit di iniziativa”. Dunque, dispiace dirlo, Europa.

“L’Europa in questa prospettiva ha creduto di potere continuare a crescere sotto il punto di vista della funzionalizzazione, ovvero aggiungendo funzioni a funzioni, trascurando l’iniziativa politica, vale a dire la creazione di un’entità che avrebbe potuto recitare il suo ruolo politico all’interno del nostro mondo. Ora, ci troviamo di fronte a due conflitti difficilmente risolvibili. Il primo, quello dell’Ucraina, doveva essere risolto in pochi giorni dall’avvento di Trump. I giorni sono passati, ma di fatto il panorama è il seguente: al tavolo siedono Usa e Russia, non ci sono né Ucraina né Europa”, quest’ultima grande assente non solo nonostante il ruolo di fornitrice di armi e risorse all’Ucraina e il fatto che si trovi ai confini con la Russia, ma anche nonostante abbia comminato all’economia russa pesanti sanzioni, qualsivoglia sia stato il risultato.

“Tutto ciò è la riprova che ormai siamo di fronte a una politica di potenza, basata sul business e sulle armi e chi non ha le carte, come ha detto Trump a Zelensky, per giocare a questo gioco, sta fuori”, dice Spini,

Una situazione che in qualche modo vede l’Europa un po’ attonita, dal momento che vengono messi in discussione valori come il confronto, la trattativa diplomatica, la dignità degli Stati . Ma andando ancora più a fondo, l’attacco è verso i pilastri stessi su cui nei vari secoli si è sviluppata la storia degli Stati europei, ovvero l’imprescindibilità, per sintetizzare, dei tre principi fondamentali gettati nel mare della storia dalla Rivoluzione Francese, Liberté, Égalité, Fraternité, come ricorda Rodolfo Ragionieri, già professore dell’Università di Sassari, anch’egli relatore nella giornata di mercoledì. Libertà, eguaglianza davanti alla legge e alle chances di partenza, solidarietà. Le basi su cui si forma l’idea di Stato dalla Rivoluzione Francese in poi. Assumendo un quarto punto, quello della laicità dello Stato, che vede clamorosi passi indietro proprio nel Paese che l’ha battezzata, ovvero gli USA, dove il potere trumpiano marca sempre più l’accento sul favore divino accordato alla nazione attraverso l’invio del suo Presidente.

Oggi, davanti all’avanzata del sovranismo e della destra, prodotti da un lato dall’eccessiva fiducia nella globalizzazione da parte dell’area progressista e dall’altro da una letale mancanza di politica, “dobbiamo – continua Spini – rivendicare con forza una possibilità per l’Europa di difendere i valori su cui si è costruita tornando nel contempo a giocare un ruolo importante nella scena internazionale nel senso di questi valori. Non perché l’Europa debba fare la guerra a qualcuno, ma perché possa riaffermare dei principi di convivenza uniformati sui valori di democrazia, libertà e giustizia che poi sono quelli che appartengono alla Sinistra”. Una logica diversa dalla destra nazionalista, che vuole la prevalenza di una nazione rispetto all’altra.

“L’Europa è stata sfidata ed irrisa da Trump, che sostanzialmente ha detto che gli europei hanno approfittato e sfruttato l’America, che ha assicurato la difesa dell’Europa per di più venendo anche criticata. Ebbene, il messaggio di Trump ad ora è : tutto questo è finito. Con l’aggiunta dell’ambiguità creata dal tycoon sulla vigenza o meno dell’art. 5, quello che assicura che qualora uno stato appartenente alla Nato venga aggredito, gli altri sono tenuti a prestargli soccorso”.

Di fronte a ciò, secondo Spini, l’atteggiamento che si può tenere parlando in termini di area di sinistra, è duplice. “Da un lato, e mi rendo conto che posso risultare impopolare – dice – è quello di appoggiare la von der Leyen in Europa, in quanto se viene meno, qual è l’alternativa?” . Naturalmente non un’adesione acritica, ma con la necessità di “modificare le insufficienze, gravi, che emergono nella politica della von der Leyen”.

Qualche spiraglio di luce in questo fosco orizzonte? “Un certo ritorno di solidarietà europea nell’atteggiamento della Gran Bretagna – continua Spini – Starmer sta di fatto operando verso una ristabilizzazione di legami con la Comunità europea. In Germania penso che il combinato disposto apparentemente casuale del lancio degli 800 miliardi per il riarmo della von der Leyen e il contestuale lancio dei 500 miliardi di Mers preluda a un tentativo di politica economica atta ad arginare la crescita dell’Afd. In Francia, il “bullismo” americano ha rianimato una reazione nazionalista ben presente nel sentire francese che sembrerebbe mettere in crisi l’avanzata, che finora sembrava inarrestabile, di Marine Le Pen, anche se molto dipende dal fatto che possa nascere un soggetto che si ponga fra Le Pen e Melenchon”. Un passaggio, quest’ultimo particolarmente interessante perché potrebbe, come dice Spini, “portare alla presenza di alcuni punti in Europa capaci di saldare una rete che possa essere funzionale a quella resistenza di cui abbiamo bisogno”.

Infine, l’Italia. “La Meloni ha gettato la maschera, dichiarando che con Ventotene non ha nulla a che fare – dice il presidente del Circolo Fratelli Rosselli – per il presidente del consiglio siamo di fronte a delle nazioni che devono trovare motivi di comune interesse nell’Europa rifiutando un interesse comune europeo al di sopra di quello nazionale. Questa impostazione regge di fronte all’offensiva trumpiana anti Europa? Certo la speranza sua è quella di ottenere un atteggiamento preferenziale nei dazi, cosa che condurrebbe anche qualcuno in Italia a dire “meno male che c’è lei”.”. Ma il problema non riguarda solo i dazi. “E’ difficile che Meloni ottenga una sorta di preferenza – continua Spini – perché il problema non riguarda solo i dazi, ma la filosofia stessa dei rapporti internazionali”. In soldoni: riuscirà l’impostazione della Meloni nazionalista nell’Europa a reggere il trumpismo? Ma più in generale, riguardo alla posizione della Sinistra, al netto delle contrapposizioni italiane fra Pd e 5Stelle da cui rischia di essere risucchiata tutta l’area progressista, la domanda è: dove vogliamo collocarci? “Non con Putin, né con Trump – dice Spini – e neppure con la von der Leyen? Allora con chi? Conviene davvero il soli contro tutti? Qualcuno del Pd diceva che Meloni deve scegliere fra Trump e Europa. Giustissimo. Ma quale Europa deve scegliere? Ebbene, quella dobbiamo costruircela”.

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