“Esordio” del neo-sindaco Massari: Restate contro l’horror vacui

Presentato il ricco e popolare cartellone di Restate con la prima del sindaco ad una conferenza stampa. Massari però non ci svela il nome del prossimo assessore alla Cultura, assicurandoci al contempo che non avocherà a sé la delega. Come fece invece il primo Luca Vecchi

La prima conferenza stampa del neo sindaco Marco Massari, ancorché non formalizzato dal Consiglio comunale, cala come l’afa incombente in quel Palazzo da Mosto che sarà una delle sedi del ricco cartellone di Restate, ovvero tutto quanto fa cultura perlopiù popolare da giugno a settembre in quel di Reggio Emilia. Trattasi dunque di scelta, sebbene stagionale, quella di Massari, fresco di trionfo elettorale, di palesarsi a proposito di cultura. La domanda dunque che ci è sorta spontanea, domandare è lecito, rispondere cortesia, afferiva allora il nome del prossimo assessore/a alla Cultura, che di certo il neo sindaco ha già in canna ma che non ha voluto rivelare in questa occasione. Di certo, come gentilmente ci ha risposto in camera caritatis, sarà una delega che non avocherà a sé come già il primo Luca Vecchi (sollecitato in tal senso da una famosa letteronzola che circolava a quei tempi ai piani alti e vergata da una 30ina circa di aspiranti animatori culturali, alcuni poi accontentati e che lo invitarono caldamente a non nominare alcun assessore alla Cultura), bensì appiopperà a terzi. Quali terzi? Il nostro auspicio è che, come dichiarato in più occasioni dallo stesso Massari in campagna elettorale, si tratti di persona competente. Presto comunque lo sapremo.

In attesa della composizione della futura giunta, le cronache comunali estive sono quelle che sono. A proposito però di Restate, la rassegna “povera” (ma con una raffica di appuntamenti capaci di stordire anche il nottambulo più incallito) nel senso che viene dal basso, gioca sicuramente a suo favore la capacità di “mettere in rete” (si dice così, giusto?) tutti o quasi gli spazi pubblici della città. Ed offrire una gamma di prodotti di consumo ludico, di intrattenimento e di fruizione non necessariamente voluttuaria, che accomuna pressoché tutte le fasce di età e tutti i gusti. Dalle Biblioteche al Cinema estivo, dallo Spazio Gerra ai Chiosti di San Domenico, dai Musei civici (nella loro accezione “diffusa”) alle visite guidate, dal Mauriziano a Villa Levi per finire alle piazze, tutto concorre a placare quell’horror vacui che potrebbe attanagliare il cittadino medio reggiano alle prese con un crescente caro-vita che magari (non nel senso augurale) gli impedisce di mettere il naso fuori città. Plotone di “restanti” o “restati” che rischia di ingrossarsi visti i chiari di luna socio-economici.

Abbiamo parlato di “culturale popolare”, più o meno appropriatamente. Ci sia consentito allora di chiosare affrontando l’unico sotto-cartellone che riguarda la poesia e che, per sua stessa autodefinizione, vorrebbe elevarsi dalla “razza di chi rimane a terra”. Ovvero la rassegna “Vola Alta Parola”, in sigla Vap. Anche perché è dimensione che più o meno frequentiamo da mezzo secolo circa, cimentandoci pure, nella sua estensione ed esposizione con risultati assai modesti. Orbene, la siffatta formula che ultimamente prende vita nel cortile di Palazzo da Mosto, prevede, su organizzazione dei soliti volti, un bravo critico che presenta il bravo poeta (uno dei 10-15 che viene pubblicato in Italia non a proprie spese), che a sua volta declama i versi del suo ultimo bel-libro. Davanti ad un pubblico (il sottoscritto può testimoniare per visione diretta cocciuta e reiterata negli anni) non di primissimo pelo che di anno in anno si assottiglia causa le dure ma inevitabili leggi biologiche. Tutto molto bello in sostanza ma il rischio è quello di autotraghettare la rassegna in un piccolo mondo antico che parla, seppur in rima, a sé stesso. Voci che restano in un recinto privilegiato. Ma soprattutto che non riesce a raccogliere quella sfida, a nostro modesto modo di vedere ineludibile e drammatica, dell’evoluzione delle parole (il linguaggio è il primo e più ricettivo strumento per constatare il livello di comunicazione tra le generazioni). Un vocabolario che muta e si assottiglia (e torna per certi versi alla sua rappresentazione ideogrammaticale) e che oggi, secondo diversi neurolinguisti, è alla base di importanti problemi sociali destinati ad acuirsi. Ci vorrebbe insomma un altro format, forse più facile a dirsi che a farsi. Perché la parola volerà pur alta ma rischia pure di volare via.

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