Siamo nel pieno di quella che, secondo molti, potrebbe essere l’estate più calda mai registrata in Italia. Sorte condivisa, la nostra, con tutto l’emisfero boreale. Secondo l’organizzazione meteorologica internazionale, infatti, non ci sono dubbi: il mese di giugno 2026 ha fatto segnare temperature record in tutta l’Europa occidentale ed è stato, a livello globale, il secondo più caldo di sempre, dopo quello del 2024 (1 ). Sembra una condanna della nostra generazione, ormai, quella di veder le temperature in continuo rialzo, con ogni estate che batte sistematicamente il record di quella precedente.
L’origine del problema, se si escludono i negazionisti, è chiara e scientificamente dimostrata: l’effetto serra generato dall’aumento della concentrazione di CO 2 di origine antropica. E’ per questo che molti economisti e istituzioni concordano sul fatto che il carbon pricing, ossia l’attribuzione di un prezzo alle emissioni di CO₂, rappresenti il metodo più efficiente ed efficace per ridurre le emissioni di gas a effetto serra (GHG). Secondo il World Bank Carbon Pricing Dashboard, nel mondo sono attualmente in vigore 87 politiche di carbon pricing, che coprono quasi il 30% delle emissioni globali di gas serra. L’Europa ha il sistema di “carbon pricing” più sviluppato al mondo: l’EU Emissions Trading System (EU ETS).
Il sistema ETS e il prezzo della CO 2 in Europa.
L’ETS in vigore in Europa, basato sul principio “cap-and-trade”, stabilisce un tetto massimo alle emissioni e distribuisce o mette all’asta quote (EUA) che le imprese devono acquistare in funzione delle proprie emissioni. Il sistema copre settori come energia, industria (acciaio, fertilizzanti, cemento, etc..) aviazione e trasporto marittimo. Grazie anche a questo strumento, le emissioni di CO 2 in Europa diminuiscono annualmente. Nel 2024 le emissioni nette di gas serra dell’UE risultavano circa 40% inferiori ai livelli del 1990 (2) .I risultati ottenuti sono stati considerati una conferma dell’efficacia dell’ETS.
Per questo la Commissione Europea ha incluso, nella proposta di revisione dell’ETS presentata lo scorso 17 luglio 2026, gli inceneritori e i co-inceneritori di rifiuti. Non solo, dal 2028, entrerà in vigore un secondo sistema di tariffazione delle emissioni di carbonio, destinato ad avere un impatto significativo: l’ETS 2, ossia l’introduzione di un prezzo della CO₂ applicato agli edifici domestici e al trasporto stradale. L’implementazione delle nuove misure, d’altra parte, è pienamente in linea con l’obiettivo climatico dichiarato dall’Unione Europea per il 2040: riduzione delle emissioni nette di gas serra del 90% rispetto ai livelli del 1990. Eppure, ogni anno la concentrazione di CO 2 nell’atmosfera è più alta del precedente e, con essa, le temperature. Dal 1990 ad oggi, infatti, le emissioni mondiali di CO 2 sono aumentate costantemente, passando da circa 22 miliardi di tonnellate a più di 37 miliardi nel 2025 (3) . Verrebbe da chiedersi dov’è l’inganno, ma il problema è semplice: le emissioni sono globali e l’Europa, da sola conta molto poco. Nonostante le pressioni delle associazioni, degli scienziati e degli attivisti, tassare le emissioni di CO 2 è una politica ancora impopolare in molti paesi.
Una tassa in più
Il motivo dell’impopolarità dei sistemi di tariffazione del carbonio, non sta nello scetticismo rispetto all’emergenza climatica, ma nel fatto che, sia tassazione, sia trading, imporre un prezzo alle emissioni di CO 2 in un mercato dominato dai combustibili fossili comporta, nel breve termine, un aumento diretto dei costi di produzione.
Dati alla mano: il prezzo medio per tonnellata di CO₂ in Europa nel 2025 è stato di 73 €/t, con
previsioni che indicano un prezzo medio di circa 126 €/tCO₂ entro il 2030. Con un prezzo medio di 80 €/tCO₂, una centrale a gas naturale con un fattore di emissione pari a circa 0,35 tCO₂/MWh subisce un incremento del costo dell’elettricità di circa 28 €/MWh.
Allo stesso modo, il prezzo della CO₂ influisce anche sul costo di produzione dell’acciaio, dei fertilizzanti e del cemento, trasferendosi quindi a settori quali automotive, costruzioni e agricoltura. Gli studi stimano che il costo della CO₂ potrebbe arrivare a rappresentare fino al 30% del costo finale dell’acciaio prodotto in Europa (4 ), mentre il prezzo dei fertilizzanti azotati potrebbe aumentare del 15-20%( 5) . Con l’ETS 2 i cittadini si troveranno di fronte ad aumenti sul prezzo del gas e della benzina: se le emissioni tipiche di una moderna caldaia a gas ammontano a circa 0.2 tCO₂/MWh), ciò corrisponde a un costo aggiuntivo di circa 20 €/MWh, mentre l’incremento previsto del costo della benzina è compreso tra 0,11 € e 0,25 € per litro entro il 2032.
I problemi legati a questi aumenti dei costi di produzione, sono due: il primo, è come evitare che i produttori si trasferiscano in altri paesi privi di “carbon pricing”, chiudendo stabilimenti. Il secondo, è più importante: come faranno i cittadini a sostenere l’aumento dei costi? Per preservare la competitività delle industrie europee, ed evitare il loro trasferimento altrove, la Commissione Europea ha già trovato la sua soluzione: da quest’anno (2026) entra nella fase definitiva il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), che impone agli importatori di cemento, acciaio, alluminio, fertilizzanti, idrogeno ed elettricità di pagare un prezzo del carbonio equivalente a quello sostenuto dai produttori europei. Sul secondo problema, la questione è aperta. L’aumento dei costi sui prodotti è inevitabile. Quantomeno lo è nel breve termine, ovvero in quel periodo di transizione tra combustibili fossili e risorse rinnovabili in cui tutti noi, consumatori seriali di risorse, pagheremo di più.
Se la CO 2 è una flat tax
L’aumento dei costi dovuto all’ETS rappresenta quindi una tassa uguale per tutti. Per questo, è prevedibile che questo ricadrà, in misura sproporzionata sulle famiglie a basso reddito (6) .
Come ogni sistema di tassazione, l’ETS genere anche introiti. Dal 2013 al 2025, la vendita di quote di emissione di CO2 in Europa ha generato complessivamente 258 miliardi di entrate. Di queste, 198 miliardi sono confluiti direttamente nei bilanci nazionali degli Stati membri (7 ). Nel solo 2024, l’Italia ha visto entrare circa 2,6 miliardi, circa la metà della Germania, che guida i paesi membri con 5,2 miliardi di euro. L’ETS diventa quindi non soltanto uno strumento climatico, ma anche una rilevante fonte di finanziamento pubblico e, come tale, è importante che i cittadini conoscano le modalità con cui queste entrate, vengono utilizzate. Una delle misure pensate ed attuate per mitigare l’impatto economico e sociale della politica climatica, è stato il Social Climate Fund, che finanzia interventi per famiglie vulnerabili, mobilità sostenibile ed efficienza energetica. Tuttavia, il Social Climate Fund è stato istituito principalmente per compensare gli aumenti legati al futuro ETS 2 e, ad oggi, raccoglie una quota infinitesima delle entrate annue disponibili.
Nel 2024, ad esempio, l’ETS ha generato entrate per circa 24,5 miliardi di euro. Di queste, circa 13 sono andate a sostegno di progetti mirati alla transizione energetica e sostenibile, 10 risultano non assegnate a misure specifiche, mentre soltanto 1.4 miliardi sono stati riallocati per compensare ’l’aumento dei costi sui cittadini.
Combattere il caldo, o la povertà
Nell’attuale contesto economico e geopolitico, con carenza di risorse e prezzi in aumento, la sostenibilità economica del sistema ETS Europeo sembra a rischio. Visto da molti come una “tassa aggiuntiva”, il sistema di “carbon pricing” più evoluto al mondo viene spesso impugnato come prima misura da sospendere in condizioni di crisi economiche. Proprio il governo italiano, nel marzo 2026, ha chiesto all’Unione Europea la sospensione urgente
del sistema ETS, così da ridurre i costi in bolletta per i cittadini (8) .
Sembrerebbe quasi, e sarebbe paradossale, che solo i ricchi possano permettersi di combattere il riscaldamento globale, mentre chi non guadagna abbastanza, deve accettare il proprio destino. Paradossale, se si pensa che il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile del 50% delle emissioni (9).
Eppure, sono in molti a sostenere il contrario, cioè che è necessario un sistema di carbon pricing ancora più robusto; ma in cui le entrate derivanti dalla tariffazione del carbonio vadano redistribuite alle famiglie a basso reddito, (10) , così da ridurre i costi economici del cambiamento climatico e creare un sistema fiscale diverso, dove chi inquina, paga davvero. Perché la vera sfida non è decidere se attribuire un prezzo alla CO₂, ma stabilire chi debba sostenerne il costo.
1 https://wmo.int/media/news/western-europe-has-hottest-june-
record#:~:text=June%202026%20was%20the%20hottest,Centre%20for%20Medium%2DRange%20Weather
2 https://www.eea.europa.eu/en/newsroom/news/the-eu-has-cut-its-greenhouse-gas-emissions-by-40-since-1990
3 https://ourworldindata.org/grapher/annual-co2-emissions-per-country?time=1750..2021&country=~OWID_WRL
4 https://www.fastmarkets.com/insights/eu-ets-reform-impending-cost-shocks-for-eu-producers/
5 https://www.rabobank.com/knowledge/q011499773-carbon-costs-at-the-gate-preparing-for-the-cbams-impact-on-eu-
fertilizer-prices-in-2026
6 ISPI, From the Green Deal to REPowerEU: The Green Transition in Europe and Beyond, 2022.
7 https://climate.ec.europa.eu/eu-action/carbon-markets/eu-emissions-trading-system-eu-ets/what-are-ets-revenues-
used_en
8 https://tg24.sky.it/economia/2026/03/12/ue-ets-significato
9 https://www.oxfam.org/en/press-releases/eus-richest-10-emit-much-planet-heating-emissions-half-eus-poorest-
population
10 Carattini S., Carvalho M., Fankhauser S., Overcoming Public Resistance to Carbon Taxes, Wiley, 2018.
11 Fiscal and Distributional Analysis of the Federal Carbon Pricing System, Ottawa, Canada, 2019.