Abbiamo cercato il professor Stefano Zamagni, fra gli economisti più conosciuti e importanti della storia economica italiana, per cercare di capire cosa spinge, cosa vuole ottenere, a cosa conduce la politica attuale, economica e non , inaugurata dal presidente Donald Trump. E se davvero è così “vincente”.
Professore, davanti al ciclone Trump e alle sue mosse economiche e di politica internazionale e interna si rimane sovente senza parole. E la domanda è: si tratta di un cigno nero, o è il prodotto di qualcosa di più sistemico?
“La situazione sotto gli occhi di tutti, che ha subito un’accelerazione negli ultimi due anni che hanno preparato l’elezione di Trump e l’anno scorso il suo incardinamento, è qualcosa che sorprende chi non è abituato a occuparsi di problemi di geopolitica ed economia. Quello che sta avvenendo era tutto scritto, dove scritto vuol dire che era stato tutto anticipato”.
In che senso afferma questo?
“Nel 1823 in America il presidente Monroe elabora la cosiddetta teoria delle sfere di sicurezza. Ovvero afferma il diritto sacrosanto degli Stati Uniti di erigere delle barriere protettive dalle interferenze e dalle intromissioni degli europei. Ciò che si è dimenticato, da parte di molti, o non si è mai saputo, è che fino ad allora gli Usa erano quasi ancora una colonia europea. La decisione di Monroe è dunque una dichiarazione che dà il via a una fase diversa e che per gli Usa inizia in un certo senso la fase “adulta”. Circa ottant’anni dopo, nel 1904, il presidente Theodore Roosevelt introduce il cosiddetto “corollario Roosevelt”, con cui stabilisce il concetto di sfera d’influenza. In pochi pensano che si tratti dello stesso principio, ma non è così: gli Stati Uniti, per garantire la propria indipendenza hanno il diritto di influenzare tutti quei Paesi da cui ci si può aspettare un’aggressione. E’ in questo modo che è iniziata l’azione propagandistica americana, supportata dalla diplomazia americana e dalle tante Fondazioni, tendenti a spargere in Europa, poi anche altrove, ad esempio in America Latina, la mentalità, la cultura americana e via dicendo. Il principio è: non solo proteggersi, ma anche influenzare la cultura. Questo è un punto che l’italiano Antonio Gramsci, grande intellettuale ammirato da tutti ma soprattutto all’estero, aveva ben spiegato: è il concetto di egemonia culturale. Gramsci nelle lettere dal carcere scrive che un Paese, quando acquista una certa padronanza e rilevanza economica, non si accontenta di trarre beneficio dai frutti del suo sviluppo, ma vuole anche influenzare culturalmente gli altri popoli”.
Secondo lei è questo che fa Trump?
“Arriviamo ai giorni nostri. Ciò che fa Trump oggi è esattamente l’applicazione della teoria delle sfere di influenza di Roosevelt. Cosa ha detto Trump? Mi dà fastidio Maduro in Venezuela, vado, lo prendo, lo porto via, perché evidentemente può generare, in teoria o in futuro, disturbi al Paese. Voglio prendermi la Groenlandia per la stessa ragione. E così via. Seconda osservazione: quello che la gente non sa è che la matrice culturale ed etica degli Usa è l’utilitarismo. L’utilitarismo cosa afferma? Che è lecito tutto ciò che aumenta l’utilità del soggetto che pone in essere una determinata azione. Ciò si chiama tecnicamente consequenzialismo. Questa idea era già presente nell’antichità greca, quando Trasimaco dice: “La giustizia è l’utile del più forte”. Questo è Trasimaco, 2.300 anni fa. Perché la gente oggi si meraviglia?. Vuol dire che chi è forte ritiene che tutto ciò che aumenta l’utilità, in qualche modo definita, sia lecito. E’ ciò che fa Trump, in maniera parossistica, a volte fanciullesca. Ma nei principi base, mette in pratica una dottrina nata negli Stati Uniti con Monroe, e perciò non ci si deve meravigliare”.
Ma cosa si può fare?
“Ciò che dobbiamo fare in particolare noi europei è rispolverare e valorizzare la nostra diversa matrice culturale, che è il motivo per cui il cancelliere Merz ha detto con chiarezza nei giorni scorsi “il Maga non è il nostro modello culturale”, sebbene sarebbe stato meglio se avesse esplicitato di più. L’Unione Europea, per mancanza di cultura, è stata con le mani in mano negli ultimi 25-30 anni. L’Europa non ha più pensiero. Si è andati avanti ritenendo che il rapporto con gli Stati Uniti potesse continuare come nella fase storica precedente. E ora i nodi sono arrivati al pettine e si è capito che non è così, che gli Stati Uniti proseguono la loro linea, che ha radici di oltre 150 anni, in forme adeguate alla nuova situazione”.
Per esempio con i dazi?
“L’imposizione dei dazi. Lo sanno anche i bambini che dal punto di vista della scienza economica, i dazi sono il massimo dell’irrazionalità. Chi lo dimostrò, nel 1820, fu il grande economista inglese David Ricardo, con il teorema del vantaggio comparato. Ricardo fa tesoro di una lunga linea di pensiero, che parte invero dal Medioevo, che dimostrava come l’introduzione dei dazi danneggia tutti, ma anche e soprattutto chi li introduce. Che è quello che sta avvenendo, tant’è vero che sono sicuro che tra non molto Trump cambierà linea. Tra non molto ovvero quando, con l’avvicinarsi delle elezioni di midterm che si terranno fra otto-nove mesi, a novembre, gli verrà detto, dai sondaggi, che rischia di perdere consenso. Gli americani stanno aprendo gli occhi, e la sentenza della Corte Suprema è un campanello d’allarme, soprattutto se si pensa che l’organo è a maggioranza repubblicana. A quel punto l’attuale presidente degli Usa cambierà strategia, perché non vorrà perdere la possibilità di tenere ancora il pallino in mano”.
In conclusione, cosa deve fare l’Europa?
“Ciò che occorre fare in Europa vedo che sta succedendo, sebbene abbiamo perso almeno 20 anni durante i quali si è smesso di parlare, o meglio si è parlato solo di sciocchezzuole, stupidaggini, di questioni tecniche, dimenticando il lato profondamente culturale. La matrice utilitaristica propria degli Stati Uniti in Europa non ha mai attecchito. Il che non vuol dire che non ci siano utilitaristi anche in Europa, ma da noi ha prevalso l’etica delle virtù e il deontologismo legato al pensiero di Kant, che sono due teorie etiche opposte rispetto all’utilitarismo”.
Quindi non valgono il diritto internazionale, gli organismi multilaterali, tutto ciò che è stato costruito dopo la seconda guerra mondiale a frenare gli Stati Uniti di Trump?
“Ma neanche per sogno, la gente non sa cos’è l’utilitarismo, vada a studiare. E’ pieno di libri sull’utilitarismo. L’utilitarismo dice: è lecito tutto ciò che massimizza l’utilità totale. Dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti avevano l’’interesse a unirsi all’Unione Europea per battere l’Unione Sovietica, tant’è vero che la Guerra Fredda ha avuto questo esito. Tant’è vero inoltre che durante la Guerra Fredda non è mai scoppiata la deflagrazione. Tutto ciò conferma quello che è stato detto: gli Stati Uniti dovevano fronteggiare un grande Paese, più grande dell’attuale Russia e era loro utile l’Europa. In altre parole: è nella logica dell’utilitarismo il fatto che il diritto internazionale si rispetti fin quando conviene. Il problema è questo, qui è il punto. Noi europei non possiamo accettarlo, perché noi seguiamo la linea deontologica espressa da Kant e tanti altri, il cui principio è che se anche ci sono cose che non piacciono, anche se non apportano aumenti di utilità, vanno fatte. Deòn in greco vuol dire “dovere”. Questo è il punto. Ecco perché c’è da essere moderatamente ottimisti”.
In che senso, professore?
“Perché dobbiamo sapere che oggi l’utilitarismo è in caduta libera. A cominciare dall’economia: non si troverà oggi nessun economista serio e onesto intellettualmente che difenda l’utilitarismo. Potrei citare almeno 10 premi Nobel fra gli economisti che hanno scritto negli ultimi dieci anni contro l’utilitarismo. Sta perdendo la sua riserva culturale. Mentre fino ad allora erano tutti schierati sulle parole chiave di aumentare l’utilità, la crescita, il reddito, oggi non è più così. Noi europei dobbiamo solo togliere la polvere alle nostre radici che sono ancora sane e salde, soprattutto l’etica delle virtù, che è stata introdotta da Aristotele. Gli europei non devono inchinarsi di fronte a una stella cadente. Trump è una stella cadente: è ancora una stella, e quindi illumina, per stare alla metafora, però è cadente. L’Unione Europea prenda spunto da questo per riunirsi, per federarsi, per riproporre quel modello di civilizzazione che è nato in Europa”.
Un ultimo, ma imprescindibile dubbio: che ruolo potrà giocare la Cina in tutto ciò?
“La Cina è tutt’ora un mistero, e lo sarà ancora per un paio d’anni, perché bisogna vedere cosa succederà alla scadenza del mandato di Xi Jinping. Intanto però si può sottolineare che i cinesi, figli di una storia molto antica, hanno una caratteristica, quella di utilizzare armi non militari, ma quelle di natura economica e culturale. In questo modo, la Cina riesce a ottenere il supporto di tanti Paesi: pensiamo al Global South da lei capitanato, dove si è portata appresso oltre 130 Paesi . Il progresso che ha messo in atto la Cina non è paragonabile a quello di nessun Paese al mondo: in meno di trent’anni ha sradicato completamente la povertà, pur mantenendo le diseguaglianze. Fino a 15 anni fa, il made in china produceva merce di poca qualità, vediamo ora cosa riesce a produrre. Il momento della verità sarà la scadenza del mandato di Xi. Solo in quel momento, capiremo la ragione vera dell’essere di questo Paese”. O in altre parole, la vera natura del Dragone.
In foto: Stefano Zamagni