Pubblichiamo alcuni passaggi dell’intervento tenuto dalla presidente dell’Istituto Universitario Europeo Patrizia Nanz all’inaugurazione delle celebrazioni per il 50° anniversario dell’Istituto.
Non offrirò un altro elenco delle crisi contemporanee. Le conosciamo. Voglio invece citare qualcosa di meno visibile ma di più consequenziale: un malessere sociale, culturale e in qualche modo anche morale al centro del progetto europeo. L’idea stessa di un futuro condiviso sembra sfuggire alla nostra comprensione.
Non possiamo ignorare la crescente sensazione in tutto il continente che, da qualche parte lungo il percorso, siamo diventati esperti nel trattare i sintomi, lasciando irrisolte le domande sottostanti. Competitività e innovazione digitale, sì. Ma a quale scopo e per chi? Che tipo di vita stiamo cercando di rendere possibile?
Abbiamo sviluppato una gestione routinaria delle crisi, soluzioni rapide, risposte tecniche a domande che non sono mai state puramente tecniche. Troppo spesso preferiamo parlare il linguaggio degli obiettivi e dei risultati finali, piuttosto che quello dell’attenzione e dello scopo.
Non siamo qui piuttosto per immaginare futuri desiderabili e renderli reali?
Prendiamo l’esempio dell’energia. L’energia riguarda la sicurezza, la tutela dell’ambiente, la competitività e la giustizia sociale. L’energia evidenzia sia la forza che la debolezza dell’Europa. L’Europa è leader nell’innovazione energetica tecnica e sociale. Ma le sue politiche e giurisdizioni frammentate mettono a repentaglio i rendimenti del settore e minacciano la sicurezza collettiva dell’approvvigionamento energetico e la sicurezza in senso più ampio. Esiste un divario tra la retorica degli ideali e la capacità di tradurli in benefici pratici per i cittadini e le imprese europee. C’è bisogno urgente non solo di un’azione coordinata ma di immaginazione, della capacità di concepire un sistema energetico diverso, riunendo tutti i settori rilevanti e i livelli decisionali.
L’Europa non è più un progetto in costruzione. Molti capiscono, forse più chiaramente di prima, perché l’Europa è importante: per la sicurezza, per la prosperità, per la democrazia. Secondo l’Eurobarometro, tre europei su quattro si sentono cittadini dell’Unione. Sette cittadini su dieci ritengono che l’Unione europea sia un luogo di stabilità in un mondo travagliato. Il desiderio di Europa è più forte di quanto lo sia stato da decenni.
L’Europa, come forma di vita, è resiliente. Non è una politica che può essere invertita. Nell’attuale clima di ansia e crisi, questo è qualcosa a cui aggrapparsi. E se siamo tentati di darlo per scontato, basta guardare oltre i nostri confini – ai giovani ucraini, georgiani, moldavi, che ci ricordano cosa rappresenta l’Europa. Vedono, forse più chiaramente di noi, cosa è in gioco e cosa rischiamo di perdere.
Vorrei ricordare una voce che parla di questo e che mi ispira.
Cito: “Senza esagerare e senza dipingere l’Europa come una cittadella assediata, dobbiamo dimostrare ogni giorno ai nostri concittadini che il progetto europeo, attraverso la condivisione delle nostre risorse, è essenziale se vogliamo sopravvivere e salvaguardare la nostra indipendenza”.
E prosegue: “Saremo in una posizione migliore per stabilire relazioni pacifiche ed equilibrate con le altre nazioni del mondo e per rafforzare la nostra solidarietà – se saremo riusciti a dimostrare la nostra determinazione”.
Queste parole furono pronunciate da Simone Veil, la prima donna presidente del Parlamento europeo, all’IUE nel 1980.
Ha messo in guardia contro un’Europa percepita come “un’organizzazione quasi esclusivamente economica, gestita da tecnocrati”. E ha chiesto un “secondo vento”.
La seconda spinta invocata da Simone Veil richiede basi intellettuali, immaginazione sociale e fiducia in se stessi per porre domande difficili. Perché prima di poter agire, dobbiamo vedere chiaramente. E prima di poter vedere chiaramente, dobbiamo trovare il coraggio di nominare ciò che ci trattiene.
Abbiamo bisogno di obiettivi più nitidi per catturare la complessità del mondo in cui viviamo.
Cosa significherebbe l’autonomia strategica per l’Europa? Jean Monnet capì negli anni Cinquanta che il carbone e l’acciaio non erano solo risorse economiche, ma motori di trasformazione politica. Chiunque li controllasse, ha plasmato il continente.
Oggi sorgono domande simili. L’autonomia strategica non è una bandiera. È una rete, un sistema di decisioni, istituzioni, tecnologie e competenze, dove ogni anello debole mette a nudo il tutto.
L’infrastruttura digitale è diventata il nostro carbone e il nostro acciaio, la spina dorsale della nostra vita democratica. La domanda è se l’Europa riuscirà a governarsi alle proprie condizioni, o se lascerà l’infrastruttura centrale in cui i cittadini deliberano e le generazioni più giovani interagiscono sotto il controllo di altri. Gran parte delle nostre conoscenze, dati e informazioni sulla sicurezza sono attualmente archiviate e gestite da grandi piattaforme al di fuori dell’Europa. All’IUE stiamo lavorando per immaginare alternative, compreso lo sviluppo della prima piattaforma di social media veramente europea.
Ma sappiamo anche che soddisfare le ambizioni tecnologiche e di sicurezza dell’Europa richiederà risorse molto maggiori. Entro il 2030, il gap di investimenti è stimato a 750-800 miliardi di euro ogni anno. Se l’Europa vuole reggersi in piedi, deve essere in grado di mobilitare le proprie risorse.
Queste sfide sono complesse e non possono essere affrontate solo con la politica.
Nella foto Patrizia Nanz