“L’indipendenza della Corte Costituzionale non rischia di essere minata da contingenti vicende politiche”. Così aveva rassicurato il presidente Augusto Barbera a giugno scorso, spiegando come i costituenti avessero blindato il massimo organo di garanzia delle nostre istituzioni, a partire dallo stesso meccanismo elettorale, concepito proprio per evitare colpi di mano politici. Quindici sono i giudici costituenti, eletti in numero uguale (5) da presidente della Repubblica, Parlamento, e Magistrature. Restano in carica nove anni e quelli designati dalle Camere sono votati a maggioranza di due terzi nelle prime tre sedute, e di tre quinti dopo. Un sistema ancora più rinforzato di quello del presidente della Repubblica, per eleggere il quale, dopo la terza votazione, basta la maggioranza assoluta.
Ma chissà se il presidente della Consulta Barbera, a distanza di pochi mesi, pronuncerebbe quelle stesse parole dopo aver visto quanto successo per eleggere il sostituto del giudice e presidente emerito Silvana Sciarra, che ha lasciato il posto vacante l’11 novembre 2023. Da allora, sette votazioni a vuoto e vuota sempre anche l’aula, che stancamente ripeteva il rito della scheda bianca, con nessun accordo sul nome da votare. In mezzo anche l’accorato monito del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, a luglio, invitava “con garbo ma con determinazione, a eleggere subito questo giudice” perché non farlo tempestivamente rappresenta “un vulnus alla Costituzione”.
Niente, non è bastato. Alla fine, per l’ottavo appuntamento, si è mosso il governo, con un’imprevista e improvvida discesa in campo della stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Questa volta è lei stessa a offrire un nome pesante, Francesco Saverio Marini, curriculum di tutto rispetto, professore di diritto pubblico, con varie pubblicazioni, anche incarichi istituzionali alle spalle e figlio d’arte perché il padre Annibale Marini fu presidente della Corte costituzionale dal 2005 al 2006. Ma Francesco Saverio non risultava così esposto finché Giorgia Meloni non lo convocò a Palazzo Chigi per farne il suo consigliere giuridico. Di più, gli ha messo in mano la madre di tutte le riforme, il premierato e lui l’ha concepita, ne è diventato il padre nobile.
Per la partita sulla Corte Costituzionale è sembrato l’uomo giusto al momento giusto. Si dà il caso infatti che la Consulta nei prossimi mesi dovrà valutare una serie di questioni politiche incandescenti che già vanno sottoponendole i partiti dell’opposizione, a cominciare dai referendum sull’autonomia differenziata e sulla cittadinanza e poi si arriverà sicuramente al premierato. Il primo appuntamento è il 12 novembre quando si discuteranno i ricorsi di quattro regioni sull’autonomia differenziata. E’ bene che la Corte si trovi a ranghi completi, se poi il governo avesse una sponda ‘amica’, certo sarebbe più tranquillo. Marini è perfetto e, visto che a Palazzo Chigi gli sono passati per le mani tutti i dossier sulle riforme costituzionali in lavorazione, gli sarebbe più ‘agevole’ sostenerli da giudice costituente. Maligni retroscena? Può darsi ma sicuramente l’attivismo della presidente Meloni su questa partita è sospetto. E poi, dietro le quinte, ci sono i fatti, svelati da qualche ‘talpa’: tre giorni prima della convocazione d’Aula dell’8 ottobre, sulle chat di gruppo dei partiti della maggioranza, in primis Forza Italia, partono ordini perentori: “Evitare missioni e altri impegni di ogni genere, tutti in Aula per il voto, presenza inderogabile”. Seguiranno dettagli sul nome già scelto ma non è prudente spiattellarlo così sulle chat.
Però c’è un problema, non basta la maggioranza, per eleggere il giudice costituzionale servono i tre quinti, 363 voti e loro arrivano a 343. Bisogna cercarli anche altrove, così, oltre l’ordine di scuderia ai propri parlamentari, cominciano i traffici per trovare transfughi da altri partiti, a cominciare dal gruppo misto che va sempre più ingrossandosi grazie ai cambi di casacca. Si sussurra anche di contatti con qualcuno dell’opposizione, il M5S per esempio, che tiene molto alla direzione del Tg3 al punto da poter garantire in cambio qualche voto per il giudice della Consulta. La pesca pare ricca, il giorno prima della votazione Marini sembra avere 361 voti promessi, ne mancano solo 2. Ma qualcosa va storto, le ‘talpe’ consegnano ai giornalisti le chat e il gioco meloniano viene allo scoperto, con l’indignazione generale per avere ‘sporcato’ per brama di potere perfino l’inviolabile Corte che i costituenti avevano protetto così sapientemente. Meloni si infuria e la chat definitiva la manda lei: “L’infamia di pochi mi costringe a non avere rapporti con i gruppi. Molto sconfortante”, ha tuonato in linguaggio ben poco istituzionale, stigmatizzato impietosamente da Pierluigi Bersani: “E’ un linguaggio che si usa tra rapinatori e qui stavano rapinando un bel pezzo dello spirito costituzionale”.
La débacle della presidente del Consiglio comprende anche l’effetto prodotto sulle opposizioni che, come un sol uomo, si ergono a difesa della massima istituzione di garanzia e concordano, in un inedito campo larghissimo, l’uscita dall’aula per il voto. Restano i pochi della maggioranza, la mattina ricevono un ultimo messaggio che suona la ritirata (“Si vota scheda bianca”) e salva così il candidato Francesco Saverio Marini al quale Meloni non vuole rinunciare. Anzi, vuol fare in fretta, dicono i maligni, lo riproporrà per la nona convocazione prima che il 12 novembre si apra alla Consulta il dossier sull’autonomia differenziata. E comunque c’è dicembre, quando scadono altri tre mandati di giudici costituzionali e votarne quattro dà più margini per scambi e accordi.
Non c’è molto da sorprendersi di quanto successo, la politica offre questi spettacoli, ma stavolta si tratta della Corte costituzionale che sembrava immune da logiche così smaccate di spoil system o conflitti di interesse. Il professor Marini non è più visto come un dignitoso giurista su cui si poteva costruire un accordo largo ma il cavallo di Troia con cui Meloni vuole espugnare anche la Consulta. E’ stata “una prova di forza che politicizza un organo di garanzia. È la testimonianza della sua concezione proprietaria delle istituzioni”, spiega Anna Ascani, vicepresidente della Camera.
Anche qualche presidente emerito della Corte costituzionale ha ricordato a Giorgia Meloni che cosa significa un organo di garanzia: “Mi sembra una candidatura fortemente inopportuna- aveva detto Ugo de Siervo – E non ricordo precedenti comparabili”. Certo, ci sono stati molti passaggi dalla politica alla Consulta, ex parlamentari, ministri e perfino presidenti del Consiglio come Giuliano Amato, lo stesso attuale presidente Augusto Barbera ha alle spalle una importante carriera politica, ma alla fine il metodo condiviso si è sempre raggiunto. In questo caso però Francesco Saverio Marini pare avere in più un incomparabile conflitto di interessi: non solo è il consigliere giuridico del presidente del Consiglio, ma è pure il padre della riforma su cui lui stesso dovrebbe esprimersi dall’altro lato della barricata.
Insomma, sintetizza Antonio Baldassarre, un altro presidente emerito non certo di sinistra: “Giorgia Meloni ha fatto un errore strategico che dimostra arroganza di potere”. Un’arroganza che non va per il sottile e non fa troppe distinzioni fra organi politici e di garanzia, perché, per dirla ancora con Pierluigi Bersani, non basta sbandierarla e conoscerla la Costituzione, ne va “introiettato lo spirito” come guida dell’agire politico. Ecco, “questa destra non ha introiettato profondamente lo spirito della Costituzione” .