La nuova Europa parte dall’unione: dell’energia e della difesa

La presidente dell’Europarlamento Metsola: “Unità e autonomia step obbligati”

La cosa peggiore che l’Europa può fare oggi? Tornare a comprare energia dalla Russia. Un avvertimento neanche velato, quello lanciato dalla presidente dell’Europarlamento a Firenze, nel corso della cerimonia per l’anniversario del cinquantesimo dell’Istituto Europeo di Fiesole. Del resto, l’avviso scaturisce da un problema grave, immanente, in potenza disastroso per il Vecchio Continente, ovvero il blocco di Hormuz e lo stallo, se vogliamo, della guerra scatenata da Usa-Israele contro l’Iran, che sta causando un cambiamento le cui conseguenze sono difficilmente prevedibili ad ora, in un contesto così delicato e pregno di pesantissimi interessi economici come quello Mediorientale.

La prova che sia quello dell’energia il tema più caldo del momento, e che si tratti di un problema da cui neppure gli Usa sono esenti, come spiega il professor Alessandro Volpi, economista, docente dell’Università di Pisa, è il preannunciato viaggio del presidente americano in Cina. Un viaggio in un certo senso obbligato, dal momento che, fra i vari motivi che spingono Trump da Xi , di cui senz’altro il più colossale è il debito pubblico americano (circa 40mila miliardi di dollari), c’è anche il quadro energetico globale. Infatti, come spiega Volpi su Altromercato, in questo frangente storico molte delle classiche vie di approvvigionamento del gas in Europa sono chiuse; si sta parlando dei grandi oleodotti e gasdotti che negli ultimi decenni hanno rifornito l’Europa. A funzionare rimangono le “gasvie” della Norvegia, dell’Azerbaijan, dell’Algeria.

Un po’ poco per l’approvvigionamento dell’intera Europa, che sconta un’insufficienza difficilmente risolvibile e che penalizza anche i maggiori produttori di petrolio e fossili, ovvero, gli Stati Uniti. Tant’è vero che si è pensato a superare la criticità con il trasporto via mare. Che tuttavia sconta tre difficoltà molto ardue: in primis, la scarsità delle navi adatte allo scopo; in secondo luogo, la decisa ritrosia delle assicurazioni ad assumersi i rischi, la terza, anche in questo caso le rotte aperte sono pochissime. Come ricorda Volpi, l’unica rotta veramente sicura in questo frangente storico è quella atlantica, che però presenta due aspetti, uno positivo e uno negativo: da un lato, lega ancora di più l’Europa agli Usa, ma dall’altro non risolve il problema del trasporto all’interno dell’Europa stessa. Del resto, basta dare un occhio a una carta geopolitica: fra il blocco di Hormuz, la pericolosità e dunque la ridottissima frequentazione di Yemen-Gibuti, le alternativa sarebbero Suez, che comunque vede un transito ridotto a sua volta, o Panama, che tuttavia si trova in difficoltà. E lo stretto di Malacca è congestionato. Ciò comporta per gli Usa una ricaduta critica anche nel trasporto del Gnl, ovvero il gas liquefatto, proprio quello di cui l’Italia aspira a diventare l’hub mediterraneo. Senza contare le difficoltà americane dell’approvvigionamento delle benzine, dal momento che, ricorda Volpi, sono note le carenze statunitensi nella capacità di raffinazione.

Tutto ciò per ricordare a nostra volta che l’Iran si sta rivelando, dal punto di vista dell’energia (e non solo), uno scoglio fondamentale per l’ intera economia occidentale. A questo punto, con gli Usa impantanati in una guerra iniziata da loro stessi e non così efficienti (e anche molto costosi) nel tirare fuori l’Europa dalla crisi dell’energia, fatalmente la tentazione per molti Paesi del Vecchio Continente di tornare all’antico, ovvero comprare gas e petrolio dalla Russia, diventa veramente forte.

Ma a tutto questo un rimedio c’è. Nonostante l’apertura forte sul nucleare “pulito”, che tuttavia non risponde alle eterne, classiche domande, ovvero i lunghi tempi, i costi, il problema mai risolto dello smaltimento delle scorie .Metsola, nel suo elogio ai Paesi che si sono sganciati dalla dipendenza energetica esterna, Spagna e Portogallo, ha detto chiaramente che la bilancia pende dalla parte delle energie rinnovabili. Insieme ad un altro grande concetto, quello dell’unità energetica dell’Europa, pari, per dignità, a quello dell’unità della difesa, che ormai, dopo le montagne russe delle dichiarazioni trumpiane, si configura sempre più necessaria. Senza dimenticare, dice ancora Metsola, che “l’Europa è un grande progetto di pace” e come tale va pensato e vissuto. Tirando le fila, la ricetta dell’Europa, secondo Metsola, è de-escalation della guerra UsaIsraele – Iran, più unione dell’energia e della difesa.

Una direttiva molto chiara, che non coglie di sorpresa nessuno, e che viene avallata con argomenti inoppugnabili da Patrizia Nanz, presidente dell’IUE, che nel suo discorso teso a mostrare la necessità a vari livelli dell’Europa una, esemplifica proprio sull’energia: ” L’energia è sinonimo di sicurezza, tutela ambientale, competitività e giustizia sociale. Il settore energetico mette in luce sia i punti di forza che le debolezze dell’Europa”. Sebbene l’Europa sia leader nell’innovazione tecnologica e sociale in campo energetico, tuttavia, sottolinea Nanz, “la frammentazione delle sue politiche e della sua giurisdizione compromette i profitti dell’industria e minaccia la sicurezza collettiva dell’approvvigionamento energetico”. Insomma, la ricetta è sempre quella: “C’è un bisogno urgente non solo di un’azione coordinata, ma anche di immaginazione, della capacità di concepire un sistema energetico diverso, che coinvolga tutti i settori e i livelli decisionali rilevanti”.

Tornando alla tentazione mai sopita di rivolgersi ai russi per ovviare alla carenza di energia, alcuni dati sconsigliano vivamente la “trattativa sottobanco”, come è stato detto ieri nel corso dell’evento. Li spiega Monica Frassoni , cofondatrice di co-fondato European Alliance to save Energy,sul sito Renewablematter. Il primo motivo è fisico: non è possibile riportare indietro le lancette della storia. Prima del 2022, attraverso i gasdotti Nordstream e il transito ucraino (chiuso dal 1 gennaio 2025) giungevano in Europa (dati del 2019) dai 170 ai 180 miliardi di metri cubi di gas. Ora, l’unica rotta in funzione è Turkstream, che ha una capacità di 16-17 miliardi. In altre parole, non c’è al momento nessuna struttura capace di tornare ai vecchi volumi. E la costruzione di un’altra infrastruttura di quel livello richiederebbe anni. Il secondo è economico: il basso costo del gas russo era legato alla disponibilità russa di di garantire prezzi stabili.

Un argomento politico, che non dipendeva da un dato di mercato, tant’è vero che emergenze e sussidi pubblici hanno fatto esplodere il prezzo del gas. Infine, c’è un motivo strutturale, legato al prezzo marginale. Ovvero, finché una sola centrale a gas è necessaria per soddisfare la domanda, fissa il prezzo anche delle rinnovabili a costo zero. In altre parole, se il gas rimane necessario per garantire la sicurezza dell’offerta nelle ore in cui vento e gas non bastano, fissa il prezzo per tutte le fonti di energia, anche quelle rinnovabili. Va da sé che l’unica strada percorribile è sganciare più ore possibili dalla dipendenza dal gas. Una strada percorribile solo con un piano strategico basato su efficienza, rinnovabili e batterie. Una direzione che non sembra piacere all’Italia, che, come noto, dopo la chiusura di Hormuz ha emesso due decreti di taglio delle accise in tema carburanti per 417 milioni per 20 giorni, poi una proroga per 500milioni fino al primo maggio. A conti fatti, più di 900 milioni in 40 giorni, ovvero circa un miliardo al mese. Con in più la conseguenza di alimentare la dipendenza dalle fonti fossili invece di gettare le basi per una “disintossicazione”.

Insomma, la confort zone dell’Europa è finita, come dice Roberta Metsola alla direttrice di Qn Agnese Pini nel corso di un’intervista, sulle pagine de La Nazione: “Parlavamo come di un sogno di avere un’unione dell’energia, un’unione della difesa. Su tutto questo adesso dobbiamo essere più uniti e più coerenti. Non abbiamo scelta, perché prima potevamo dipendere dagli altri, ora no”.

In foto Roberta Metsola

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